King Arthur: Il Potere della Spada

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Guy Ritchie dirige un film d'avventura ispirato a "Le Morte d'Arthur" di Thomas Mallory pubblicato nel 1485.
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Un film ludico che offre svago e divertimento mentre rilegge e riscrive per il pubblico contemporaneo la cavalcata epica di Artù

Dopo aver aggiornato, con meno sfumature ma più energia di Steven Moffat (Sherlock), le leggendarie indagini di Sherlock Holmes, Guy Ritchie mette mano al ciclo bretone ed è subito blockbuster ri-creativo.

Guy Ritchie mette mano al ciclo bretone ed è subito blockbuster ri-creativo
Un film ludico che offre, al primo sguardo e al primo trailer, svago e divertimento mentre rilegge e riscrive per il pubblico contemporaneo la cavalcata epica di Artù. Sulla carta la ricerca metafisica del racconto mitico è rimpiazzata dalla ricerca di sé e del proprio destino in un universo anti-realista. Il giovane Arthur ignora il proprio lignaggio e gestisce i suoi affari a Londinium fino a quando non estrae Excalibur, la spada nella roccia che emerge il suo passato e il sentimento eroico. Precipitato in piedi nel suo 'regno' dovrà combattere i suoi demoni e guidare il suo popolo contro il tiranno Vortigern, l'uomo che ha ucciso i suoi genitori e usurpato il trono del padre. Questo il plot. Il trailer anticipa invece la visione anacronistica della cavalleria e dei cavalieri potenziata naturalmente a colpi di effetti speciali. Fight, fun and fuck you attitude sono di nuovo l'irresistibile cifra stilistica di Guy Ritchie che dirige il primo di sei sequel previsti in cantiere. Sempre che la cavalcata del brand 're Artù' non trovi ostacoli alla sua ambizione. Quello che è certo e desumibile dalle prime immagini è che King Arthur - Il potere della spada assomiglia a un assordante concerto rock che combina il mito classico con la retorica del cinema d'azione hollywoodiano contemporaneo. Lontano dallo spirito contemplativo e wagneriano di Excalibur di John Boorman, il blockbuster di Ritchie scaraventa lo spettatore in un universo digitale che procede per accumulazioni deliranti e frulla la materia di Britannia con una concezione puramente spettacolare dell'azione. Action che ancora una volta passa per l'alterazione dell'eroe. Alla maniera dello Sherlock Holmes di Robert Downey Jr., l'Arthur di Charlie Hunnam è un bad boy lontano dal saggio Artù di Nigel Terry o di Sean Connery. Guy Ritchie sembra contaminare l'Alto Medioevo fondamentalmente mitico con una forma di ideologia democratica e individualista tipicamente americana. Questa ideologia, la stessa che ha nutrito (e nutre) Hollywood e la sua storia, passa sempre per il corpo dei suoi eroi, siano essi investigatori (Sherlock Holmes), agenti speciali (Operazione U.N.C.L.E.), trafficanti nomadi (Snatch - Lo strappo) o cavalieri (King Arthur - Il potere della spada). Esemplare su tutti, quelli passati e quelli a venire, è Holmes. Holmes secondo Ritchie non è soltanto il prodotto e il guardiano di una società conservatrice che ha assistito al trionfo del capitalismo industriale (Sherlock Holmes - Gioco di ombre) e in cui le differenze di classe sono particolarmente violente e la nozione di aristocrazia ancora vigente. Del modello letterario l'investigatore di Robert Downey Jr. mantiene il gusto per il travestimento e il mutamento frenetico ma aggiunge il valore dell'individuo irriducibile a qualsiasi determinazione sociale o storica. L'Holmes di Guy Ritchie frequenta tutte le sfere della società, dai bassi fondi, nei quali è a suo agio, fino alle alte sfere, dove è inesorabilmente sgradito. Perché è la rappresentazione incarnata della maniera popolare di essere un eroe del cinema. Barba incolta e perennemente scompigliato dentro vestiti sempre inzaccherati, è un ragazzaccio che si sbarazza di quella forma tipica di distinzione britannica, e rappresentativa di una classe sociale supponente, per indossare gli 'stracci' dell'uomo qualunque ma geniale. Stracci che dissimulano (anche) Artù e dietro ai quali si rivela la sua 'nobiltà'. La stoffa del cavaliere lanciato all'improvviso in un destino avventuroso dalla spada del titolo. Spada fallica, omaggio alla mascolinità come forza portatrice di ordine e civiltà, oggetto totemico centrale, simbolo del potere e di una saga che non conosce tramonto ma conosce un numero considerevole di trasposizioni sullo schermo. Più elettrizzante che mistico, il King Arthur di Ritchie è un salto nel vuoto che promette meraviglie e conferma un cast nobile. Accanto al son of anarchy Charlie Hunnam si schiera Eric Bana (Uther Pendragron), padre di Artù, contro si dispone Jude Law (Vortigern), despota sanguinario dai poteri magici e lo sguardo blu.

Un mito irriducibile
Se il ciclo arturiano avvince da sempre l'immaginario collettivo è perché affonda le radici nei miti fondatori della civiltà occidentale. Esistono diverse letture della materia di Britannia e del Graal. Chi la considera una leggenda della Chiesa cristiana, chi ritiene che provenga dal folclore celtico, chi ancora, spingendosi più indietro nel tempo, pesca negli antichi culti della fertilità dei progenitori ariani. La spada portentosa di Artù e la robusta lancia di Lancillotto sono evidentemente simboli virili, mentre la roccia e la coppa (il Graal), oggetti contenitori, rappresentano il principio femminile. La spada nella roccia, la lancia e la coppa alludono all'atto sessuale, il più comune dei riti di fertilità. Strumenti per accedere al codice velato dell'esistenza, non stupisce che il cinema ne sia sedotto, producendo negli anni numerose versioni e fornendo film dopo film la chiave per una riflessione sul mito. Dal Lancillotto e Ginevra di Robert Bresson ai fotogrammi preziosi di Eric Rohmer (Il fuorilegge), da I cavalieri della tavola rotonda di Richard Thorpe al Camelot di Joshua Logan, dal film-opera di Hans Jürgen Syberberg (Parsifal) a Il primo cavaliere di Jerry Zucker, passando per la versione animata della Disney (La spada nella roccia) e per la rilettura timida di Antoine Fuqua (King Arthur), interpretata da Clive Owen e promossa come il frutto di una ricerca archeologica e un 'ritorno' alla verità storica del sovrano di Camelot. Ad oggi però la traduzione più sorprendente, per bellezza plastica, ricchezza simbolica e forza emozionale, resta Excalibur di John Boorman. Un film di portata epica e fusioni suggestive con la mitologia wagneriana. Accompagnato dalle melodie del "Siegfried" e ispirato al romanzo di Thomas Malory pubblicato nel 1485 ("La Morte di Artù"), Excalibur sposa l'elaborazione fantastica dello scrittore inglese fondata sugli elementi cardini della storia arturiana: la terra desolata, la ferita, il re agonizzante, la coppa e la spada. A corona un drago nel cui ventre giace Merlino. Artù estrae la spada e l'avventura ha inizio saltando da un'epoca all'altra nel medesimo spazio. Difficile fare meglio di Boorman ma non impossibile come dimostra La leggenda del re pescatore, che trasferisce le coordinate del mito dalla natura alla geografia urbana. Film visionario di Terry Gilliam, alla ricerca del Sacro Graal e della redenzione tra draghi e torrioni, La leggenda de re pescatore svolge la storia di un conduttore radiofonico di successo (Jeff Bridges) che smarrisce il senso della vita e perde tutto fino al giorno in cui incontra Parry (Robin Williams), "un cavaliere in missione speciale" sul green di Central Park. Singolare esemplare di cavaliere errante, convinto che la sacra coppa sia nascosta nella casa di un miliardario newyorkese, il Parry di Robin Williams conferma che il mito è ancora vivo e non smette di trovare riscontro al cinema. Linguaggio per eccellenza moderno che lo riattualizza, perdendone qualche volta la specificità storica ma mantenendone il nucleo di verità, che nemmeno modi narrativi incompatibili riescono a cancellare. In questo senso Indiana Jones e l'ultima crociata, pur lontano dall'immaginario medievale, è un esempio aderente. Nel film di Steven Spielberg il Graal perde la sua valenza religiosa, vanificata dalla progressiva laicizzazione del mondo contemporaneo, ma la sua ricerca è tutt'altro che un espediente narrativo. Catalizzatore di una serie di peripezie, il cui scopo è contrastare le mire del Führer, è piuttosto l'intelligente variazione di uno dei miti centrali della letteratura medievale, di cui ripropone il valore di perenne verità umana. Ieri come oggi sembra impossibile resistere ai sortilegi dell'incantatrice Morgana, alla tentazione di Lancillotto, all'inquietudine di Artù, al richiamo di un ciclo narrativo antico che si rinnova l'undici maggio col cavaliere-gangster di Guy Ritchie e con le straordinarie avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda. Quelli che faranno l'impresa a colpi di spada e di cool.

Di Marzia Gandolfi

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