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Jeff BridgesJeff Bridges a coloriNome: Jeffrey Leon Bridges63 anni, 4 Dicembre 1949 (Sagittario), Los Angeles (California - USA) |
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![]() La gente ormai ha dimenticato che il cervello è l'organo erogeno più esteso… Parla per te amico…
dal film Il grande Lebowski (1997)
Jeff Bridges è Jeff "Drugo" Lebowski
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«Quando inizi a impegnarti nei tuoi processi creativi, scuoti tutti i tuoi impulsi». Così, Jeff Bridges commenta la sua recitazione. Non c'è bianco o nero con Jeff Bridges, ma solo e unicamente diversi colori che vanno dall'ocra dell'armatura da vichinga di Julianne Moore che riflette sul suo abito bianco de Il grande Lebowski al verde smeraldo della sua giacca in Otto milioni di modi per morire, dal blu cobalto dello splendido cielo di Tucker - Un uomo e il suo sogno che sembra rubato nei suoi occhi azzurri al giallo oro degli ambienti di Fearless. Una gamma di sfumature di grigi che sembrano contaminare lo spettatore nell'anima. Questo è il segreto di Bridges, uno degli attori indimenticabili della storia del cinema, nonché uno degli interpreti più grandi della sua generazione. Eppure, nonostante questo riconoscimento da parte della critica, è anche uno dei più sottovalutati. Perché? Perché è in parte fuori dallo Star System, con il quale ha da sempre un rapporto misto di misteriosa repulsione e attrazione. Perché si è messo al servizio di registi (per larga parte) indipendenti al fine di presentare, a noi pubblico, povere anime disilluse, antieroi, uomini rovinati dal destino, individui appesantiti dalla vita che scardinano a loro spese convenzioni sociali, pregiudizi e ipocrisie, esplorando il razzismo dell'anima, quello che sentiamo dentro di noi, ma che nessuno ora dire.
Attore bebè
Figlio d'arte (i suoi genitori sono i grandi attori cinematografici e televisivi Lloyd Bridges e Dorothy Dean Bridges) e fratello dell'interprete Beau Bridges - ma anche zio degli attori Jamey Geston ed Emily, Dylan, Jordan Bridges, nonché dell'operatore di camera Casey Bridges - Jeff aveva solo quatto mesi quando esordì al cinema nella pellicola N.N. Vigilata speciale (1951) con John Cromwell, in una scena in cui era tenuto in braccio dall'attrice Jane Greer (che poi ritrovò nel 1984 in Due vite in gioco).
Un ottima reputazione d'attore
Cresciuto nell'ambiente hollywoodiano, frequentava ancora la Palisades High School quando debuttò accanto a suo padre in tre episodi del telefilm The Lloyd Bridges Show (1962-1963). Una volta diplomato, si iscrive alla University High School di Los Angeles e, uscito da lì, entra a far parte della guardia costiera americana. Ma non è il mare il suo destino e lui se ne accorge subito. Con umiltà e senza sfrafottenza appare nella pellicola The Yin and the Yang od Mr. Go (1970) accanto a James Mason, poi diventa uno dei giovani attori prediletti dei registi Paul Bogart e Robert Benton che contribuiranno a far conoscere Bridges nell'ambiente cinematografico, non tanto come il figlio del grande Lloyd, ma per la sua generosità e affidabilità professionale che contraddistingueranno la sua ottima reputazione, nonostante i problemi con LSD e marijuana.
La prima nomination all'Oscar
È il 1972 quando riceve la sua prima nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista nel film di Peter Bodganovich L'ultimo spettacolo (1971). Un ottimo trampolino di lancio per questo volto fresco che si ritroverà improvvisamente a essere diretto dal grande John Huston in Città amara - Fat City(1972) e accanto al premio Oscar Rod Steiger ne La terra si tinse di rosso (1973). Altra candidatura lo aspetta per il bellissimo ruolo di scudiero metropolitano nel poliziesco di Michael Cimino Una calibro 20 per lo specialista (1974) accanto a Clint Eastwood. Ma la statuetta come miglior attore non protagonista va nelle mani di Robert De Niro per Il padrino - Parte II, lasciando Bridges a mani vuote.
Susan Geston: l'amore della sua vita
Dopo aver girato il film con Arnold Schwarzenegger Un autentico campione - Il gigante della strada (1976), ma soprattutto dopo le varie relazioni e flirt con attrici come Cybill Shepherd, Candy Clark e Valerie Perrine, si sposa con la fotografa Susan Geston il 5 giugno 1977. La Geston, incontrata sul set del film Rancho Delux (1975), sarà il più grande amore della sua vita e la sua attaccatissima compagna per quasi quarantanni, dandogli la bellezza di 3 figlie: Isabelle (1981), Jessica (1983) e Hayley (1987).
Il primo riconoscimento della sua carriera
Al discreto successo di Rebus per un assassinio (1979) con Anthony Perkins, Toshiro Mifune e John Huston (questa volta in veste di attore), segue il flop del maledetto I cancelli del cielo (1980) di Cimino, con Kris Kristofferson e Christopher Walken. Da doppiatore (accanto a Christopher Lee) del cartone animato The Last Unicorn (1982), diventa finalmente vincitore di un premio (il Saturn Award come migliore attore, una sorta di Oscar del cinema dai temi fantasy, horror e fantascientifici) per il suo ruolo nella pellicola di John Carpenter Starman (1984). Riconoscimento che immediatamente sarà seguito dalla candidatura all'Oscar come miglior attore protagonista.
Con il "Drugo" conquista tutti
Accanto a Glenn Close in Doppio taglio (1985), passa a Jane Fonda nel giallo Il mattino dopo (1986) e a Francis Ford Coppola che lo dirige nel simpatico Tucker - Un uomo e il suo sogno (1988), ma Bridges ama molto di più lavorare accanto a Michelle Pfeiffer e a suo fratello Beau ne I favolosi Baker (1989). Particolarmente apprezzato da Terry Gilliam, verrà diretto dall'autore nell'atipico La leggenda del Re Pescatore (1991) con Robin Williams, ma anche nel fiabesco Tideland - Il mondo capovolto (2005). Passa poi a Peter Weir (Fearless - Senza paura, 1993), Ridley Scott (L'albatross - Oltre la tempesta, 1995) e Barbra Streisand (L'amore ha due facce, 1996), fino ad approdare al ruolo migliore di tutta la sua carriera: Jeff "Drugo" Lebowski, barbuto protagonista de Il grande Lebowski (1997) di Joel Coen, che con calzoncini e l'aria da vecchio ragazzo degli Anni Settanta, si immischia in una sorta di giallo concettuale spacciato per commedia. È semplicemente fantastico.
In ruoli poco convincenti
Disgraziatamente, dopo questo grande ruolo, scivolerà in personaggi meno affascinanti dentro pellicole mediocri come La dea del successo (1999) con Sharon Stone (che ritroverà anche ne Inganni pericolosi, 1999, con Nick Nolte) o K-Pax - Da un altro mondo (2001) con Kevin Spacey, oppure del tutto invisibili o (ancora peggio) di secondo piano come in Iron Man (2007) con Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson. Rimangono certo perle rare la sua interpretazione del cittadino medio nel thriller Arlington Road - L'inganno (1999) con Tim Robbins e quello del Presidente degli Stati Uniti in The Contender(2000) per il quale è stato nominato all'Oscar come miglior attore non protagonista.
Ruoli recenti e Oscar per Crazy Heart
Di recente lo abbiamo visto nelle vesti del direttore di una rivista in Star System - Se non ci sei non esisti (2008) e subito dopo in quelli di un marine nella commedia L'uomo che fissa le capre (2009) con George Clooney. Convince appieno la critica americana nel film Crazy Heart (2009) dove interpreta il ruolo di un cantante country alcolizzato e caduto in disgrazia, tanto da vincere sia il Golden Globe che l'Oscar come Miglior Attore. Nel 2010 è un padre disperso che approda nell'universo cinebertico in Tron Legacy e nel 2011 è lo sceriffo Rooster Cogburn ne Il Grinta di fratelli Joel e Ethan Coen.
Il più bravo interprete americano
Membro della The End Hunger Network, organizzazione no-profit fondata nel 1983 con lo scopo di assistere le popolazioni che soffrono la fame, è anche appassionato di pittura, fotografia e musica, infatti, come cantante ha pubblicato l'album "Be Here Soon" su etichetta Ramp, fondata con l'ex-Doobie Brothers Michael McDonald.
Essere figlio d'arte non è una garanzia di successo. Eppure Jeff Bridges è diventato per sua (e nostra) fortuna uno dei più capaci interpreti americani. È uno che prende di petto ogni film, così come i suoi personaggi (dal terrorizzato Michael Faraday di Arlington Road allo sfortunato capitano di Albatross - Oltre la tempesta, ma tornando indietro persino all'alieno di Starman) prendono di petto gli ostacoli che si trovano indubbiamente a contrastare.
Premio Oscar 2011
BAFTA 2011
Golden Globes 2010
Golden Globes 2010
BAFTA 2010
Premio Oscar 2010
Premio Oscar 2010
Emmy Awards 2010
Golden Globes 2001
Premio Oscar 2000
Golden Globes 1992
Golden Globes 1985
Premio Oscar 1984
Premio Oscar 1974
Premio Oscar 1971
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R.I.P.D. - Poliziotti dall'aldilà
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Genere Azione, - USA 2013. Uscita 18/07/2013. |
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Questa sì che è una bella coincidenza. Che a poco meno di una settimana dalla mobilitazione "Se non ora, quando?" – che ha visto un milione di donne (e uomini) scendere in più di 200 piazze italiane e qualche capitale straniera per chiedere rispetto – esca Il grinta, una storia di onore e coraggio al femminile. Protagonista del film è infatti una ragazzina di quattordici anni che sfida tutto e tutti per vendicare la morte del padre mettendosi sulle tracce dell'uomo che lo ha assassinato per darlo in mano alla legge. È il far west secondo i fratelli Coen. Uno spazio immenso, polveroso, selvaggio e per questo ostile in cui da una parte uomini (e donne) morivano per mano di codardi e dall'altra si sostenevano e difendevano, talvolta fino alla morte, in nome dell'onore. Il grinta è, si diceva, una storia di coraggio al femminile, ma al fianco di questa giovanissima Lady Vendetta motivata dalle sacre scritture cavalcano due anomali giustizieri con i quali la ragazza instaurerà un rapporto di stima reciproca e amicizia, di quelle che durano tutta la vita. Non è il primo western della recente storia del cinema, già nel 2007 James Mangold aveva rimesso sui binari Quel treno per Yuma e l'anno successivo Ed Harris aveva presentato a Roma Appaloosa, entrambi degni di nota. Una menzione speciale inoltre lo merita l'australiano La proposta di John Hillcoat. Tuttavia l'ottimo risultato ai botteghini di Il grinta – ha superato persino Non è un paese per vecchi – le buonissime recensioni e le dieci nomination all'Oscar – tra le quali miglior film, miglior regia, miglior attore e miglior attrice – sembrano indicare una apertura al genere che potrebbe portare a un vero e proprio revival del western. D'altronde è da un po' che lo si attende.
Uomini e donne ai tempi del far west
"Tu non sei meno bravo di loro per come spari, quanto sei veloce o quanto sei forte. Il tuo problema è che hai dei sentimenti". È il cowboy Virgin Cole (Ed Harris) che parla rivolgendosi al più giovane Everett Hitch (Viggo Mortensen) nel western che Harris portò alla luce del proiettore nel 2008 ispirandosi al romanzo omonimo di Robert B. Parker. Appaloosa racconta la storia di Cole e Hitch, due eroi del far west ingaggiati dalla piccola cittadina del New Mexico per difenderla dal ranchero Randall Bragg, colpevole dell'assassinio dello sceriffo locale e di aver portato il caos (e la morte) ad Appaloosa. Se nel film dei Coen è una ragazzina di quattordici anni a dividersi le angherie e, in seguito, la stima e l'affetto dei due cowboy di Jeff Bridges e Matt Damon, nel western firmato Harris è una donna indipendente e determinata, l'Allison French di Renée Zellweger, a contendersi le attenzioni dei due uomini.
Uomini ammirabili, nel bene e nel male
In Quel treno per Yuma c'è un momento in cui non si sa da quale parte stare. È quando, sul finale, il villain di Russell Crowe si lascia prendere dall'eroe zoppo di Christian Bale, il miglior tiratore della città, perché questi possa fare colpo sul figlio che lo considera un inetto. "In generale i western raccontano sempre la stessa storia, o comunque hanno tutti degli elementi in comune; un paese che si sta aprendo al progresso, la costruzione di una ferrovia che avrebbe cambiato per sempre il profilo degli Stati Uniti. Pochi western hanno una storia o una prospettiva originali. Quello che mi affascina veramente, ed è il motivo che mi ha spinto a fare questo film" ha dichiarato Crowe, "sono gli esseri umani per quanto contorti, strani, onorevoli possano essere ed essere insieme tutte queste cose. Mi interessa quello che c'è nel cuore delle persone". In fondo è al cuore che Ramon deve sparare.
A scaldare Berlino, grigia come da copione in questi giorni, è il film d'apertura della Berlinale, True Grit dei fratelli Coen. Ovvero “Il Grinta”. E si pensa subito a quel film del 1969: un John Wayne al tramonto, che però vince l'unico Oscar della sua carriera. E intanto, il mito del West si stava dissolvendo. La leggenda della frontiera – quella edificata da John Ford, Howard Hawks e da tutti gli altri – si stava spezzando, le certezze si dissolvevano. Erano pronti Peckinpah, Altman e i soldati blu. Qualche giornale ha titolato “I Coen rendono omaggio a John Ford”. Ma loro, a Berlino, stupiscono tutti: “No, quel film lo avevamo visto molti anni fa, ma non lo abbiamo nemmeno rivisto, preparandoci per il film”, confessano.
Eppure, c'è tanto western classico nel film dei Coen. Vendette, criminali di mezza tacca, sceriffi, cacciatori di taglie, fuggitivi. Ma c'è anche lo spiazzamento geniale, la capacità di uscire dagli schemi che i Coen hanno, e che è diventato il loro marchio di fabbrica. E la riflessione sul destino, che sembra sempre prendersi gioco dei personaggi: un Dio beffardo, che non è mai come te lo aspetti. Jeff Bridges e Matt Damon in grande forma danno volto al film: ma la quattordicenne Hailee Steinfeld rischia di rubar loro la scena.
Nel momento in cui arriva a Berlino, Il Grinta è già il film più visto dei fratelli Coen. E le dieci nomination all'Oscar fanno scintillare ancora più questa prima giornata della Berlinale. Nella quale arrivano Jeff Bridges e Josh Brolin, ad accompagnare Joel ed Ethan Coen. E, con loro, la rivelazione Hailee Steinfeld.
Per voi, questo è un ritorno a Berlino con Jeff Bridges dopo Il grande Lebowski. Che sensazioni avete?
“Beh, quella volta non c'era Jeff. Il grande Lebowski ha avuto più successo in Europa che in America. Speriamo che anche questo...”.
Questo è già diventato il vostro maggior successo. A cosa credete sia dovuto?
Interviene Jeff Bridges: “Beh, è facile: i Coen sono dei maestri, e adesso – dopo che i festival europei hanno fatto molto per farli conoscere – se ne è accorto anche il grande pubblico”.
I dialoghi a volte sono molto difficili, pieni di risonanze anche misteriose, di riferimenti biblici. Come è stato affrontarlo?
Risponde ancora Bridges: “Non è stato semplice, lo confesso. Neanche per me era facile capire che cosa volessero dire, in certi casi. Magari ci vorrebbero dei sottotitoli anche per la versione in inglese!”.
Avete rivisto Il Grinta con John Wayne, per girare il vostro film?
“No. Il film con Wayne era un ricordo lontano, qualcosa visto da ragazzini. Ma la vera fonte di ispirazione è stata per noi il romanzo. I temi che trattava ci hanno appassionato. L'idea di farne un film è nata dal libro”.
C'è spazio anche per la adolescente Hailee, rivelazione assoluta del film.
Come è stato per lei trovarsi sul set del film?
“Non ero sola: c'era sempre mia madre, e c'era la mia insegnante. All'inizio avevo un po' di paura. Ma Jeff, Josh e Matt sono stati una guida, e un sostegno continuo...”. Interviene ancora Jeff Bridges: “Ogni volta che ci scappava una parolaccia sul set, lei ci multava. Credo che alla fine ci abbia guadagnato parecchio!”, ride. “Hailee non si stupiva mai di niente”, aggiunge Ethan Coen. “Le dicevamo: adesso dovrai cadere in un crepaccio di venti metri, e lei: ok...”.
John Wayne, per molti nel mondo, è un'icona del cinema classico, ma anche dell'uomo forte. Le sue idee politiche sono note. Difficile pensare di accostarlo ai fratelli Coen. Viene naturale chieder loro come si siano rapportati alla sua figura.
Che importanza ha ed aveva, per voi, John Wayne?
“Era un attore fantastico, ma non credo che oggi la sua influenza sulle nuove generazioni sia così grande”, dice Joel Coen. “Mio figlio ha sedici anni e non sa neanche chi fosse. È stato grandissimo, ma non ha lasciato un segno fuori dal mondo del cinema”. Entra nel discorso Josh Brolin: “Io l'ho conosciuto: le sue idee politiche erano straordinarie, wow!”, e ride. “No, scherzavo. È un pezzo di storia americana, come Ronald Reagan. Rappresenta un sistema di valori che molti americani hanno avuto”.
59 anni e 8 mesi fa faceva il suo esordio sul grande schermo il 'piccolo Lebowski' di quattro mesi, Jeff Bridges, con la pellicola N.N. vigilata speciale (presentato al pubblico nel 1951).
Da quel momento molti fra i più grandi registi del momento hanno l'opportunità di ampliare il parco delle loro possibilità: aggiungendo innumerevoli sfumature psicologiche ai loro personaggi, potenziando, con ironia e chiarezza espressiva, qualsivoglia coheniana indagine sociale, aggiungendo solidità di un fulgore quasi iconico al comandante della nave del loro nuovo colossal o schizzando di una coloratissima vernice allucinante e ammaliante le scenografie dei mondi mentali di un'Alice un po' particolare e problematica.
La scaltrezza dei registi statunitensi è rinomata, come avrebbero potuto ignorare il talento di Jeff Bridges? Impossibile. E infatti all'appello hanno risposto in massa: da Cimino a Coppola, dai Coen, che lo hanno relegato nelle terre imperiture del cinema con la parte del Grande Lebowski, a Gilliam, passando per Carpenter e giungendo infine a Grant Heslov, con il recente L'uomo che fissa le capre (2009).
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