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Cinema e calcio

5 focus su un binomio di successo. Un appuntamento settimanale, ogni martedì, che ci accompagnerà fino all'uscita su Netflix di È stata la mano di Dio
di Pedro Armocida

martedì 16 novembre 2021 - Longform

Cinema e calcio, mai come ora un binomio di successo. In attesa di vedere al cinema, il 24 novembre e poi su Netflix il 15 dicembre, l'autobiografico È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, in sala c’è già Zlatan di Jens Sjögren, sulla vita e la carriera del campione Zlatan Ibrahimovic, mentre su Amazon Prime Video è in testa alla classifica dei più visti Maradona: Sogno benedetto. Anche Ted Lasso, con i suoi 7 Emmy Awards, è stata la serie più vista su Apple Tv+ da luglio a settembre.

Ma ce n’è per tutti i gusti, dalla finzione al documentario ma anche alla pubblicità con la partnership tra Sony Pictures e AC Milan in occasione dell’uscita di Ghostbusters: Legacy, e, soprattutto, per tutte le tifoserie. Il 2021 infatti, oltre a ll Divin Codino dedicato a Roberto Baggio, è stato l’anno d’oro del campione della Roma omaggiato nel bel lavoro di Alex Infascelli, Mi chiamo Francesco Totti, David di Donatello come miglior documentario, che ha preceduto su Sky Atlantic la miniserie Speravo de morì prima sempre ispirata alla biografia "Un capitano" di Paolo Condò. E, a proposito di libri, è appena uscito "Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell'anno. Calcio e letteratura" di Alessandro Gnocchi che, per Baldini + Castoldi, coniuga il calcio con la poesia, la narrativa, la musica, la televisione e, ovviamente, il cinema.

MYmovies ricostruisce una panoramica sul rapporto tra cinema e calcio (tra passato e presente), proponendo 5 focus sul tema. Un appuntamento settimanale, ogni martedì, che ci accompagnerà fino all'uscita su Netflix dell'attesissimo film di Paolo Sorrentino.

Ecco tutti gli appuntamenti:
- MARADONA AL CINEMA (martedì 16 novembre)
- STORIE DRAMMATICHE, DENTRO E FUORI DAL CAMPO (martedì 23 novembre)
- LE COMMEDIE SUL PALLONE (martedì 30 novembre)
- ANIMAZIONE (martedì 7 dicembre)
- BIOPIC E DOCUMENTARI (martedì 14 dicembre)

Fischio d’inizio, comincia la partita.

 

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MARADONA AL CINEMA


IL DEBUTTO AL CINEMA ITALIANO DEL PIBE DE ORO
Naturalmente è El Pibe de Oro il calciatore che, più di ogni altro, è stato il protagonista di film e di documentari. Ma nessuno di questi ha lavorato, scavando nella memoria personale, come ha fatto Paolo Sorrentino che, con È stata la mano di Dio, fresco delle tre nomination agli European Film Awards e designato dall’Italia per la selezione del miglior film internazionale agli Oscar, intreccia le vicende, anche dolorose, della sua famiglia - la morte di entrambi i genitori per un incidente domestico mentre il futuro regista era allo stadio - con quella di Maradona nell’avventura con il Napoli. Sottolineando la simbiosi, tra un calciatore e un intero popolo, che non ha avuto eguali al mondo. Tanto che lo stesso Maradona appare per la prima volta nel cinema italiano nel 1999 in Tifosi di Neri Parenti, nei panni di se stesso, accanto a un'altra leggenda partenopea, Nino D’Angelo.

I CAMEI ARGENTINI
Ma, tre anni prima, era apparso in un cameo (come anche nell’improbabile commedia musicale del 1980 ¡Qué linda es mi familia! di Palito Ortega) nello scombiccherato El día que Maradona conoció a Gardel in cui il regista argentino Rodolfo Pagliere fa incontrare, in maniera fantasmatica, le due glorie nazionali. Sempre dall’Argentina arriva il primo documentario, Amando a Maradona di Javier Vázquez, sull’ampia parabola del grande calciatore, con la testimonianza dei familiari, degli amici e persino di Pelé, dagli anni al Boca Juniors nella sua Buenos Aires, dove era nato e cresciuto per le strade di Villa Fiorito, il legame con Cuba, l’arrivo al Barcellona, il gol del secolo con la Mano de Dios contro l'Inghilterra in Messico ’86 e la positività al doping ai Mondiali del 1994, la firma con il Napoli e il felice sodalizio non solo con una città ma con l’Italia intera.

L'UOMO, OLTRE AL CALCIO
Un’operazione simile, ma nel campo del cinema di finzione, l’ha realizzata nel 2007 Marco Risi con il biopic Maradona – La Mano de Dios in cui Marco Leonardi interpreta il calciatore in un film che non tralascia nulla della vita di Maradona, stupefacenti inclusi, e che, forse anche per questo, non uscì in Argentina. Più embedded l’anno seguente il documentario che porta nel titolo il senso del progetto, Maradona by Kusturica in cui il regista dell’ex Jugoslavia prova a raccontare prima l’uomo che il calciatore ma che, anche nell’intervista principale, pagata peraltro a peso d’oro, forse per un problema di lingua, non mette a fuoco e non coglie appieno le sfaccettature di un personaggio bigger than life.
Quasi dieci anni dopo i documentari iniziano, diciamo così, a specializzarsi come Maradonapoli di Alessio Maria Federici sulla storia d’amore tra il calciatore e il Napoli, iniziata il 30 giugno 1984 e mai interrotta. Un novello Che Guevara che si schiera con la gente che lo ripaga, non solo riempiendo il San Paolo fino all’inverosimile per vedergli fare due palleggi - la leggenda narra di quasi 100mila persone - ma  anche dando il nome di Diego a tanti figli. Tatuaggi viventi come quelli sulla pelle dei napoletani, come i murales con il numero 10 che si legge D10S, come, e forse più, di San Gennaro.

UNA FIGURA PARARELIGIOSA, TRA POLEMICHE E MATERIALE INEDITO
Insomma una figura parareligiosa che in sette anni ha regalato alla città due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana anche se, nel documentario, il calcio quasi non si vede, al contrario dell’omaggio nei titoli di testa di Santa Maradona di Marco Ponti sulle note dell’omonima canzone di Manu Chao, perché la lente d’ingrandimento è quella del ricordo popolare. Sempre molto legato all’esperienza partenopea è il documentario del premio Oscar (Amy) Asif Kapadia che, nei 130 minuti di Diego Maradona, condensa oltre cinquecento ore di materiale inedito messo a disposizione dalla famiglia del calciatore morto in questi giorni, il 25 novembre, del 2020. Proprio il racconto dell’avventura in Italia del calciatore argentino, negli episodi diretti anche da Edoardo De Angelis, nella serie attualmente tra le più viste su Amazon Prime Video, Maradona: Sogno benedetto, sta facendo sollevare qualche polemica. Ad esempio con la Lazio che ha addirittura diramato un comunicato ufficiale per stigmatizzare le parole pronunciate da Maradona, «oggi questi fascisti ci vogliono umiliare», che, scrive la società sportiva, «il campione argentino mai avrebbe pronunciato».

SORRENTINO OMAGGIA IL MITO
Ci sono però altre parole immaginarie, più belle, a cui possiamo legarci come quelle dell’omaggio che Paolo Sorrentino fece al nostro mito in Youth – La Giovinezza con il calciatore imbolsito, il volto è di Roly Serrano nell’iconica immagine in cui affiora nella stessa piscina che ospita Michael Caine e Harvey Keitel, che, quando gli viene chiesto a cosa stesse pensando, risponde: «Al futuro».
 

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STORIE DRAMMATICHE, DENTRO E FUORI DAL CAMPO


IL FILM DA RICORDARE: FUGA PER LA VITTORIA
Dopo Maradona qual è il primo calciatore che viene in mente? Pelè, giusto? Ecco, la presenza del grande calciatore brasiliano al cinema, ci porta immediatamente con la memoria a uno dei film più rappresentativi di questo nostro focus, Fuga per la vittoria di John Huston uscito nelle sale esattamente quarant’anni fa, l’anno prima della vittoria ai Mondiali dell’Italia in Spagna nel 1982. Esempio più unico che raro di opera che unisce gli alti ideali dello sport con quelli civili, di lotta e di liberazione. Ispirato a una partita realmente avvenuta nel 1942 a Kiev tra i calciatori russi e quelli dell’aviazione tedesca, Fuga per la vittoria, inizia in quell’anno in un campo di concentramento nazista dove il maggiore tedesco Von Steiner, interpretato da Max von Sydow, riconosce l’ex calciatore John Colby (Michael Caine) e gli propone di formare una squadra tra i prigionieri; c’è anche Sylvester Stallone all’apice della carriera grazie a Rocky e Rambo, per affrontare quella con i soldati tedeschi.
La partita si gioca nella Parigi occupata e per i tedeschi il risultato finale è già scritto. Ma quando c’è lo sport di mezzo, l’agonismo e la competizione vincono su tutto. Con un occhio a La grande fuga di John Sturges e un altro a Quella sporca ultima meta di Robert Aldrich, Huston si muove abilmente tra primi piani sui contrasti e i ralenti entrati nella storia del cinema, come quello di Pelè nella famosa rovesciata che preannuncia la vittoria. E la fuga.

LA SAGA DI GOAL!
Nel film ci sono tanti veri calciatori, Bobby Moore, Osvaldo Ardiles e Kazimierz Deyna, un po’ come in quella che è diventata una vera e propria saga, Goal!, il cui primo capitolo è diretto da Danny Cannon mentre gli altri due film della trilogia, Goal II - Vivere un sogno e Goal III: Taking on the World da Jaume Collet-Serra e da Andy Morahan. Anche qui, nel ruolo di se stessi, Beckham, Zidane, Ronaldo, Raul e Shearer, per raccontare la storia a lieto fine di un emigrato messicano negli Stati Uniti che sognava fin da bambino di diventare giocatore di calcio e finisce campione.

L'ITALIA É UNA REPUBBLICA FONDATA SUL PALLONE
Proprio come il titolo dell’esordio registico di Leonardo D’Agostini che, con Il campione (guarda la video recensione), fonde calcio e pedagogia raccontando una storia di formazione con il capriccioso e indisciplinato fuoriclasse della Roma, Christian Ferro, interpretato da Andrea Carpenzano, alle prese con l’esame di maturità da superare grazie alle lezioni private del professor Fioretti (Stefano Accorsi). E se è vero che l’Italia è una Repubblica fondata anche sul pallone, è proprio il nostro cinema ad aver realizzato il maggior numero di film sul calcio, in un rapporto altalenante di odio/amore con il pubblico che non sempre ne ha decretato il successo.
A partire dal lontano 1952 con Gli eroi della domenica di Mario Camerini, storia molto drammatica con il protagonista interpretato da Raf Vallone, precedentemente un vero calciatore professionista, che rischia la salute fisica per portare la sua squadra alla vittoria e mandare così all’aria un tentativo di corruzione da parte del mondo del calcio-scommesse. Nel film c’è praticamente tutta la squadra del Milan di quella stagione: Gunnar Gren, Gunnar Nordahl, Nils Liedholm, Lorenzo Buffon, Carlo Annovazzi, Omero Tognon, Luciano Scroccaro e l'allenatore Lajos Czeizler.

IL TIFO ESTREMO
Il mondo al di fuori di quello che viene chiamato “il calcio giocato” ha sempre avuto un ruolo di primo piano al cinema, così nel 1991 Ricky Tognazzi decide di raccontare il tifo più estremo e violento in Ultrà, immaginando una tifoseria della squadra della Roma, denominata Brigata Veleno, con protagonista assoluto Claudio Amendola nel ruolo del leader Principe. Il film però non piacque ai veri gruppi del tifo organizzato capitolino che davanti al cinema Royal srotolarono striscioni con su scritto “Questo film non ci appartiene”, segnando una frattura proprio con lo stesso Amendola che tutte le domeniche andava in mezzo a loro, in Curva Sud, allo stadio Olimpico. Piccola curiosità sul binomio cinema e calcio, dentro e fuori lo schermo, nel film c’è anche un cameo di Massimo Ferrero, produttore esecutivo di Ultrà e futuro presidente della Sampdoria.
Ci sono voluti quasi trent’anni perché l’esordiente Francesco Lettieri raccontasse in Ultras un’altra tifoseria, quella napoletana cha ha schermaglie piuttosto accese proprio con quella romana. Il film si concentra su uno dei capi della tifoseria che cerca di cambiare vita e racconta molto bene l’ambiente partenopeo grazie anche a una colonna sonora particolarmente curata con alcuni brani di Liberato, l’anonimo artista napoletano di cui Lettieri ha diretto tutti i videoclip.
Una doppietta che ricorda quella britannica sullo stesso tema e con lo stesso titolo, Hooligans, ma un film è del 1995 diretto da Philip Davis mentre l’altro, del 2005, da Lexi Alexander e lo si ricorda di più per via del protagonista interpretato da Elijah Wood e per il divieto ai minori di 18 anni per le violenze mostrate.

PERSONAGGI TRAGICI
Il calcio viene spesso utilizzato al cinema anche solo come cornice per raccontare le vicende di personaggi eterogenei come quelli in attesa della finale di Champions League in Ultimo stadio di Ivano De Matteo oppure quelli degli amici che rivedono vent’anni dopo la semifinale dei Mondiali di Messico 1970 in Italia-Germania 4-3 di Andrea Barzini. Più centrato sull’oggetto del calcio il recente La partita di Francesco Carnesecchi che cerca di mescolare la parabola sportiva con quella del mondo della periferia romana allo sbando, tra crisi economica e violenza.
Ma forse chi più di ogni altro è riuscito a delineare la tragicità di un personaggio all’interno del sistema calcio è stato Paolo Sorrentino, esordiente con L’uomo in più, unico suo film girato a Napoli vent’anni prima di È stata la mano di Dio. Il regista napoletano costruisce la storia parallela di due omonimi Antonio Pisapia, uno calciatore timido e introverso interpretato da Andrea Renzi, l’altro da Toni Servillo, esattamente all’opposto, cantante di musica leggera. S’incroceranno una sola volta prima che il calciatore si tolga la vita dopo aver concluso la carriera sportiva per un grave infortunio e aver perso la moglie che lo ha lasciato per un altro. Un personaggio triste, solitario y final, un uomo privo di furbizia e scaltrezza, doti richieste per sopravvivere in quel mondo, ieri come oggi, che ricorda da vicino quello di Agostino Di Bartolomei. «Sono in un tunnel senza fine. Non vogliono farmi rientrare nel mondo del calcio», questo il messaggio lasciato dall’ex capitano della Roma prima di spararsi al petto con una Smith e Wesson a soli 39 anni, il 30 maggio 1994.

 

LE COMMEDIE SUL PALLONE


IL CULT: L’ALLENATORE NEL PALLONE
Ridere con e sul calcio, smitizzare tutto, mettere alla berlina allenatori, presidenti, calciatori e, ovviamente arbitri. Il cinema italiano è quello che ha dato di più, in questo senso, al binomio commedia e calcio. Il film simbolo è sicuramente L'allenatore nel pallone, diretto da Sergio Martino solo due anni dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 1982. Lino Banfi interpreta uno dei personaggi più emblematici della sua carriera, l’allenatore Oronzo Canà, mediocre mestierante chiamato a guidare la squadra della Longobarda arrivata in serie A.
Grazie anche alla presenza di grandi caratteristi come Andrea Roncato, Gigi Sammarchi e Camillo Milli, insieme ai cammei di Nils Liedholm, Giancarlo De Sisti, Zico, Carlo Ancelotti, Aldo Biscardi e Roberto Pruzzo, il film diventa subito un cult, al contrario dello stanco sequel del 2008, rimanendo ancora oggi il più citato - la mitica bizona con lo schema 5-5-5 per confondere gli avversari e i nomi dei giocatori come l’asso brasiliano Aristoteles - dagli amanti del calcio. Banfi si muove su un registro ironico e leggero che evidenzia tutte le peculiarità per cui è così popolare insieme a un lavoro di sceneggiatura per nulla banale in cui la comicità nelle gag viene da lontano, con le parole che seguono i fatti, come nella celebre scena finale in cui Canà portato in spalla in trionfo urla: «Mi avete preso per un coglione» e tutti gli dicono «ma no, sei un eroe». Però lui si riferiva ad altro, ancora più prosaico e letterale.

I PREDECESSORI: TOTÒ E ALBERTO SORDI
L’allenatore nel pallone ha un padre cinematografico – il ‘nonno’ è sicuramente Totò, tirchio presidente della squadra di calcio dilettantistica del Cerignola in Gambe d’oro di Turi Vasile – ossia Il presidente del Borgorosso Football Club del 1970 diretto con cinica spietatezza da Luigi Filippo D'Amico. Si racconta, in chiave di commedia agrodolce, del mondo del calcio di provincia con il pittoresco presidente Benito Fornaciari, interpretato da Alberto Sordi, che è il ritratto sempreverde dei suoi colleghi reali, per esempio Lotito, Gaucci o Cellino. Come in tutti i film sul calcio che si rispettino anche qui ci sono dei cammei, i giocatori Aldo Bet e Sergio Santarini, ma c’è addirittura il leggendario Omar Sívori, l’attaccante della Juventus soprannominato El Cabezón per la folta capigliatura, ingaggiato dal presidente per risollevare le sorti della squadra in crisi.

ABATANTUONO ECCEZZZIUNALE… VERAMENTE
A proposito di pettinature non possiamo certo dimenticare quella imbizzarrita di Diego Abatantuono che, in Eccezzziunale... veramente, film a episodi diretto nel 1982 da Carlo Vanzina, interpreta il triplice ruolo dei tifosi sfegatati, il milanista Donato, l'interista Franco e lo juventino Tirzan. Insieme a tre spalle d’eccezione, Massimo Boldi, Ugo Conti e Teo Teocoli, Abatantuono, anche in terrunciello-style con tanto di canzone spassosa cantata da lui («So’ uno strano animale/so’ un tip’eccezziunale/so’ il re del quartiere/dettengo il potere./Se perto la pazienza/mi scatta la viulenza ah aaah»), mette al servizio del film tutte le sue grandi doti comiche. La curiosità è che il produttore Claudio Bonivento aveva in mente di realizzare un film in quattro episodi con Carlo Verdone, Massimo Troisi, Roberto Benigni e, appunto, Diego Abatantuono. Dopo il rifiuto dei primi tre, lo sceneggiatore Enrico Vanzina decise dunque di concentrarsi solo su Abatantuono, regalandogli uno dei maggiori successi popolari della sua carriera.

IL CALCIO GROTTESCO E NON SOLO
In questa carrellata di film che analizzano tutte le componenti del mondo del calcio, dai presidenti agli allenatori agli ultras, non può mancare, oltre al grottesco L’arbitro di Paolo Zucca con un corrotto direttore di gara interpretato da Stefano Accorsi, Ultimo minuto di Pupi Avati. In questo caso entriamo ancora più nel dettaglio delle professionalità del calcio con Ugo Tognazzi che interpreta il direttore sportivo di una squadra di calcio della Serie A in crisi e, per questo, in rotta di collisione con il presidente (Lino Capolicchio). Scritto dai fratelli Avati insieme a un giornalista sportivo di razza come Italo Cucci, il film, che non fu un successo al botteghino, mostra proprio questo mondo mediatico con i cammei del leggendario radiocronista di Tutto il calcio minuto per minuto Enrico Ameri insieme agli altrettanto mitologici Aldo Biscardi, Enrico Mentana, Ferruccio Gard, Michele Plastino...

FUORI DALL’ITALIA: DA KEN LOACH A GURINDER CHADHA
Anche fuori dall’Italia ci sono parecchie commedie sul calcio, molto eterogenee come il portoghese Diamantino - Il calciatore più forte del mondo di Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt, curioso esperimento tra il grottesco e il fantastico, genere quest’ultimo utilizzato a sorpresa da Ken Loach che, in Il mio amico Eric, fa materializzare davanti al protagonista addirittura Éric Cantona, l’idolo del Manchester United dispensatore di filosofici consigli in carne e ossa. In Shaolin Soccer di Stephen Chow si abbina incredibilmente il il kung fu al calcio mentre in Sognando Beckham, della regista Gurinder Chadha, si tocca il tema del calcio al femminile con Jess (Parminder Nagra) che, grazie alla sua amica Jules (Keira Knightley), sogna di diventare una campionessa come l’adorato David Beckham.
Ma la commedia in qualche modo più profonda è sicuramente Febbre a 90° di David Evans, tratto dall'omonimo romanzo di Nick Hornby, in cui la vita del protagonista, un docente interpretato da Colin Firth, segue alti e bassi che, in parallelo, sono esattamente gli stessi della sua idolatrata squadra di calcio dell’Arsenal. Il calcio come la vita, e viceversa.

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