Se non ce la fa con Revenant - Redivivo davvero non ce la fa più, se con questo film Leonardo DiCaprio non vince un Oscar forse dovrà aspettare il tramonto della propria carriera e la statuetta onoraria. Revenant è un film dalla lavorazione impossibile, durissimo ma impressionante e sofisticato nel suo impatto visivo, stilisticamente audace e produttivamente ambizioso. C'è tutto per garantire una campagna-Oscar all'altezza delle aspettative. In più va aggiunto che DiCaprio ha lavorato molto accuratamente per far sapere che tutto quello che ha dovuto fare l'ha fatto sul serio: poca computer grafica, molto duro lavoro.
Nei panni di un trapper di inizio ottocento che deve scortare un gruppo di uomini attraverso i ghiacci, Leonardo DiCaprio ha messo in scena la sopravvivenza. Il suo Hugh Glass rimane mortalmente ferito dall'attacco di un orso e quindi abbandonato dai compagni, da solo nell'immensità ghiacciata non morirà ma anzi lotterà per sopravvivere senza niente. Quello di Revenant è un ruolo di pochissime parole e molta durezza, promette di essere un confronto corporale epico tra uomo e natura, praticamente la totale trasfigurazione di un attore che nasceva come teen idol e che si è portato appresso troppo a lungo quell'etichetta. Da tempo ormai Leonardo DiCaprio non sceglie i ruoli più semplici o quelli più leccati, anzi ama sporcarsi le mani quanto più possibile. Lo stesso l'Academy sembra non recepirlo e non amarlo.
Abbiamo radunato le 10 volte in cui poteva ambire all'Oscar ed è rimasto a bocca asciutta, considerando sia quando è stato nominato (i primi 4 casi) sia quando nemmeno era in corsa.
The Wolf of Wall Street
(possibilità di vincere: ottime)
Un film potente con un protagonista forte e preso dalla vita reale, un ruolo poco trasformista ma che richiedeva grandi sforzi espressivi. Sembrava davvero la volta buona per Leonardo DiCaprio, giustamente nominato come Miglior attore, sembrava davvero giunto il suo momento, mai una sua interpretazione aveva incrociato così bene il ruolo da Oscar con la performance effettivamente meritevole.
Nel film di Martin Scorsese infatti DiCaprio interpreta un uomo che compie il salto da broker spietato a creatore di un impero finanziario basato su strategie poco limpide e un approccio completamente diverso alla finanza. Portatore sano di uno stile di vita amorale alimentato da fiumi di droghe, Jordan Belfort richiedeva una certa elettricità per essere portato in scena e a parere quasi unanime della criticaDiCaprio ce l'aveva messa. Anche le scene "da Oscar" sembravano pronte, dal momento in cui è paralizzato per una dose eccessiva di Quaalude fino all'esaltazione che mette nei discorsi. Se tante volteDiCaprio l'Oscar l'ha cercato, girando molto vicino ai canoni che vengono più facilmente premiati dall'Academy, questa volta sembrava meritarlo effettivamente. Anche la vittoria del Golden Globe aveva messo tutti sul chi va là. Invece...
Il punto è che nell'edizione 2014 degli Oscar i suoi rivali erano di grandissimo livello. Sembravano tutti destinati alla vittoria: Chiwetel Ejiofor, era perfetto il premiato nel ruolo dello schiavo afroamericano nella pellicola beniamina di quell'edizione, 12 anni schiavo, ma non vinse; Bruce Dern per Nebraska aveva il beneficio di anni di grande professionismo non riconosciuto, in uno dei suoi ultimi ruoli poteva meritare il premio per la carriera e per il sentimentalismo che lega molti dei giurati al passato del cinema, ma non lo vinse; Christian Bale, un altro accanito pretendente agli Oscar, aveva messo a segno una grandissima interpretazione anche mimetica, ingrassando, per American Hustle ma senza successo; fu allora Matthew McConaughey e il suo dimagrimento per Dallas Buyers Club, unito all'incredibile storia della riscossa da attore scemo per filmetti scemi a grande interprete contro il pregiudizio di tutti, a vincere i cuori dei giurati.
The Aviator
(possibilità di vincere: ottime)
Ad Hollywood c'è una cosa che piace più di tutte: Hollywood. La mecca del cinema ama celebrare se stessa o ancora meglio il suo glorioso passato, il luogo da cui viene per non dire proprio l'epoca della giovinezza di molti dei giurati. The Aviator aveva dunque gioco facile nel mettere in scena la storia di Howard Hughes, imprenditore folle e regista di film incredibili e ambiziosi, pienamente hollywoodiani nella ricerca di uno spettacolo ai limiti del credibile. Leonardo DiCaprio fu nominato e pareva per la prima volta in carriera davvero in corsa per il premio.
Ad anni di distanza forse quell'interpretazione non andrebbe di diritto tra le migliori dell'attore, tuttavia aveva il giusto mix di fascino ed espressionismo che tendono a far meritare un premio. Soprattutto il suo Howard Hughes aveva una caratteristica fondamentale per aggiudicarsi la statuetta: aveva un'evoluzione. Passava dall'essere sano all'essere matto, mostrava piccoli germi di follia e lentamente incarnava il decadimento mentale con un decadimento fisico. Ma non fu abbastanza.
Lo sgarbo fu infatti veramente grande quell'anno. Contro DiCaprio c'erano concorrenti non troppo duri da battere. Si andava dal Johnny Depp di Neverland, che metteva in scena il mondo dello scrittore di Peter Pan con il consueto istrionismo ma senza la pregnanza dei ruoli che in passato l'avevano fatto brillare, al Clint Eastwood di Million Dollar Baby, forse l'unico in grado davvero di mettergli paura, anche se in un film magnifico la sua interpretazione era molto controllata, non delle più memorabili e abbastanza defilato per lasciare spazio alla vera protagonista, cioè Hilary Swank (che infatti vinse). C'era Don Cheadle per Hotel Rwanda mai veramente uno sfidante di peso, troppo fuori dai giochi come personalità, troppo poco potente il film in cui era inserito e troppo poco clamoroso il ruolo e infine colui che vinse, Jamie Foxx in uno dei suoi ruoli più dimenticabili, quello di Ray Charles in Ray. In un duello tra biopic vinse quello più strappalacrime e scontato con l'interpretazione di gran lunga meno complessa e fantasiosa.
Blood Diamond
(possibilità di vincere: scarse)
Fu un anno stranissimo il 2007 per gli Oscar. Leonardo DiCaprio arrivava con due film di cui uno solo gli valse la nomination, forse il meno potente. Tra Blood Diamond e The Departed infatti l'Academy scelse il primo. La storia era una di denuncia sociale, un film che metteva alla berlina ciò che accade in Africa nel business dell'estrazione di diamanti, unendo avventura, esotismo e politica internazionale. C'era l'impegno di una grande star e c'era la causa universalmente ritenuta giusta e anche un filo di diritti umani.
DiCaprio però realmente in quel film non brillava, molto più memorabile erano il ruolo e l'interpretazione di Djimon Hounsou. Nonostante fosse titolarmente protagonista suonava in realtà come coprotagonista. Dall'altra parte con The Departed avrebbe avuto forse più chance anche perché supportato da una macchina promozionale non da poco, quella che valse a Martin Scorsese (altro storico escluso dalle premiazioni americane) il suo primo Oscar come Miglior regista.
I rivali di quell'anno erano nominalmente molto forti eppure quasi tutti protagonisti di film poco memorabili. Se Peter O'Toole più che il ruolo in Venus aveva dalla sua l'età e quindi la componente sentimentale (ma non gli fruttarono granchè), un imberbe Ryan Gosling era letteralmente mandato a fare carne da macello con Half Nelson, messo tra i grandi per essere solo uno sparring partner. Era semmai Will Smith a poter rivendicare il premio più di DiCaprio, per il ruolo in La ricerca della felicità. Eppure alla fine fu Forest Whitaker a vincere per L'ultimo re di Scozia, ruolo non eccezionale per un attore che invece un premio grande lo ha sempre meritato ed era ora che potesse vantare l'Oscar nel suo curriculum.
Buon compleanno Mr. Grape
(probabilità di vincere: quasi nulle)
Forse è questo il peccato primigenio, la prima nomination che non si tramutò in premio, momento in cui forse DiCaprio si è innamorato per la prima volta dell'idea di poterla in fondo vincere quella statuetta. Aveva 19 anni e aveva recitato al fianco di Johnny Depp sostenendo assieme a lui l'intero film. Benché non fosse protagonista, in Buon compleanno mr. Grape, la sensazione era che buona parte del film gravitasse intorno a lui, era senza dubbio Johnny Depp a dare la spinta a quella gravitazione eppure il fratello minore di DiCaprio, come spesso capita alle spalle, faceva da asse per la rotazione, e l'attore 19enne aveva dimostrato di poterlo sostenere benissimo. Lasse Hallstrom, maestro di una lacrima per ogni sorriso, l'aveva voluto per creare il contrasto che serviva con la vita romantica del protagonista, ma DiCaprio aveva dimostrato di essere anche più di quello. Insomma era la sorpresa e insieme la rivelazione dell'anno, era il beniamino di Hollywood ma di certo non un vero contendente, più un nome da mettere lì per annunciare un rinnovo che poi sarebbe arrivato chissà quando nel futuro.
In realtà la categoria del Miglior Attore Non Protagonista quell'anno era piena di ottimi attori in ottimi film. Oltre a DiCaprio era nominato Pete Postlethwaite per Nel nome del padre, interpretazione maiuscola che fu la vera esclusa della cerimonia. Accanto a lui Ralph Fiennes presenziava come rappresentante del film che vinse quasi tutto quell'anno, Schindler's List e John Malkovich aveva messo al sicuro la sua presenza nella cinquina con un gran ruolo in Nel centro del mirino. Con poche sorprese vinse invece Tommy Lee Jones, attore mai troppo celebrato per gli standard hollywoodiani, che prese il premio con un film di quelli che raramente conducono a statuette, cioè Il fuggitivo. Nella sfida tra giganti del non protagonismo (almeno all'epoca) DiCaprio non era stato nemmeno considerato.
La stanza di Marvin
(probabilità di vincere: buone)
La prima volta che Leonardo di Caprio è stato snobbato in toto dall'Academy, non meritando nemmeno una nomination, invece aveva solo 22 anni, era stato già nominato una volta per Buon compleanno mr. Grape e con La stanza di Marvin sembrava avere ancora più probabilità di competere. Il ruolo era infatti di quelli buoni, non un protagonista ma magari un ottimo non protagonista, accanto aveva Meryl Streep che faceva girare tutto il film con un ottimo passo e a lui spettava il ruolo fragile e bello, adorabile e malato. Tuttavia era il 1996, l'anno di Romeo + Giulietta, il successo incredibile di Baz Luhrmann che l'aveva catapultato su tutte le copertine. Leonardo DiCaprio era un teen idol potentissimo, il ruolo nel film di Jerry Zaks veniva eclissato rispetto al baccano mediatico che era scoppiato attorno al film tratto da Shakespeare e il suo destino attoriale sembrava molto più in linea con i film commerciali che quelli da Hollywood impegnata.
La concorrenza nella categoria dei migliori attori non protagonisti non era nemmeno delle più terribili per quanto un premio era comunque difficile. Se a vincere infatti fu l'epico ruolo di Kevin Spacey in I soliti sospetti, modello aureo di premiazione che convince pubblico e critica, lanciando un talento cristallino, tra i nominati non c'erano solo corazzate impossibili da scalfire. In quell'anno infatti Brad Pitt compariva tra i nominati per L'esercito delle dodici scimmie, ruolo del matto ma non raffinato e realista come l'Oscar pretende, più folle e scriteriato nell'ottica espressionista di Terry Gilliam. Compariva Tim Roth con Rob Roy, film non memorabile ma parte di assoluto rispetto, un'altra spanna rispetto alla concorrenza e anche James Cromwell per Babe, maialino coraggioso, avversario non certo impossibile da battere come del resto Ed Harris per Apollo 13, film (quello sì) beniamino dell'Academy.
Titanic
(probabilità di vincere: più che buone)
Il ruolo di una vita, almeno per la prima parte della sua carriera. Un film che metteva d'accordo sia un pubblico immenso che tutto l'establishment hollywoodiano. Ben 14 nomination di cui 11 andate a buon fine e diventate premio. Quasi tutti gli attori almeno nominati tranne DiCaprio.
Con il film che sembrava una corazzata Leonardo DiCaprio non arrivò nemmeno ad aspirare al premio, tenuto alla larga da una cerimonia che sembrava comprendere tutto di Titanic, il film monumentale che celebrava il passato dell'America e il presente del cinema con le nuove tecnologie sempre più presenti e raffinate. Non si trattava nemmeno di discutere la bontà dell'interpretazione di Jack Dawson, quanto di riconoscere che l'importanza del ruolo e il peso dell'attore nel funzionamento di quella macchina da guerra che fu il film di Cameron. Snobbato incomprensibilmente e tenuto alla larga dalla festa di un film che inizialmente sembrava gli avrebbe spianato la strada verso la cerimonia. DiCaprio aveva 23 anni e già si trovava di fronte alla seconda assurda esclusione.
E non si può nemmeno dire che fosse stata un'edizione conservatrice in materia di nomination perché tra i migliori attori protagonisti quell'anno figurava anche Matt Damon per il suo primo ruolo importante, Will Hunting - Genio ribelle, al pari di due roccaforti incrollabili della nomination come Robert Duvall per L'apostolo e Dustin Hoffman per Sesso e Potere. Tutti possibili vincitori ma nessun trionfatore designato, anche Peter Fonda, il grande vecchio che era nominato per L'oro di Ulisse, non sembrava avere chissà che chance di giungere ad una vittoria che alla fine andò meritatamente a Jack Nicholson, attore di comprovata grandezza e indiscusso merito, che però lo prese per la leggerissima parte in Qualcosa è cambiato.
In questa cinquina non certo impossibile la mancata presenza di DiCaprio a fronte dell'eco, del richiamo, del successo e degli onori che l'Academy stessa tributò a Titanic fu assurda.
Gangs of New York
(probabilità di vittoria: scarse)
Un curriculum pieno di ruoli commerciali e interpretazioni per lo più non clamorose in film importanti veniva lavato tutto di un colpo: Leonardo DiCaprio era stato scelto come protagonista da Martin Scorsese per il suo epico racconto della fondazione di New York (e quindi per esteso di un certo tipo di multiculturalità americana) e contemporaneamente da Steven Spielberg per Prova a prendermi.
Rappresentante wasp nel crogiolo di razze etnie ed intenti che aveva messo in scena il film di Scorsese, per l'ennesima volta Leonardo DiCaprio non fu nemmeno considerato, 10 nomination per quel film ma non una per lui. Messo in ombra da Daniel Day-Lewis fu così dimenticato. Alla fine poi Gangs of New York da quelle 10 nomination comunque non riuscì a portare a casa niente.
Dall'altra parte Prova a prendermi non ebbe tutta questa considerazione dall'Academy e quindi non fu utile alla causa. E dire che dei due ruoli sicuramente era il più complesso e sfaccettato, il più maturo e meritevole.
Fu dunque Daniel Day Lewis il candidato per Gangs of New York, l'uomo scelto per fare da front-runner per il film ma senza successo, contro di lui c'era una selezione durissima che difficilmente, qualora fosse arrivato alle nomination, Leonardo DiCaprio avrebbe potuto sormontare. Jack Nicholson aveva definitivamente cambiato carriera e lo dimostrava con il primo ruolo "anziano" in A proposito di Schmidt, una vera novità per la sua maschera; Nicolas Cage aveva interpretato due gemelli nel bellissimo Il ladro di orchidee, si era sdoppiato e aveva creato due ruoli con una sola parte e Michael Caine aveva portato in sala The Quiet American, uno dei suoi ruoli più sofferti tra quelli dell'ultimo periodo. Per tutti questi però non ci fu nulla da fare di fronte ad Adrien Brody e la celebrazione di un sopravvissuto in Il pianista.
Revolutionary road
(probabilità di vittoria: quasi nulle)
Il grande ritorno in coppia con Kate Winslet in un film che era valso a Micheal Shannon la vittoria come Miglior Attore Non Protagonista, segno che Revolutionary Road fu visto a sufficienza dai giurati per ambire al massimo riconoscimento. Tuttavia l'adattamento letterario e il racconto di una storia tutta americana, di sogno infranto, desiderio di diversità, stile di vita statunitense e arrivo del benessere di massa non convinse nessuno. Messo in ombra dalla grandissima prestazione di Kate Winslet, Leonardo DiCaprio dovette anche vivere il doppio smacco di vederla trionfare e prendere la statuetta (anche se formalmente è stato per un altro ruolo interpretato in quello stesso anno, cioè la protagonista di The Reader - A voce alta).
Il ruolo di Frank Wheeler aveva il giusto tasso di impegno ma forse nessuna delle caratteristiche più importanti per un premio: non faceva parte di una grande realtà storica, non era un'interpretazione che trasfigura volto e corpo, non era un soggetto affetto da handicap o malattie gravi (come invece il matto di Michael Shannon), non era parte di una minoranza nè implicava un grande cambio di registro per l'attore.
C'erano però dei pezzi da novanta quell'anno in competizione e per la prima volta l'esclusione è sembrata più che legittima. Il grande Frank Langella infatti era in corsa con il ruolo di Richard Nixon in Frost/Nixon - Il duello, l'ancor più sottovalutato Richard Jenkins inseguiva il suo primo riconoscimento importante con un film forse troppo piccolo come L'ospite inatteso, mentre un colosso di Hollywood come Brad Pitt aveva dietro di sè l'epica parabola al contrario di Il curioso caso di Benjamin Button, in cui sperimentava nuove tecnologie, tornava indietro nel tempo e affrontava una vita intera in un film. Addirittura non riuscì a vincere nemmeno il grandissimo Mickey Rourke con il suo struggente The Wrestler perché di fronte al biopic di conquista dei diritti civili con protagonista appartenente a minoranza morto ucciso nessuno può nulla. Fu quindi Oscar per Sean Penn in Milk.
J. Edgar
(probabilità di vincere: ottime)
Con Clint Eastwood arriva l'ennesima medaglietta da appuntarsi, l'ennesimo grande autore della storia del cinema americano che benedice DiCaprio scegliendolo come protagonista assoluto del suo film. In più J. Edgar sembra davvero la prima volta in cui DiCaprio ha scelto un ruolo con il preciso intento di vincere l'Oscar, talmente è lontano dagli standard dei suoi eroi e dei suoi ruoli e talmente è diverso il film da quelli cui è abituato. J. Edgar era invece molto vicino alle parti che tendono a conquistare i giurati. Non solo un ruolo che racconta una persona vera in un film biografico, ma anche una questione politica, una figura controversa e ancora di più una recitazione mimetica che usa trucco ed espressioni facciali per diventare qualcuno già presente nella memoria collettiva.
Quello di Hoover era il ruolo da Oscar, quello che non doveva fallire in nessuna maniera e che invece fallì clamorosamente non arrivando nemmeno alle nomination.
Nello stesso anno in cui Meryl Streep veniva premiata per la medesima scelta, il ruolo mimetico e l'interpretazione di un politico in The Iron Lady, le nomination al maschile non erano un circolo inaccessibile. Se è vero che Gary Oldman con La talpa era forse il vincitore più giusto e più atteso, George Clooney con Paradiso amaro e Brad Pitt con L'arte di vincere avevano preso una nomination con pochissime speranze concrete, film indipendenti e non tagliati per la grande campagna necessaria a conquistare la statuetta. Demian Bichir con Per una vita migliore sembrava poi davvero un prestanome per non candidare DiCaprio. È comunque probabile che anche qualora fosse stato nominato alla fine lo strapotere autocelebrativo di The artist avrebbe avuto lo stesso la meglio, portando alla vittoria Jean Dujardin, ma la partita sarebbe stata senz'altro aperta.
Django Unchained
(probabilità di vittoria: buone)
Il cattivo. Non l'aveva mai interpretato con tale convinzione. E non un cattivo generico ma il male più radicato nella cultura americana, la figura più esecrabile: lo schiavista. Con Django c'è il passaggio dall'altro lato, altra dinamica che solitamente tende a valere un premio. La faccia pulita e il bravo ragazzo per eccellenza diventa il male personificato e senza risparmiarsi. Ribaltando il gioco completamente passa dal fidanzatino d'America allo spauracchio. Sotto il mantello di Tarantino si ritrova per le mani un gran ruolo che non vuole mezze misure.
Ancora un grande autore, ancora una benedizione e ancora una nuova strada battuta tra quelle che più facilmente conducono all'Oscar e ancora niente di fatto. Nemmeno la nomination.
Sarebbe stato lo slot del miglior attore non protagonista quello deputato stavolta ma davanti a lui Leonardo DiCaprio si trova Christoph Waltz, che nello stesso suo film ha una parte più clamorosa e gode di certo di molti più favori a Los Angeles. Lui vincerà la statuetta finale trionfando su sfidanti mai davvero in partita. A prendere il posto di DiCaprio infatti c'erano il grande vecchio Alan Arkin in Argo, lui sì forse poteva arrivare al premio, Robert De Niro e il suo padre scommettitore incallito in Il lato positivo, una delle migliori prestazioni di Phillip Seymou Hoffman, cioè l'imbonitore e creatore di sette di The master e il sempre enigmatico Tommy Lee Jones di Lincoln. Nulla di inavvicinabile se si considera l'eco dell'attore e lo sforzo fatto per Django.hhhhhhhhhhjjjjjjjj