Lo sguardo è ostinato. È una finestra sul cortile dove tutti sono (siamo?) complici di uno sterminio tra un programma tv e l’altro. La scelta di posizionare la macchina da presa su tetti di Tel Aviv da parte dei registi di Naza, Yuval Abraham e Rachel Szor, è una postura morale come avrebbe certamente confermato il suo teorico, il grande critico francese Serge Daney.
Sono solo parole quelle che sentiamo ma che, in qualche modo, ‘vediamo’ dal tetto di una palazzina della città, centro economico e di potere dello Stato di Israele.
Ventiquattro tra militari e ufficiali dell’intelligence raccontano, sagome in controluce con lineamenti ridisegnati, come la voce e la grafia, proprio dal’Intelligenza Artificiale, vera protagonista del documentario, quello che fanno ogni giorno, pianificando l’uccisione di militanti del movimento terroristico di Hamas a Gaza e accettando le conseguenti vittime collaterali, i cosiddetti Naza appunto.
Dopo il pogrom del 7 ottobre del 2023 in cui Hamas ha ucciso 1200 tra civili e militari israeliani, rapendone circa 250, la tolleranza dell’esercito israeliano sulle vittime collaterali si è fatta molto più lasca (una testimonianza parla addirittura di 500 Naza a fronte di un importante obiettivo di Hamas).

