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martedì 22 settembre 2026 - Focus

Naza, il lato invisibile della guerra: algoritmi, droni, vittime collaterali e una fredda logica di disumanizzazione

Dai tetti di Tel Aviv, Abraham e Szor raccontano una guerra combattuta a distanza, dove droni e parole anestetizzanti cancellano progressivamente il volto delle vittime. Premio della Giuria a Venezia 83 e al cinema solo il 28, 29 e 30 settembre.
di Pedro Armocida

Rachel Szor Regista del film Naza.

Lo sguardo è ostinato. È una finestra sul cortile dove tutti sono (siamo?) complici di uno sterminio tra un programma tv e l’altro. La scelta di posizionare la macchina da presa su tetti di Tel Aviv da parte dei registi di Naza, Yuval Abraham e Rachel Szor, è una postura morale come avrebbe certamente confermato il suo teorico, il grande critico francese Serge Daney.

Sono solo parole quelle che sentiamo ma che, in qualche modo, ‘vediamo’ dal tetto di una palazzina della città, centro economico e di potere dello Stato di Israele.

Ventiquattro tra militari e ufficiali dell’intelligence raccontano, sagome in controluce con lineamenti ridisegnati, come la voce e la grafia, proprio dal’Intelligenza Artificiale, vera protagonista del documentario, quello che fanno ogni giorno, pianificando l’uccisione di militanti del movimento terroristico di Hamas a Gaza e accettando le conseguenti vittime collaterali, i cosiddetti Naza appunto.

Dopo il pogrom del 7 ottobre del 2023 in cui Hamas ha ucciso 1200 tra civili e militari israeliani, rapendone circa 250, la tolleranza dell’esercito israeliano sulle vittime collaterali si è fatta molto più lasca (una testimonianza parla addirittura di 500 Naza a fronte di un importante obiettivo di Hamas).

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In foto una scena del film Naza di Rachel Szor e Yuval Abraham.

In una spersonalizzazione della guerra che utilizza l’Intelligenza Artificiale e i joystick dei droni per colpire a non più di 60 chilometri di distanza, sulla stessa costa bagnata dallo stesso mare. 72.000 morti, molti ancora sotto le macerie.

La macchina da presa scandaglia le finestre dei palazzi e dei grattacieli di Tel Aviv all’ora di cena, mani che tolgono le briciole da un tavolo nel tempo dei telegiornali puntati su Benjamin Netanyahu detto Bibi, il Primo Ministro israeliano che a giorni, il 27 ottobre, alle elezioni, si gioca il suo settimo mandato e anche per questo si è scagliato contro gli autori di Naza insieme a molti suoi ministri. 

Le immagini ci raccontano anche di una quotidianità che immaginiamo sia impensabile a Gaza.

Certo anche qui suonano le sirene, ronzano i droni, si percepiscono echi di elicotteri e di missili palestinesi. Come in La zona d'interesse, capolavoro di Jonathan Glazer tra i produttori esecutivi di Naza, noi non vediamo praticamente mai l’orrore ma lo percepiamo attraverso il suono.

I registi israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham insieme al produttore Jonathan Glazer (a sinistra) durante l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Lì i rumori, ad esempio degli inceneritori di Auschwitz, accordati dal sound designer premiato con l’Oscar Johnnie Burn (c’è sempre lui dietro a un altro film in concorso, come lo è stato Naza, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Ink di Danny Boyle), sono il tappeto sonoro dietro magari a uno splendido giardino fiorito, qui l’eco dei racconti, spesso asettici dei militari israeliani, costruiscono nello spettatore immagini vivide di morte in diretta come quando un militare ricorda di aver visto un bambino palestinese mangiato dai cani dopo essere stato ucciso per aver superato una linea immaginaria in coda per un pasto o quando viene citata la tecnologia all’avanguardia di Lavender, il programma che entra nei cellulari palestinesi e individua, attraverso un algoritmo, i militanti di Hamas.

E se una bambina esclama “papà è a casa”, sai già che qualche minuto dopo sarà spazzata via dentro a una parola, Naza appunto, una vittima collaterale grazie all’altro sistema che si chiama, in maniera beffarda, Homeland e spia l’audio dei telefoni.

La disumanizzazione dei conflitti contemporanei raggiunge qui l’apice, anche lessicale. Meglio un acronimo di una parola che è un concetto vivo, perché ‘collaterale’ è una persona che, etimologicamente, sta ‘di fianco’ a qualcuno, come una figlia, un figlio, una moglie. Nel posto giusto, al momento sbagliato della Storia.

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