A 57 anni, l'attore mette da parte l'estetica patinata di Hollywood per calarsi in un ruolo anticonvenzionale e spiazzante. Dal 12 agosto al cinema.
di Davide Zazzini
Randolph, ovvero Robin Hood, è un uomo invecchiato e smarrito. Rifiuta il suo passato di fuorilegge al servizio dei deboli perché non si perdona la striscia di sangue che ha causato. Postumo di sé stesso, pensa e cerca solo la morte. Sconta il prezzo di una fama che non capisce e, soprattutto, è condannato a errare e uccidere per sopravvivere.
Con lo smitizzante, crepuscolare, ultraviolento Robin Hood – Il prezzo del sangue di Michael Sarnoski (Pig – Il piano di Rob, A Quiet Place – Giorno 1), Hugh Jackman a 57 anni si conferma un interprete eclettico e trasformista: dismette la spavalderia sorniona, la scaltrezza intuitiva (The Prestige), l’aitanza piaciona (Someone Like You), la galanteria nobiliare (Kate & Leopold), il magnetismo straripante (The Greatest Showman), per votarsi qui a uno spaventoso registro in levare, asciutto nelle parole, fondato su silenzi inquietanti, sguardi vitrei e possanza fisica.
Dagli artigli alle frecce, l’associazione più facile è con Wolverine. Soprattutto in Logan, Jackman è un uomo inaridito che rimpiange un passato perduto. Qui, però, la scelta è estrema: l’attore smantella il ruolo da protettore di tutta la saga, come l’icona del fuorilegge generoso che ne caratterizza la filmografia: dal celebre classico Disney, passando per il probo e innamorato Costner Principe dei ladri, fino all’origin story di Scott con un indomito e romantico Crowe.
Il Robin Hood di Jackman, invece, sormontato da chioma e barba argentea, ostenta brutalità e ambiguità come e più di Wolverine, con cui condivide anche i chiaroscuri dell’animo impastato di Bene e Male (si pensi al rivelatorio X-Men). Non più profili rassicuranti e limpidi (il pastore George Hardy in Pecore sotto copertura) che cercavano la relazione, la paternità, l’amore, l’unione (The Son, Song Sung Blue, Frammenti del passato – Reminiscence, The Fountain - L’albero della vita). Robin Hood è uno dei suoi protagonisti più spiazzanti, introspettivi e spietati: ha dismesso ottimismo ed empatia verso i deboli, non ha una missione, non ama più (nessuna traccia di Lady Marion qui) ma convive “con tutte le sue cicatrici, il dolore, il rimpianto”.
Eppure questo inedito personaggio compie un cammino cristologico di passione, morte e (tentativo di) redenzione (che in parte caratterizzava l’ex detenuto Jean Valjean in Les Misérables). In principio Randolph/Robin sa solo uccidere. In punto di morte, però, curato in monastero dalla monaca Brigida, si ristabilisce, si apre all’Altro, si perdona, si rende utile alla comunità, familiarizza con un lebbroso, fin quando gli piove addosso la missione della paternità di Margareth, figlia di Little John, rimasta orfana. Ruolo che prima rifiuta, poi accetta per riscattare in extremis la sua esistenza.
Un sostrato biblico, infatti, imbeve tutto il film: dalla coscienza della colpa al sacrificio, alla redenzione in un luogo religioso, dalla pietà per i moribondi al dono di sé. È lo stesso lebbroso che ci indica la via, ispirando Robin con la storia di Saulo, il fiero persecutore dei cristiani poi convertitosi. Se il corpo è il tempio dell’espiazione, il sangue è lo strumento del sacramento.
Sarnoski racconta un Robin Hood mitragliato fisicamente dalla colpa, che, però, sa interrompere la violenza, redimersi e sacrificarsi: evita che il semicieco Arthur vendichi la sua famiglia sterminata giustiziando Margareth, figlia di Little John, reo della strage. Il prezzo del sangue, insomma, è sì altro sangue che porta, però, al dono di sé, non più alla vendetta.