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![]() Avevo 27 anni la prima volta che sono morto..
dal film The Jacket (2005)
Adrien Brody è Jack Starks
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Dove lo hanno trovato grandi registi come Spike Lee, Terrence Malick e Roman Polanski? Per quelli che hanno almeno un gusto cinematografico sa che questi tre nomi, in un modo o nell'altro, hanno segnato la storia della settima arte in modo considerevole. Eppure, oltre a questa coincidenza, hanno qualcos'altro in comune: il mitico Adrien Brody. Si temeva di vederlo "alleggerito" nel montaggio de La sottile linea rossa e anche se così è stato, è riuscito comunque ad emergere, ricchissimo di una recitazione che non lascia nulla al caso, dagli sguardi vacui alle labbra serrate per trattenere un urlo. Un attore che era destinato a diventare una star, anche se forse alcuni lo davano ormai per scontato.
Un ribelle esordiente su piccolo schermo
Figlio della fotoreporter ungherese Sylvia Plachy e di un insegnante di storia in pensione, Adrien Brody cresce a Woodhaven, un quartiere degradato del Queens e come tutti gli adolescenti di quel borgo cresce irrequieto e ribelle. A salvarlo da una brutta strada, la passione per la recitazione che lo spingerà, incoraggiato dalla madre, a iscriversi alla LaGuardia High School for Performing Arts (la nota scuola del serial Fame) e poi all'American Academy of Dramatic Arts. A soli dodici anni, è già sul piccolo schermo accanto a Mary Tyler Moore nel Mary Tyler Moore Show, icona televisiva degli anni '70, poi passa alla sit-com Anne McGuire.
Esordio su grande schermo con celebri cineasti
A diciannove anni si trasferisce a Los Angeles in cerca di fortuna, e fa il suo debutto sul grande schermo nel 1988 nel film tv western Home at Last di David Devries. L'anno successivo, entra nel cast di New York Stories, pellicola diretta a sei mani da Woody Allen, Francis Ford Coppola e Martin Scorsese. Sarà mica un segno del destino, quello di vedere accostato il suo nome a quello di enormi registi? Ancora non si sa, ma nel 1992 un grave incidente di moto rischia di troncargli la carriera. Fortunatamente in una manciata di mesi recupera il tempo perso e nel 1993 torna sul grande schermo diretto da Steven Soderbergh in Piccolo grande Aaron accanto a Karen Allen e Elizabeth McGovern. Notato dalla critica passa a una serie di film indipendenti, alternandoli a quale pellicola commerciale come il disneyano Angeli (1994) di William Dear.
Lavorando con Terrence Malick e Spike Lee
Scelto da William Friedkin per affiancare Shannen Doherty e Antonio Sabato Jr. nella pellicola tv Jailbreakers (1994, inedita in Italia), continua la sua carriera senza però emergere veramente. A nulla vale apparire anche nudo in pellicole come L'ultima volta che mi sono suicidato (1997) di Stephen Kay, poi arriva Terrence Malick con La sottile linea rossa (1998). Brody, entrato nel cast, recita con i più grandi attori in circolazione: da Sean Penn a Nick Nolte, da George Clooney a Woody Harrelson. E nonostante il suo ruolo sia quello del protagonista, il soldato Fife, nel montaggio gran parte delle sue scene vengono tagliate. Eppure, qualcosa si smuove. Spike Lee, su invito di Malick, che gli aveva mandato una cassetta con il provino di Brody, lo sceglie per interpretare Ritchie, il punk travestito ed erroneamente ritenuto un serial killer in S.O.S. - Summer Of Sam (1999).
Ingresso ad Hollywood e Premio Oscar per Il pianista
Finalmente entrato nel circuito di Hollywood, continua la sua carriera con Liberty Heights (1999) di Barry Levinson, interpretando il fratello maggiore di Ben Foster che si prende una cotta per una ragazza di colore, ma soprattutto con Bread and Roses (2000) di Ken Loach, dove dimostra e sottolinea la sua versatilità da attore: da Hollywood ai film indipendenti europei, il passo è molto breve. Considerato per Pearl Harbor (2001), sceglie invece i drammatici Intrigo della collana (2001) e Harrison's Flowers (2001), fino a quando Roman Polanski non lo sceglierà per la più brillante delle sue interpretazioni: quella di Wladyslaw Szpilman, il giovane e talentuoso pianista ebreo che cerca di sfuggire all'Olocausto ne Il pianista (2002). Arriva immancabile l'Oscar per il miglior attore protagonista, nonché una vagonata di premi internazionali come il César.
Gli impegni recenti
Amico intimo di Asia Argento, Benicio Del Toro, nonché del defunto rapper nero Tupac, compagno di Michelle Dupont, fra il 2004 e il 2005, apparirà o sarà protagonista di pellicole dal vago sapore fantastico, come testimoniano The Village (2004) di M. Night Shyamalan, accanto a Joaquin Phoenix e Bryce Dallas Howard, e King Kong (2005) di Peter Jackson, con Jack Black e Naomi Watts. Ma anche in pellicole indipendenti, ma degne di spessore come Hollywoodland (2006) di Allen Coulter, Manolete (2007) di Menno Meyjes, Cadillac Records (2008) di Darnell Martin, ma soprattutto Il treno per il Darjeeling (2007).
Nel 2009 è in Giallo di Dario Argento, dove recita al fianco della sua ex fiamma Elsa Pataky e nel thriller fantascientifico Splice diretto da Vincenzo Natali. L'anno successivo veste i panni del mercenario Royce, a capo di un gruppo di combattenti d'élite in Predators, l'atteso reboot della saga degli anni '80 con Schwarzenegger, e del professore protagonista del film Detachment - Il distacco.
Il bello di Adrien Brody è il fatto che riesce a portare sullo schermo personaggi con delle caratteristiche esistenziali apparentemente abusate (come la tossicità o la violenza) con una forza mai vista e usata prima. Usando inoltre una meravigliosa meticolosità e passione che diventano benzina e kerosene del suo lavoro d'attore.
Golden Globes 2003
Premio Oscar 2002
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Third Person
continua»
Genere Drammatico, - Belgio 2013. Uscita 14/11/2013. |
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Il pubblico del Festival può tirare il fiato: Woody ce l’ha fatta. Atteso in Croisette come una sorta di monumento vivente, il maestro Woody Allen ha presentato oggi con discreto successo il suo Midnight in Paris, film d’apertura del Festival di Cannes. Per la pellicola nessun entusiasmo, piuttosto un generico e condiviso apprezzamento, come una specie di sospiro di sollievo collettivo di fronte al 42º film di un regista amatissimo ma (comprensibilmente) stanco. L’opinione che serpeggia nei corridoi del Palais, inconfessabile, è che in fondo nessuno si aspetti più un capolavoro dall’uomo che in gioventù produsse la miglior commedia americana: Midnight in Paris ha inaugurato il Festival, ha strappato qualche risata, insomma è andato in porto senza colpo ferire. E pazienza se si farà presto dimenticare: la semplice presenza di Allen a Cannes è un evento, al maestro non serve certo un film per farsi applaudire. Qui gioca in casa, fa il tutto esaurito, riempie la sala e fa gridare il pubblico che si accalca intorno alla passerella. Con lui c’è parte del cast, il timido Owen Wilson, Adrien Brody con un cappello da star, la bella e bionda Rachel McAdams in bianco: ma le luci sono tutte per l’autore, quel piccolo uomo dai grandi occhiali, che dopo mezzo secolo di grande cinema può farsi perdonare qualsiasi cosa.
Qual è per lei la morale del film?
Allen: inutile illudersi che un tempo si vivesse meglio, solo perché oggi ci sembra meno facile sopravvivere. È una trappola, è un pensiero sbagliato: il problema è che del passato si ricordano solo le cose migliori. Il dentista, negli anni ‘20, era molto peggio. E non c’era l’aria condizionata...
Perché ha scelto di raccontare una storia a cavallo tra gli anni ’20 e oggi?
Allen: Sono partito dal titolo e mi sono lasciato suggestionare. Mi sono chiesto: cosa può succedere ogni notte a mezzanotte in una città come Parigi? Poi ho pensato all’immagine di una macchina che si ferma, carica a bordo il protagonista e lo porta altrove. Non ho pensato subito all’intreccio, quello è venuto da solo. Alla fine mi è andata bene: con queste premesse, avrei potuto fare anche un film orribile.
Come ha lavorato sulla fotografia?
Allen: Ho lavorato con un fotografo di New York, sensibile e bravo. Per rappresentare Parigi volevo una fotografia calda, sui toni del marrone e del rosso, evitando completamente quelli del blu.
Come si è trovato a lavorare a Parigi?
Allen: Benissimo, è una città splendida anche quando piove: ci venni la prima volta nel 1965 e mi sembrava di conoscerla già, perché l’avevo vista in tanti film... un po’ come succede per Manhattan. Nel mio film ho scelto di rappresentarla non realisticamente, ma soggettivamente, con gli stessi occhi con cui la guardai la prima volta. Devo ammettere però che il mio approccio al lavoro non cambia se giro in una città o in un’altra: giro ovunque allo stesso modo.
L’ha influenzata il cinema francese?
Allen: Quando ero giovane sì, moltissimo. Mi ha influenzato il cinema francese, italiano, quello europeo in generale. Nella mia formazione hanno avuto un enorme peso autori come Truffaut, Godard o René Clair. Ho sempre avuto chiara in mente una differenza: con i film americani si fanno i soldi, con quelli europei si fa arte.
Nel suo film parla dei grandi artisti del passato: lei si sente un artista?
Allen: No. Mi sento un uomo fortunato, che ha avuto una lunga carriera. Ma non ho la profondità di un artista, quella speciale profondità di un Kurosawa, di un Fellini. Ho solo fatto tanti film, alcuni bene e alcuni male.
Chi è il miglior critico dei suoi film?
Allen: Da giovane chiedevo sempre ai miei scrittori preferiti cosa pensassero del mio lavoro: è stato importante e mi ha permesso di evitare tanti errori. Ma oggi purtroppo non ci sono più, sono tutti morti,e così devo accontentarmi del mio giudizio.
Come è avvenuto l’incontro con Carla Bruni?
Allen: Ero a colazione dai Sarkozy e a un certo punto lei è entrata nella stanza. Era talmente carismatica e bella che le ho offerto subito un piccolo ruolo, una partecipazione che l’avrebbe impegnata al massimo per tre giorni. Lei ha detto di sì, perché la attirava l’idea di poter mostrare un giorno il film ai suoi nipoti. La Bruni sarà anche la compagna di un politico, ma è soprattutto un’artista: ha un background da musicista, conosce il mondo dello spettacolo e sul set ha senso della scena. È piena di grazia, perfetta, non le ho dovuto dire quasi niente. È stato bello per entrambi, ha fatto un ottimo lavoro.
Com’è stato affidare a Wilson un personaggio che le somiglia così tanto?
Allen: Wilson è stato grandioso. Nella vita siamo molto diversi: lui è così New York, così ragazzo da spiaggia, così bello. Siamo l’opposto. È stato un grande dono per me averlo sul set, è stato un pezzo importantissimo del casting. Quanto a Rachel, l’avevo vista in un film con Owen e la volevo a ogni costo.
E gli attori? come si sono trovati sul set con Allen?
Wilson: benissimo, ci ha lasciati completamente liberi.
McAdams: è stato eccitante.
Brody: Sono da sempre un fan di Woody, lavorare con lui è stata una grande opportunità: in vita mia tanti registi mi avevano offerto il ruolo di Salvator Dalì, ma questa è stata l’unica volta che ho accettato. Sapevo di essere in presenza di un genio.
Non poteva che svolgersi in un'atmosfera ilare e ricca di complicità tra i protagonisti l'incontro con il regista e gli attori di Darjeeling Limited. Prima che qualcuno potesse fare domande indiscrete sulla salute di Owen Wilson - che nel film interpreta uno dei tre fratelli Whitman - Wes Anderson ha fatto sapere che, nonostante avesse passato una settimana molto difficile, l'attore ora sta bene ed è dispiaciuto di non poter essere presente a Venezia. "È felice ed eccitato che il film sia in concorso".
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