| Titolo originale | The Whale |
| Anno | 2022 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 117 minuti |
| Regia di | Darren Aronofsky |
| Attori | Brendan Fraser, Sadie Sink, Hong Chau, Ty Simpkins, Samantha Morton Sathya Sridharan. |
| Uscita | giovedì 23 febbraio 2023 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,10 su 40 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 17 febbraio 2023
Tratto dall'opera teatrale di Samuel D. Hunter, la storia di un professore d'inglese che soffre di grave obesità e tenta di riallacciare i rapporti con la figlia adolescente per cercare un'ultima possibilità di riscatto. Il film ha ottenuto 3 candidature e vinto 2 Premi Oscar, 1 candidatura a Golden Globes, 4 candidature a BAFTA, 4 candidature e vinto un premio ai Critics Choice Award, 2 candidature e vinto un premio ai SAG Awards, 1 candidatura a Producers Guild, In Italia al Box Office The Whale ha incassato 3,5 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Charlie è un uomo obeso di una cinquantina d'anni. Vive solo, passa le giornate seduto sul divano tenendo corsi di scrittura online, guardando la tv e mangiando compulsivamente. Nella sua vita ci sono Liz, amica infermiera che si prende cura del suo stato di salute sempre più precario, e la figlia Ellie, diciassettenne che ha abbandonato quando era bambina per seguire l'amore della sua vita, Adam, il cui successivo suicidio è alla causa della sua obesità. Sentendo la morte avvicinarsi Charlie decide di spendere il tempo che gli resta per riconciliarsi con Ellie, la quale non gli ha mai perdonato la sua scelta...
A 14 anni di distanza dal Leone d'oro per The Wrestler e dopo i passaggi di Il cigno nero e Madre!, Aronofsky torna in competizione a Venezia con la trasposizione di una pièce teatrale di Samuel D. Hunter, scritta e messinscena nel 2012.
Tra la Bibbia e "Moby Dick", attraverso il lavoro del commediografo Hunter (che firma la sceneggiatura), in The Whale Aronofsky riprende il tema per lui abituale della deriva fisica come tramite dell'ascensione e della redenzione spirituale. In questo nuovo film, interamente ambientato (a parte una breve sequenza onirica) nell'appartamento ingombro d'oggetti e di cibo del protagonista - un luogo anche al cinema predisposto come un vero e proprio palcoscenico - tutto ruota attorno al corpo fuori scala di Charlie, qui interpretato da Brendan Frazer: ingombrante, osceno, "disgustoso", come si sente dire più volte nel film. Nascosto agli occhi dei suoi studenti, ai quali fa lezione senza videocamera, l'ex professore universitario che ha perso l'amore (del suo compagno, della sua famiglia, di sé stesso) e si è abbandonato a una fame insaziabile e a una morte certa, negli ultimi giorni di vita accetta che di mostrare la sua figura e aprire la sua casa alle persone che ancora gli restano: Liz, l'unica a stargli vicino dopo la morte di Adam (di cui era la sorella), Ellie, l'ex moglie Mary e anche Thomas, un giovane missionario entrato per caso nell'abitazione in un giorno di pioggia. È lui, Charlie, come suggeriscono i continui richiami del testo a "Moby Dick", la balena bianca, l'espressione, cioè, di un male inesplicabile, la parte oscura di sé stessi in questo caso finita spiaggiata su un divano, a masturbarsi guardando film porno, a mangiare pizza consegnata sul pianerottolo, con l'ipertensione e il cuore vicino al collasso. Ed è lui, ancora, come dice Thomas allo stesso Charlie, l'uomo della Bibbia che ha fatto della sua libertà un'occasione per vivere secondo la carne, rinunciando apparentemente all'amore. Eppure, tra questi due testi alla base della cultura americana, Charlie sa di aver generato il suo corpo deforme (interamente realizzato con trucchi prostetici applicati al fisico possente di Frazer) proprio per amore - o meglio, per mancanza d'amore - e che dunque in lui c'è una contrapposta spinta al bene e alla redenzione; un'anima divisa in due che conferma la natura intimamente religiosa (se non propriamente cristologica) dei personaggi di Aronofsky.
Le due ore di The Whale - film pensato e realizzato durante le restrizioni per la pandemia, come dimostra la sostanziale unità di spazio - raccontano dunque l'ultima settimana di passione di un uomo finito, il suo tentativo di compiere finalmente del bene. E lo fanno in maniera concitata, iper-dialogata, eccessiva a livello di recitazione (soprattutto da parte della giovane Sadie Sink di Stranger Things, mentre Frazer è inevitabilmente più trattenuto) e più scontata a livello di messinscena. Aronofsky sceglie infatti il formato semi-quadrato per costringere il corpo di Charlie nelle inquadrature, ma muove spesso la macchina da presa con morbide carrellate togliendo perciò rigore al suo film. E l'inevitabile accelerazione drammatica del finale, con una conclusione dai toni decisamente eccessivi, sgancia il film dalla tradizione letteraria e culturale americana, privando Charlie della sua unica forza, vale a dire la consapevolezza del suo corpo anche nei momenti d'abbandono, e consegnandolo finalmente libero a un destino in realtà posticcio.
Charlie è un uomo obeso, che ha deciso di lasciarsi andare dopo il suicidio del suo compagno, Adam. Per il quale aveva lasciato la moglie e la figlia, Ellie, quando aveva solo 8 anni. Ad accudirlo solo Liz, una infermiera premurosa con lui. Non vuole farsi vedere da nessuno, né dagli studenti universitari con cui tiene un corso di scrittura in conference call con la webcam spenta, né dal ragazzo delle [...] Vai alla recensione »
C’è una porta che divide la casa di Charlie con l’esterno. È quella da dove entrano ed escono i personaggi nella vita di Charlie: l’infermiera Liz, la figlia Ellie, il giovane missionario della New Life Church e l’ex moglie Mary. C’è invece una finestra sul pc che separa Charlie dai suoi studenti. Si sente solo la sua voce ma il suo volto non si vede mai perché tiene sempre la webcam spenta.
Forse The Whale è un film di fantasmi. Ci sono quelli che segnano la vita dei protagonisti del cinema di Aronofsky, dal wrestler professionista che si è ritirato dalle scene di The Wrestler alla ballerina di Il cigno nero. Perché anche The Whale è un film sul corpo, quello obeso di Charlie dove l’incredibile performance di Brendan Fraser lascia emergere tutta la sua fatica fisica nel movimento (non riesce spesso ad alzarsi) ma mette soprattutto a fuoco le cicatrici che lo hanno segnato così profondamente. Come nel caso di Mickey Rourke in The Wrestler, viene avvolto dai fantasmi del passato. Ma a differenza di quel film, Aronofsky accentua un cinema di parola che deriva dall’omonima opera teatrale di Samuel D. Hunter del 2012.
Lo spazio dell’appartamento è chiuso e diventa ancora più claustrofobico nel rapporto con Charlie che non solo è confinato lì ma è diventato quasi prigioniero del luogo dove vive. Dall’esterno si sente spesso il rumore della pioggia, che segna il ritmo di un’attesa incombente simile a quella dei film terminali. La fotografia di Matthew Libatique sottolinea continuamente questo stato di sospensione da parte del protagonista.
La luce è sempre la stessa. Nulla sembra cambiare più nella vita di Charlie. Ma quasi ogni dialogo è un confronto serrato, una scena madre, un’accentuazione o una possibile risoluzione di un conflitto. Sì, c’è sempre quella porta da cui i personaggi entrano ed escono. Ma lo spazio di Aronofsky è impermeabile. Sotto questo aspetto The Whale è il film che forse guarda più da vicino l’Hollywood degli anni ’40 e ‘50 dove non c’è più separazione, distanza, tra teatro e cinema.
Il cineasta prende la strada tracciata nel passato, per esempio, da William Wyler o Joseph L. Mankiewicz. Come loro, punta sulle performance dei suoi protagonisti. Fraser è una possibile reincarnazione dal passato, in versione maschile, di Bette Davis (Piccole volpi, Eva contro Eva) o Katharine Hepburn (Improvvisamente l’estate scorsa). I movimenti nell’appartamento seguono l’itinerario del palcoscenico. È solo una casa? È solo lo spazio teatrale? Sono entrambe le cose? Ma è attraverso i dialoghi, sempre più incalzanti, che si ha l’illusione di vedere il passato dei protagonisti attraverso flashback immaginari: la figlia piccola di Charlie che è dovuta crescere senza il padre; il lutto che ha segnato il protagonista.
The Whale lascia esplodere tutta la potenza verbale del testo d’origine. In un film così apparentemente geometrico, lo fa invece in modo istintivo e si può già vedere dal modo in cui Fraser domina la pesante protesi attorno al suo corpo per accentuare la sua obesità. E trasforma i personaggi, le loro storie private e fa tornare progressivamente a galla la loro memoria personale. Apparentemente più controllato, il ‘cinema classico’ di Aronofsky si sgretola invece sotto i nostri occhi. Proprio come accadeva a Wyler e Mankiewicz.
Nel 2011 a presiedere la Giuria del Concorso Venezia 68 della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografico fu chiamato Darren Aronofsky. Reduce dal successo ottenuto da Il cigno nero, concorrente l’anno precedente, e ancora prima dalla vittoria del Leone d’oro da parte di The Wrestler (2008), il regista newyorkese rappresentava un polo d’attrazione fatale e di irresistibile carisma per i frequentatori del Lido. La domanda era ovvia: su quale concorrente potranno orientarsi i gusti di Aronofsky? Che in sintesi più perentoria si traduce con: “Cosa mai piacerà a quel genio pazzoide di Aronofsky?”
In coerenza alla propria indole ribelle, il primo passo che Darren fece da presidente fu quello di iniziare a frequentare le “notti” organizzate dall’allora Teatro Valle Occupato presso una struttura abbandonata non lontana dalla zona festivaliera. Trascurando magari le feste ufficiali. Il secondo passo - decisamente più trasgressivo - fu quello di parlare dei film in concorso che man mano vedeva proiettati e di cui avrebbe decretato le sorti.
Chi scrive fu casualmente “oggetto” di alcune confidenze dell’allora presidente di Giuria veneziana proprio in alcune delle “notti” d’intrattenimento culturale off festival organizzate dal Valle Occupato.
A 12 anni di distanza da quelle serate di fine estate, la notizia ha perso ogni suo valore di gossip (posto ne avesse), ma il ricordo più indelebile e oggi pertinente tra quelle parole segrete fu questo: Aronofsky era rimasto letteralmente sconvolto e profondamente turbato dalla visione di Shame di Steve McQueen, che concorreva e avrebbe vinto il Leone d’argento per la straordinaria interpretazione di Michael Fassbender. Al punto da associarlo e metterlo in parallelo, financo a confronto, con il proprio Requiem For a Dream (2000). Difficile - impossibile, visto il contesto - mi fu rispondere alla domanda “Ti ha sconvolto di più Shame o il mio Requiem?”.
Lasciando i ricordi ed entrando nel merito della poetica tematico/formale del regista di cui oggi celebriamo The Whale, quell’episodio risuona da elemento rafforzativo di una convinzione: Darren Aronofsky è letteralmente ossessionato dal corpo, il cerchio magico entro e attorno a cui ruota la sua Visione-di-mondo. Tra simbologie, metafore, allegorie, sacralità, e variegate pluralità funzionali e semantiche di cui si può rivestire il “segno” somatico, è indubbio che per il cineasta nato nel febbraio del 1969 la corporalità rappresenti la metonimia dell’esistenza problematica, il microcosmo cui afferiscono le criticità (e tossicità) della vita, anche qualora siano rivestite da sacralità e conoscenza.
L’immensità corporea del protagonista di The Whale ne è la versione extra-large, ma di fatto non differisce da quelle esibite nell’intera filmografia del cineasta, una opus indubbiamente nutrita da eccezionale coerenza interna.
Come gli altri “corpi” messi in scena nel suo cinema, The Whale è il soma ferito, “intossicato” dalla distorta conoscenza gnoseologica, ovvero - per semplificazione - che partecipa all’atto esperienziale del conoscere stesso, nel bene e nel male. Diversamente, ma pur sempre danneggiato e “corrotto”, è il corpo delirante di Max ne π - Il teorema del delirio (1998), così come i corpi “guasti” e amputati di Sara, Harry e Marion di Requiem For a Dream, quello rovinato di The Wrestler, il corpo maniacale de Il cigno nero. E problematici, a loro modo, sono anche i corpi “sacralizzati” di Madre in Mother! (guarda la video recensione) (2017) e dell’eponimo Noah (2014), impossibilitati dall’uscire dal proprio ruolo, che partecipa fisicamente alle conoscenze, sorti e sofferenze del genere umano e animale. The Whale è morente anche perché rifiuta ogni salvezza dal proprio autolesionismo, un’altra delle caratteristiche di diversi corpi aronofskyani.
Non v’è alcuno stupore, dunque, nel turbamento provato da Aronofsky davanti al film Shame del collega britannico: quel corpo sessuomane, imprigionato in una sofferenza tossica, poteva appartenere a pieno titolo a un suo personaggio, poteva essere il protagonista di un suo dramma, il vibrante tassello di un mosaico liturgico-ossessivo sospeso tra la vita e la morte, che negli anni ha contagiato di irresistibile dipendenza anche il pubblico cinematografico.
Il cinema di Darren Aronofsky può essere descritto e aggettivato in vario modo, tuttavia se c’è una costante in tutte le sue opere, diverse tra loro, è l’attenzione maniacale al corpo dei protagonisti. Si potrebbe anche dire che ogni suo film è di fatto un corpo a corpo, con la carne dei suoi personaggi, con il tormento delle loro anime, con la carta della letteratura.
Lo è di sicuro il potente e memorabile The Whale, ritratto titanico di un uomo-pachiderma, malato di obesità fino al punto di essere terminale. Un processo di autodistruzione lo ha logorato giorno dopo giorno, a seguito di un trauma che lo ha segnato in modo indelebile. È anche un professore di letteratura, di quelli appassionati alla L’attimo fuggente, capace di motivare i suoi studenti come pochi al mondo. Il corpo del testo può salvare, là dove la carne cede al logorio del tempo, pare voler dire Aronofsky, specie nelle scene in cui il suo protagonista – un eccezionale Brendan Fraser, per cui ogni superlativo è addirittura limitativo – sta per esalare l’ultimo respiro e ogni volta a salvarlo è la ripetizione a memoria di un elaborato su Moby Dick di Melville.
Le parole, quelle sincere, che vengono dall’anima, hanno il potere di salvare. Non è la prima volta che Aronofsky si concentra sul binomio malattia – letteratura, corpo sofferente da una parte e catarsi tramite scrittura dall’altra: già L'albero dela vita (The Fountain) si giocava tutto su questo. Certo, i toni del film, visionario e mal compreso dai più, erano ben diversi, ma anche lì c’era una malattia terminale che solo la letteratura aveva il potere di salvare.
Nessuna salvezza è prevista invece per il corpo dei protagonisti della cinematografia di Aronofsky: sofferenti, torturati dall’interno, sono corpi maltrattati quelli che svettano al centro dei suoi film. Lo è certamente quello della ballerina malata di perfezionismo Natalie Portman in Il cigno nero, con i piedi squassati e pieni di ferite. Lo è ancor di più quello di Mickey Rourke in The Wrestler, con il cuore pervaso di fitte doloranti e la pelle attraversata da cuciture da sparapunti, ferita da uno scatto di rabbia consumato sulla lama di un’affettatrice.
Entrambi hanno in comune, oltre alla passione esagerata per quello che fanno, l’ostinazione ad arrivare fino in fondo. Malgrado i limiti del proprio corpo. Sono anzi i primi a massacrarlo, a distruggerlo, a piegarlo ai loro scopi tormentati. Per questo il loro gran finale non può che essere un lancio nel vuoto: Il cigno nero in quello che sarà il suo ultimo volo “perfetto”, The Wrestler nel lancio in quella che sarà la sua ultima mossa sul ring, The Whale in un salto in piedi, impossibile per un uomo di 300 chili, che è anche un salto nella memoria per ripercorrere l’attimo più bello di un’intera esistenza.
Un’altra costante narrativa per Aronofsky sin dal suo primo film è l’inesorabilità del destino dei protagonisti, unita a un’onestà estrema nel raccontarli che sfiora a volta il sadismo visivo: non risparmia mai nessun dettaglio ripugnante al suo pubblico, nessuna ferita, nessun sangue, nessuna conseguenza devastante di condotte poco ortodosse (il junk food, come la droga) sui corpi dei suoi protagonisti. Risale al 2000 Requiem for a dream, tra i film più fisicamente dolorosi mai stati girati: impossibile dimenticare l’infezione al braccio incancrenito del tossicodipendente interpretato da Jared Leto, così come l’ossessione per il cibo di Ellen Burstyn, che cade nella trappola di una dieta veloce a base di anfetamine.
Ventitré anni dopo, Aronofsky mette in scena un altro personaggio ossessionato dal cibo, che è doloroso seguire nella sua estrema difficoltà di movimento, nel respiro affannato, soffocato da tutti quei chili addosso. Lui però non ha alcuna intenzione di dimagrire, né di prendersi cura di sé: per The Whale mangiare serve a sanare una ferita impossibile da rimarginare e riempire un vuoto impossibile da colmare.
Malgrado lui divori pizza, sandwich, pollo fritto e qualunque cosa gli capiti a tiro, la mancanza che sente della persona che ama (il compagno, come sua figlia) sarà impossibile da superare. Come puntualmente accade con i personaggi dei film di Aronofsky, saranno proprio i corpi, testimoni di scelte sbagliate portate all’estremo, ad avere la meglio sulle anime tormentate che li hanno maltrattati per tutta la vita.
Il regista americano Darren Aronofsky ama i perdenti. E non deve necessariamente trasformarli in vincenti: gli è sufficiente offrire loro una possibilità di redenzione. Il paragone più immediato in questo senso è quello fra due suoi film, The Wrestler, Leone d’oro alla 65esima Mostra del cinema di Venezia nel 2008, e The Whale, in Concorso alla 75esima edizione della Mostra nel 2022.
Il primo era la storia di un wrestler professionista, Randy “The Ram” Robinson, molto malridotto, che dopo il successo anni Ottanta si è ritrovato ai margini dello sport e a vivacchiare prestandosi a spettacolini di provincia e raduni di nostalgici. Randy si è separato dalla moglie e ha interrotto i rapporti con la figlia Stephanie, e ora, dopo un infarto, non può più neanche combattere e fa il commesso nel reparto salumi di un supermercato.
The Whale è la storia di un professore universitario, Charlie, che interagisce con i suoi studenti solo online e a telecamera spenta perché non vuole che vedano la sua situazione deprimente: è infatti un grande obeso che riesce a stento ad alzarsi dal divano e ingurgita quantità enormi di cibo spazzatura, in preda ad un furore autodistruttivo che ha le sue radici nella scelta passata di abbandonare la moglie per un nuovo amore.
Con l’allontanamento dalla casa coniugale, Charlie ha perso anche il rapporto con la figlia adolescente Ellie, e ora che sente di essere vicino alla fine a causa dei suoi problemi di cuore legati al sovrappeso vorrebbe riavvicinarsi a lei, ma incontra solo ostilità da parte della ragazza.
Randy e Charlie sono due perdenti, due uomini fabbri della propria sfortuna e infelicità, ma che non hanno abbandonato una natura profonda empatica e gentile, e manifestano un enorme bisogno di amore, da dare e da ricevere. Aronofsky non prepara per loro una rinascita gioiosa e un futuro da vincenti, modello Rocky per capirci, e tuttavia presenta loro un modo per riscattarsi, soprattutto agli occhi di quelle figlie abbandonate e ora rancorose che non si fidano più dei propri padri.
La redenzione di Randy e Charlie avviene proprio attraverso il loro amore paterno, che non cambia le circostanze fallimentari delle rispettive vite, ma apre la porta ad una possibilità di riscatto, e forse ad una dignitosa uscita di scena.
La tenerezza con cui Aronofsky racconta questi perdenti, che fanno tornare alla mente il Terry Malloy di Fronte del porto, è la stessa con cui Mickey Rourke, ex pugile (oltre che attore) suonato dalla vita e quasi scomparso dalle scene cinematografiche, e Brendan Fraser, realmente sovrappeso (anche se ben lontano dal gigantismo con cui appare in The Whale grazie a protesi e trucco) e altrettanto reduce da un progressivo declino di popolarità e presenza cinematografica, interpretano i ruoli di Randy e di Charlie, consentendoci di immedesimarci nel loro smarrimento esistenziale e nella loro straziante ricerca di perdono.
Ed entrambi i film appaiono come un antidoto all’ottimismo yankee e alla regola dell’happy ending, conservando il coraggio di raccontare la vita come è, non come la vorrebbero i suoi antieroi.
Quando vedemmo il film per la prima volta, alla Mostra del cinema di Venezia, lo scorso settembre, lo capimmo subito. Capimmo subito che si era di fronte a un film potente, squassante, sconvolgente. Che poteva dividere. Ma che per quanto riguarda chi scrive – cerco di andarci piano – è uno dei film più belli visti negli ultimi dieci anni.
The Whale, la balena. Un insegnante di Letteratura, che ha la voce profonda, che dice cose argute e interessanti. Ma che vive spiaggiato su un divano. Prigioniero di un corpo che si è gonfiato a dismisura, dopo un dolore personale fortissimo e lacerante. È come se quell’uomo fosse malato di un tumore: ma non in un organo preciso: il tumore è il suo stesso corpo, tutto intero. E alla lezioni online, la sua finestra di Zoom è un rettangolo nero. Dentro quel nero, nel fondo del fondo del pozzo, c’è lui.
Lui che al fondo di tutto, ai suoi allievi, chiede – intima, implora forse – “scrivete qualcosa di vero”. Non importa che cosa, non importa che sia in una forma elegante. Importa che sia qualcosa di vero. E io in questo film su un inguardabile grassone sudato di trecento chili ci trovo molto di vero.
Quanti di noi, anche senza pesare trecento chili come il protagonista di The Whale, sono spiaggiati in qualche modo, bloccati sopra un divano da cinghie invisibili. Quanti di noi hanno oscurato la propria finestra di Zoom o quella che ci permette di affacciarci al mondo. Quanti di noi sono incapaci di alzarsi, di presentarsi al mondo, di fare qualcosa di veramente grande, per colpa di una vergogna. Quanti di noi muoiono dentro, sperando di fare nella vita almeno una cosa buona. Quanti sono prigionieri del proprio sfascio: ma su Zoom, o su Facebook, o su Instagram, cercano di esibire una versione di sé accettabile, divertente, diversa dalla verità.
Prigioniero del suo sfascio, quest’uomo sa che cosa gli fa male: mangiare. Ma lo fa lo stesso. Come tutti noi, che ripetiamo mille volte gli stessi sbagli, che perseveriamo nelle stesse perversioni, nel cibarci o negli approcci sbagliati con gli altri.
Ma la nota rivoluzionaria di questo film è la vergogna che prova quest’uomo per la propria miseria umana. Un uomo intelligente, divertente, profondo, che ama il linguaggio e la creatività, e che tuttavia è diventato un corpo perso nel mare della sua stanza. Un corpo che si nutre di ricordi e di cibo, mentre la vita è qualcosa andata via, non c’è più, ma c’era. Charlie alimenta la sua malinconia – mostro vorace – ingurgitando cibo fino all’inverosimile, in una deriva inarrestabile. In un modo che ricorda il personaggio di Bonnie, la madre di Johnny Depp e Leonardo DiCaprio in Buon compleanno Mr. Grape di Lasse Hallström, obesa da quando il marito si era suicidato, diciassette anni prima, e arenata sul divano.
Charlie è un uomo obeso di una cinquantina d'anni. Vive solo, passa le giornate seduto sul divano tenendo corsi di scrittura online, guardando la tv e mangiando compulsivamente. Nella sua vita ci sono Liz, amica infermiera che si prende cura del suo stato di salute sempre più precario, e la figlia Ellie, diciassettenne che ha abbandonato quando era bambina per seguire l'amore della sua vita, Adam, il cui successivo suicidio è alla causa della sua obesità. Sentendo la morte avvicinarsi Charlie decide di spendere il tempo che gli resta per riconciliarsi con Ellie, la quale non gli ha mai perdonato la sua scelta...
Presentato in concorso all'ultima Mostra del Cinema di Venezia e acclamato con oltre sei minuti di applausi per la straordinaria performance del protagonista Brendan Fraser, il film The Whale, diretto da Darren Aronofsky, è candidato a 3 Premi Oscar. Nell'intervista realizzata a cura di Sonia Serafini, incontriamo il protagonista Brendan Fraser e lo sceneggiatore Samuel D. Hunter che ha scritto anche l'opera teatrale da cui è tratto il lungometraggio.
Distribuito da I Wonder Pictures, The Whale uscirà al cinema giovedì 23 febbraio.
Alla vigilia del millennio, Brendan Fraser è una star. Nel 1999, La mummia lancia in orbita la sua carriera. L’attore ha trent’anni e un ruolo intrepido: una sorta di Indiana Jones, più ludico, che vince due sequel (La mummia - Il ritorno, La mummia - La tomba dell’imperatore Dragone) e il cuore degli spettatori. Questa trilogia esplosiva e generosa diventa il culmine di una professione iniziata anni prima al college e approdata a Hollywood al fianco di due debuttanti de luxe, Matt Damon e Ben Affleck (Scuola d’onore).
L’esordio è ‘drammatico’ ma il fisico cartoonesco, dominato da due occhi rotondi come biglie che brillano per una lacrima trattenuta o per una qualunque gioia, lo avvia naturalmente verso un cinema burlesco (Il mio amico scongelato, Looney Tunes: Back in Action). Se Christophe Lambert, una generazione avanti, aveva incarnato un Tarzan romantico e diviso tra due civiltà, ugualmente feroci, Brendan Fraser è un grande enfant sauvage, scarmigliato e maldestro, lontano insomma dall’aristo-primate di Hugh Hudson (Greystoke - La leggenda di Tarzan signore delle scimmie).
Parodia della creatura di Edgar Rice Burroughs, George re della giungla è un altro passo rocambolesco verso il successo che arriva dentro un Egitto misterioso e condiviso con Rachel Weisz, il testimone rosa passerà poi a Maria Bello. L’attore assume con nonchalance il piacere old school della trilogia di Stephen Sommers, una risorsa di piacere inestinguibile tra putrefazioni e resurrezioni. Con il suo imponente corpo da blockbuster e un misto di sicurezza e candore passa alla grossa commedia, perfettamente a suo agio nel costume di pagliaccio gaffeur, come nei panni del salvatore del mondo.
Sullo schermo e nella vita le cose vanno a gonfie vele. Davanti a un barbecue ‘acceso’ da Winona Ryder, incontra la futura consorte, Afton Smith. L’amore è servito con l’hamburger, seguono tre figli e due sequel. Tre mummie dopo, la felicità è totale. E poi più niente, o quasi. Improvvisamente tutto crolla come un castello di carta. Senza smettere di lavorare, l’attore scompare nelle pieghe di Hollywood.
«Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne, per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete» (Romani, 8:12). Quando Thomas, un ragazzo in fuga dai genitori che finge di essere in missione per conto della New Life Church, si avvicina a Charlie con in mano una Bibbia rossa [...] Vai alla recensione »