Il pronto soccorso come condensatore di conflitti sociali. Dove la crisi è permanente. Su HBO Max.
di Gabriele Prosperi
Dieci mesi dopo gli eventi che avevano chiuso il primo ciclo, The Pitt riprende all'alba di un nuovo turno, concentrato ancora una volta in quindici ore continue, ma collocato in una giornata che mostra da subito una violenza diffusa e ordinaria: il 4 luglio. Robby entra in ospedale. Ad accoglierlo c'è Baran Al-Hashimi, chiamata a sostituirlo e portatrice di un'idea di efficienza più normativa. Intanto Langdon rientra dopo la riabilitazione e prova a meritarsi di nuovo uno spazio che non gli viene restituito automaticamente, mentre i casi si accumulano sempre più vertiginosamente e verso uno strappo di questa costante tensione.
Se la prima stagione è stata in grado di rifondare il medical come macchina di immersione, mostrando il pronto soccorso come condensatore di corpi e conflitti sociali, la seconda mette in crisi l'idea stessa di sostituibilità su cui ogni istituzione si regge.
La seconda stagione sposta il discorso dalla crisi come evento alla crisi come condizione permanente; con questo passaggio, The Pitt non racconta più l'emergenza, ma l'usura quotidiana della cura, delle istituzioni e, soprattutto, di chi le attraversa: noi.