The Pitt

Film 2025 | Drammatico 50 min.

Regia di Damian Marcano, Amanda Marsalis, John Wells, John Cameron, Quyen Tran, Silver Tree. Una serie con Noah Wyle, Patrick Ball, Katherine La Nasa, Supriya Ganesh, Fiona Dourif. Cast completo Genere Drammatico - USA, 2025, STAGIONI: 1 - EPISODI: 15

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Ultimo aggiornamento venerdì 13 marzo 2026

Una serie che intende dare voce agli "eroi silenziosi" della sanità. Ha vinto 2 Golden Globes, La serie ha ottenuto 4 candidature e vinto 3 Critics Choice Award, 2 candidature a Spirit Awards, ha vinto 3 Writers Guild Awards, ha vinto un premio ai Directors Guild, ha vinto un premio ai Producers Guild, La serie è stato premiato a AFI Awards, 1 candidatura a ADG Awards, 2 candidature a The Actor Awards,

2025
Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES
CRITICA
PUBBLICO
CONSIGLIATO N.D.
Medical drama ambientato in un moderno pronto soccorso.
a cura della redazione
mercoledì 17 settembre 2025
a cura della redazione
mercoledì 17 settembre 2025

Il dottor Michael "Robby" Robinavitch è ancora segnato dagli effetti della pandemia e dalla perdita del suo mentore. Quando un nuovo gruppo di specializzandi e tirocinanti entra a far parte del sovraffollato e sotto-organico pronto soccorso del Trauma Medical Center di Pittsburgh - noto affettuosamente come "The Pitt" - si unisce un team eterogeneo di medici, chirurghi, infermieri e paramedici, pronti ad affrontare ogni turno con determinazione e umanità. Mentre Robby si trova a fare i conti con una dirigenza ospedaliera più attenta ai tagli di bilancio che alla cura dei pazienti, i giovani medici scoprono in prima persona le difficoltà, le emozioni e le sfide della medicina d'urgenza.

Episodi: 15
Regia di Damian Marcano, Amanda Marsalis, John Wells, John Cameron, Quyen Tran, Silver Tree.

Una stagione che racconta l'usura quotidiana della cura, delle istituzioni e, soprattutto, di chi le attraversa: noi

Recensione di Gabriele Prosperi

Dieci mesi dopo gli eventi che avevano chiuso il primo ciclo, The Pitt riprende all'alba di un nuovo turno, concentrato ancora una volta in quindici ore continue, ma collocato in una giornata che mostra da subito una violenza diffusa e ordinaria: il 4 luglio. Robby entra in ospedale sapendo che dovrebbe essere il suo ultimo giorno prima di una lunga pausa, quasi una fuga. Ad accoglierlo c'è Baran Al-Hashimi, chiamata a sostituirlo e portatrice di un'idea di efficienza più normativa, più tecnologica, più pronta a fidarsi di protocolli. Intanto Langdon rientra dopo la riabilitazione e prova a meritarsi di nuovo uno spazio che non gli viene restituito automaticamente, mentre i casi si accumulano sempre più vertiginosamente e verso uno strappo di questa costante tensione.

Se nella prima stagione The Pitt si imponeva come rifondazione del medical attraverso la compressione radicale del tempo, la trasformazione del protocollo in drammaturgia e il recupero di una linea che da E.R. arrivava fino a una versione disincantata e senza ironia di Scrubs il secondo anno lavora in modo meno programmatico e più sottile.

La serie di R. Scott Gemmill non deve più dimostrare la sua validità e può perciò permettersi di interrogare cosa accade dopo, quando la forma è già acquisita e la vera questione diventa come abitarla.

Sta qui la differenza più netta tra le due stagioni: la prima aveva il carattere di un urto, di un trauma che esplode (o ri-esplode, post-Covid), e ridefiniva immediatamente le gerarchie, i limiti e anche le paure a cui siamo stati abituati in decenni di medical drama. La seconda sceglie invece di raccontare l'usura, causata dalla costante pressione, che non si scarica mai e che si deposita tanto nelle esitazioni dei coprotagonisti, quanto nelle resistenze al cambiamento.

Il conflitto tra Robby e Al-Hashimi diventa così il simulacro di un confronto oppositivo che va ben oltre quello tra vecchio e nuovo - come già nei primi episodi sembrerebbe rimarcare, con la proposta della seconda di introdurre strumenti basati su IA. Il confronto mette in scena due concezioni del lavoro clinico. Da un lato l'intelligenza improvvisativa, l'autorità costruita sul campo, dall'altra una fiducia nella razionalizzazione, un'intelligenza "artificializzata". Ovviamente nessuna delle due strade è di per sé sufficiente e, da questo punto di vista, The Pitt continua così a usare l'ospedale per parlare degli Stati Uniti (e della contemporaneità). Solo che ora il discorso si sposta leggermente.

Non c'è più soltanto il pronto soccorso come frontiera di guerra post-pandemica, in cui si rende visibile il caos sistemico; c'è anche il pronto soccorso come luogo in cui il paese tenta di automatizzare il proprio fallimento. L'introduzione di nuovi strumenti digitali, l'idea di velocizzare il triage, la promessa di una burocrazia alleggerita, tutto questo viene trattato come sintomo di una sanità che cerca scorciatoie dentro una crisi strutturale che non può essere risolta nel particolare. La stagione insiste così su una contraddizione centrale: mentre la medicina d'urgenza dovrebbe essere l'ultimo presidio di una risoluzione (in questo caso al male fisico), essa viene continuamente deformata da diseguaglianze economiche, dalla fragilità dell'infrastruttura, dalle politiche penitenziarie disumane, dai problemi di accessibilità, dalla precarietà linguistica, dall'incapacità di riconoscere l'autonomia o la sessualità delle persone disabili, dalle dipendenze, dallo stigma. La sala emergenze continua a essere la rete di sicurezza della società, ma una rete che è sempre più logora e che rischia di essere stirata fino a rompersi.

Scelta molto funzionale a supportare questa trama è quella di insistere sulla dignità dei pazienti - dopo averci presentato, nella prima stagione e con forza, i suoi protagonisti. La serie evita di ridurre chi arriva in reparto a semplice funzione drammaturgica: ogni corpo conserva un peso specifico, una storia, una soglia di dolore non assimilabile a quella degli altri. Ovvero, i pazienti non sono mai usati come pretesto per sviluppare il carattere di medici e infermieri; sono, a conti fatti, i veri protagonisti. Proprio per questo alcune delle scene più rilevanti non sono necessariamente le più rumorose o sanguinolente, ma quelle in cui la serie accosta al trauma fisico e visibile (e quindi pubblico) il dolore silenzioso e la vulnerabilità umana, che richiedono un tipo di cura diverso e più personale. Una cura che ognuno di noi dovrebbe aver per sé stesso e che, in questo E.R. contemporaneo, diventa strumento medico messo a disposizione del paziente. Con un'importante conseguenza: chi cura se ne deve privare.

Vittime di questo processo sono i due personaggi qui comprimari, che rendono perfettamente il costante logoramento della propria intimità e resistenza, fino a strapparsi a livello identitario. Noah Wyle e Sepideh Moafi fanno percepire, in modo differente e su basi opposte (psicologicamente il primo, fisicamente la seconda), il loro progressivo cedimento, non esplodendo ma implodendo nella difficoltà a staccarsi da ruoli che coincidono ormai con le loro identità. Le loro performance sono quindi più interna, meno esibite, e proprio per questo molto più interessanti.

Se la prima stagione di The Pitt è stata in grado di rifondare il medical come macchina di immersione, mostrando il pronto soccorso come condensatore di corpi e conflitti sociali, la seconda mette in crisi l'idea stessa di sostituibilità su cui ogni istituzione si regge. La serie, cambiando direzione, sposta il discorso dalla crisi come evento alla crisi come condizione permanente; con questo passaggio, The Pitt non racconta più l'emergenza, ma l'usura quotidiana della cura, delle istituzioni e, soprattutto, di chi le attraversa: noi.

Episodi: 15
Regia di Damian Marcano, Amanda Marsalis, John Wells, John Cameron, Quyen Tran, Silver Tree.

La serie che rifonda il medical drama. Con un'estetica che parla degli USA. E quindi di caos

Recensione di Gabriele Prosperi

Un unico turno di pronto soccorso, quindici ore filate, raccontate in tempo reale al Trauma Medical Center di Pittsburgh, dove gli afflussi ordinari di pazienti spinge i medici a parcheggiarli per mancanza di posti, affrontando procedure che slittano, conflitti con l'amministrazione, dilemmi clinici ed etici. Il tutto gestito da Michael "Robby" Robinavitch (Noah Wyle) e dal suo team, composto dall'infermiera responsabile Dana Evans (Katherine LaNasa) e da un gruppo di medici in formazione - fra cui Heather, Frank, Samira, Mel, Trinity, Dennis, Victoria e Cassie - su cui il pronto soccorso agisce come una camera di pressione.

Totalmente meritati i 3 premi vinti alla 77° edizione degli Emmy: Miglior serie drammatica, Miglior attore protagonista a Noah Wyle e Miglior attrice non protagonista a Katherine LaNasa.

Una stagione composta da 15 episodi/ore in un arco narrativo che mima la fatica cumulativa di un turno reale: le micro-decisioni si sommano, gli errori pesano, le gerarchie si ridefiniscono di fronte alla contingenza. Il formato 1:1 tra durata del racconto e tempo scenico - che richiama alla mente la serie 24 - oltre a essere un virtuosismo formale, costringe la regia a coreografie serrate di corridoi, stanze, triage, e la scrittura a far coesistere casi brevi e casi a lunga degenza, senza mai spezzare il flusso. Il risultato è un ibrido elegante tra il vecchio e amato procedural e quel tipo di serialità incentrata sul personaggio che oggi caratterizza i prodotti televisivi americani.

La suspense in The Pitt nasce più dall'operatività che dal colpo di scena, seppur non venga mai edulcorato il racconto, talvolta rasentando lo splatter nel mostrare le reali conseguenze di una ferita d'arma da fuoco, o delle scelte individuali rispetto al consiglio medico. Il gergo clinico non viene annacquato, e le "spiegazioni" di vecchie e nuove tecniche di cura non appaiono mai ridondanti, bensì integrate nel racconto e funzionali al suo sviluppo.

Similmente, la catena decisionale, che è spesso il vero teatro dell'azione, non fa mai scivolare via l'aderenza narrativa: affrontando le reali difficoltà del sistema sanitario americano, gli scontri - anche molto importanti e concitati con la responsabile dell'ospedale Gloria Underwood (Michael Hyatt) - raccontano gli impatti a cascata di un caos sia amministrativo che umano. La violenza delle immagini non è mai feticistica, ma serve a chiarire la posta in gioco e i limiti del sistema - dal sottofinanziamento alla carenza di personale: una burocrazia che interferisce con la cura. La macchina da presa si mette al servizio di chi lavora, non del sangue, proponendo un realismo relazionale che restituisce la rete di dipendenze tra medici strutturati, specializzandi, infermieri, tecnici e amministrazione, mostrando come ogni singolo reparto dipenda da quello che c'è (o non c'è) ai piani di sopra.

Il legame genealogico con E.R. è evidente: tra i produttori ci sono John Wells e R. Scott Gemmill, e il protagonista è Noah Wyle (il giovanissimo Dr. John Carter della prima serie medical che fu in grado di rifondare il genere negli anni Novanta), qui nei panni di un responsabile sull'orlo di una crisi di nervi, memore dello stato d'assedio causato dal COVID. I richiami alla pandemia sono molti, a partire dal titolo: "Pitt" non è solo l'abbreviazione di Pittsburgh, ma rimanda anche al "pit" dei pronto soccorso americani, l'area più caotica gestita dai Physician-in-Triage (da cui il termine), che durante il COVID è stata il vero fronte di guerra.

È qui che la serie sceglie una strategia narrativa opposta ai medical a cui siamo abituati, E.R. in primis: anziché dilatare la quotidianità su archi pluriennali, The Pitt comprime tutto in un solo giorno, catapultandoci appunto nella fossa (in inglese, letteralmente "pit") degli E.R. americani. Questo produce due vantaggi chiari: una trasparenza processuale raramente così nitida - protocolli, triage, passaggi di consegne diventano la drammaturgia della serie - e una fortissima responsabilizzazione del tempo: ogni minuto ha un costo clinico, emotivo e politico. Se E.R. ha insegnato televisivamente a guardare l'ospedale come organismo vivo, The Pitt fa un passo oltre e ci obbliga a sentirne la tachicardia in tempo reale: i picchi di carico, i colli di bottiglia strutturali, l'effetto domino tra reparti, rendendo tangibili - non solo narrabili - le frizioni di sistema e la micro-etica della pratica quotidiana.

Richiamata - seppur evitando del tutto il suo ossigeno comico e i suoi voli surreali - è anche Scrubs, da cui eredita appieno lo sguardo critico: l'irritazione verso la retorica della soddisfazione del paziente, la fatica di educare sia i medici specializzandi - con mentori tanto competenti quanto irriverenti - sia chi cura con Google, la consapevolezza che l'efficienza percepita raramente coincide con la sicurezza clinica e, soprattutto, gli scontri accesi con l'amministrazione. Spogliando quella critica dell'ironia, The Pitt riporta a terra la realtà di questi attriti e rende trasparente gli ostacoli affrontati dalla responsabilità deontologica americana.

L'estetica è funzionale: luci fredde, spazi congestionati, costumi che si sgualciscono ora dopo ora; trucco, sporco e sangue (tanto sangue) che registrano la progressione del turno. Il sonoro lavora come un contatore Geiger emotivo - allarmi, pompe, interfono - su cui si innestano dialoghi rapidi e interruzioni continue. La regia privilegia entrate/uscite di campo e piani-sequenza che seguono i corpi. L'alternanza fra casi lampo e filoni narrativi che si sedimentano nel corso dell'intero arco costruisce un ritmo pulsante, mai sincopato gratuitamente. E aleggia costantemente nell'aria - per poi concretizzarsi negli ultimi tre episodi - quella che, insieme ai problemi di amministrazione, è la reale critica all'intera governance statunitense: la diffusione delle armi da fuoco, che rende obiettivamente impossibile fornire cure sufficienti in America, minando alla radice la possibilità di garantire continuità e sicurezza dell'assistenza.

Oltre alla medicina, la serie intercetta, infatti, nodi socio-sanitari: diseguaglianze di accesso, barriere linguistiche, politicizzazione della salute, burnout e post-trauma tra operatori. Le sottotrame (un sospetto di manomissione farmacologica, la gravidanza di una senior, lo stigma verso chi ha un passato di dipendenze) non deragliano mai verso la soap: restano pertinenti al lavoro e la stessa vita privata dei protagonisti, che in altre serie medical è gravitazionale, entra solo quando impatta con le procedure, i turni e le catene di responsabilità. Questo permette alla serie di sviluppare profonde e articolate macro-analisi critiche della società americana contemporanea; ottime analisi, a dire il vero, ma che vengono, purtroppo, bilanciate dall'unico elemento discutibile della serie: una forte retorica demagoga dovuta alla scelta, poco felice, di radunare il team ogniqualvolta un paziente muore, mettendo in cattedra il Dr. Robby per eseguire - con tempi qui improbabili - commemorazioni o bilanci sul senso delle cose. Momenti dal tono didascalico, col dito puntato o, nel registro opposto, con l'occhiolino; in altre parole, quel discorso mentale che permetteva a J.D. in Scrubs di esprimere con la dovuta complessità e serietà i temi sociali affrontati con ironia, qui finisce, in quanto sovraesposto, per appesantire la scena invece di lasciare parlare i fatti.

Il successo della serie dipende tanto dalla verosimiglianza, quanto dall'equilibrio tra urgenza e attenzione al dettaglio. The Pitt prende la lezione di E.R. e la concentra, guarda all'ospedale con la lucidità caustica di Scrubs ma senza scherzare, e costruisce un'estetica che mette in primo piano corpi, tempi e decisioni per parlare d'altro: di Stati Uniti e quindi, oggi, di caos.

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RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
venerdì 10 ottobre 2025
Xerox

non funziona. Ovviamente la presenza di Wyle rimanda sempre a E.R. Ma in questa serie non ci sono gli attori tutti da oscar che c'erano li... Ho visto i primi 4 episodi, e la storia dei due figli col padre morente è veramente molesta, tirata TROPPISSIMO per il lungo.... Finora tutti i medici di questa serie non ci hanno fatto vedere nessun aspetto del loro privato, cosa che in E.

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martedì 16 settembre 2025
 

Regia di Damian Marcano, Amanda Marsalis, John Wells. Una serie con Noah Wyle, Patrick Ball, Katherine La Nasa, Supriya Ganesh, Fiona Dourif. Dal 24 settembre su Sky. Guarda il trailer »

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