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Ultimo aggiornamento venerdì 20 dicembre 2019
Matteo Garrone dirige l'adattamento cinematografico del romanzo omonimo (1881) di Carlo Collodi. Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, 9 candidature e vinto 6 Nastri d'Argento, 15 candidature e vinto 4 David di Donatello, 2 candidature a BAFTA, 1 candidatura agli European Film Awards, 1 candidatura a CDG Awards, 1 candidatura a ADG Awards, In Italia al Box Office Pinocchio ha incassato 26,2 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Ci sono tutti, i personaggi principali del romanzo di Collodi, nel Pinocchio di Matteo Garrone: Geppetto e il suo burattino di legno, Lucignolo, Mangiafuoco, la Fata Turchina, il Grillo Parlante, il Gatto e la Volpe, fino all'Omino di burro, il Tonno e la Balena. Perché questo ennesimo adattamento cinematografico di una delle favole italiane più note nel mondo è enormemente rispettoso dell'originale, come già era stato Il racconto dei racconti al testo di Gianbattista Basile.
C'è una cura devota nella ricerca delle facce giuste, negli scenari che chiunque abbia letto Pinocchio ha immaginato, nei dettagli dei costumi, del trucco (impressionante il legno con cui è costruito il bambino), degli effetti speciali artigianali, come lo erano stati ne Il racconto dei racconti, e utilizzati con grande parsimonia, ovvero solo quando narrativamente necessari.
In questa cura c'è tutto l'amore e la reverenza che Garrone ha verso il testo di Collodi, il suo perfetto equilibrio nel dosaggio degli elementi narrativi e nella caratterizzazione di personaggi che sono diventati archetipi, verso quell'ingranaggio drammaturgico che vede il percorso di iniziazione alla vita di un burattino che sogna di diventare un bambino (e dunque un uomo) vero dipanarsi per corsi, ricorsi e inciampi, sempre due passi avanti e uno indietro, con un andamento ad elastico sempre pronto a ritornare bruscamente al punto di partenza, proprio quando sembrava così vicino al salto evolutivo.
Gli interpreti son perfetti: Benigni trattenuto e straziante (come già il Nino Manfredi del Pinocchio televisivo di Luigi Comencini), il piccolo Federico Ielapi minuto ma tosto, sempre in equilibrio fra intraprendenza e desiderio di appartenere, disobbedienza e lealtà.
E poi Massimo Ceccherini e Rocco Papaleo, nati per diventare la Volpe e il Gatto, Gigi Proietti credibilissimo come il burbero Mangiafuoco dallo starnuto facile, le due fatine (bambina e adulta) Alida Baldari Calabria e Marine Vacht, la prima compagna di giochi (e marachelle), la seconda mamma e Madonna; il grillo parlante Davide Marotta. Standing ovation per Maria Pia Timo (la Lumaca), Enzo Vetrano (il Maestro) e Nino Scardina (L'Omino di burro).
Il personaggio meno sviluppato è Lucignolo, che ha la bella faccia da scugnizzo del piccolo Alessio Di Domenicantonio, e forse è qui il motivo per cui questo Pinocchio è visivamente bellissimo e filologicamente impeccabile, ma manca di quel guizzo anarchico che ci aspettavamo da Pinocchio e da Matteo Garrone. In questo senso anche l'assenza di Melampo apre la porta a un dubbio: che lo spirito trasgressivo di Collodi, che fra le righe fa il tifo per Lucignolo e disprezza Melampo, sia stato edulcorato dalla necessità di costruire una favola più addomesticata, meno apertamente provocatoria.
E se il ritratto feroce del Maestro fatto da Garrone lascia pensare che Pinocchio non avesse poi sbagliato a marinare la scuola, il tono pacificato, da abbecedario, di questa trasposizione cinematografica toglie un po' di quella forza sovversiva che ha reso Pinocchio immortale, e la sua curiosità un vettore narrativo pari alla curiositas di Ulisse.
Resta comunque negli occhi l'incanto di questa favola in cui si sentono gli scricchiolii del legno e si pattina sulla bava della Lumaca, dove gli scivoli del Paese dei Balocchi sono ricavati dalle macchine agricole e Pinocchio smaschera i cattivi salutandoli con un gesto della mano e un tenero (ma risolutivo): "Addio, mascherine!".
Il terribile Mangiafuoco, quel fastidioso del Grillo parlante, gli esseri più subdoli che si possano incontrare come il Gatto e la Volpe tornano insieme ad un Pinocchio mai così umano: è il nuovo film di Matteo Garrone che per interpretare il celebre burattino (che tecnicamente era una marionetta senza fili) ha chiamato il giovane e già bravissimo Federico Lelapi, mentre per il ruolo di Geppetto ha scelto - chiudendo un cerchio - Roberto Benigni che diede il volto al suo Pinocchio nella pellicola del 2002.
C'è tanta attesa nei confronti della pellicola Pinocchio che arriva nelle sale il 19 dicembre 2019 con un cast straordinario che affianca a Benigni, Gigi Proietti nei panni di Mangiafuoco, Rocco Papaleo in quelli del Gatto e Massimo Ceccherini è la Volpe.
La marionetta che vuole diventare un uomo rappresenta un'immagine che in tempi di intelligenza artificiale dà ancora più da pensare, eppure per realizzare il suo Pinocchio Matteo Garrone reduce dal bellissimo Dogman ha scelto di percorrere la vecchia strada, quella del trucco trascurando gli effetti speciali. Così per rappresentare al meglio la marionetta di legno a cui cresce il naso per ogni bugia detta che ha il volto di Federico Lelapi (visto in Quo Vado ma anche in Don Matteo) si è scelto di usare un sapiente make up. Uno straordinario trucco che ci riporta a quella forma di cinema artigianale che si sta perdendo sempre di più davanti alle possibilità del digitale che consente perfino di ringiovanire di trenta anni Samuel L. Jackson nel blockbuster dedicato a Captain Marvel. Niente di tutto questo, Garrone, invece, preferisce la semplicità e la tradizione. Sono bastate le prime immagini del trailer per chiarire che questo Pinocchio vuole essere molto vicina alla versione che emerge in controluce dal libro di Carlo Collodi. Quindi non mancano le situazioni quasi horror e sicuramente non rassicuranti in cui Pinocchio in un vero romanzo picaresco rimane coinvolto.
In fondo per molti Pinocchio rappresenta il racconto di formazione classico di un giovane che diventa adulto attraverso le esperienze più diverse. Ma come tutti i grandi capolavori della letteratura mondiale, la fiaba di Collodi si offre a diverse letture, basti pensare che fu una delle fonti di ispirazione per il film A.I. pensato da Stanley Kubrick e poi diretto da Steven Spielberg.
Garrone ha sempre offerto il "meglio" di sè nel dramma iperrealistico, ovvero quel genere di film in cui senza prendersi troppi rischi si può portare a casa un David di Donatello e il plauso incondizionato della critica Radical-Chic sinistrorsa. Specialmente se noia e povertà regnano incondizionate dall'inizio ai titoli di coda.
Cosa racconta Pinocchio, quel «pezzo di legno che piangeva e rideva» protagonista della fiaba che Carlo Collodi, pseudonimo per Carlo Lorenzini, scrisse nel 1881, divenuto una figura universale? Possiamo vedere le turbolente vicissitudini del ragazzino col naso e il cappello a punta come un romanzo di formazione che segue, appunto, un bimbo alle prese con le giravolte dell'esistenza su quel crinale [...] Vai alla recensione »