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Ultimo aggiornamento venerdì 9 febbraio 2018
Argomenti: Star Wars
Il primo ordine è in lotta contro la Resistenza, così Rey cerca di convincere Luke Skywalker a tornare a combattere. Il film ha ottenuto 4 candidature a Premi Oscar, 2 candidature a BAFTA, 1 candidatura a CDG Awards, In Italia al Box Office Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi ha incassato 15,1 milioni di euro .
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Mentre il Primo Ordine si prepara a stroncare quel che resta della Resistenza, Rey consegna a Luke Skywalker la spada laser che fu sua, invitandolo a interrompere il suo esilio per salvare il mondo libero. Ma Luke non ne vuole sapere e il Lato Oscuro tesse la sua trama letale attorno agli ultimi ribelli.
Ormai è soprattutto una questione di aspettative. Un equilibrio tra la voglia di voler bene a una saga che si è portata via una fetta della nostra vita e l'inevitabile gelosia di chi avverte che quella fetta gli è stata sottratta, modificata o peggio ridicolizzata. Un equilibrio difficile da controllare, almeno quanto quello tra la Luce e il Lato Oscuro della Forza.
Perché gli eroi, che restano "giovani e belli", restano per sempre associati a quei tre, Han, Leia e Luke, nei tre film che hanno cresciuto intere generazioni.
Niente li potrà rimpiazzare. Anche solo una proiezione, un ologramma, uno spettro digitale estratto da quell'età dell'oro mette più soggezione della moltitudine di personaggi e creature che riempiono la sceneggiatura di Gli ultimi Jedi. Rian Johnson lo sa. E per questo, su mandato forse della Disney, è stato designato come sicario per mettere fine, una volta per tutte, a quel ricordo ingombrante. A guidarlo è la volontà scientemente iconoclasta di chi sa che occorre cancellare il passato, affinché possa scattare un minimo di empatia per i nuovi personaggi.
D'altronde lo ripetono tutti incessantemente nella sceneggiatura di Gli ultimi Jedi che il passato è passato, come in un mantra, desiderosi di voltare bruscamente pagina. L'emulazione che si avvicinava alla mimesi di Il risveglio della Forza diviene così strappo violento, in cui l'arma più letale a disposizione è la messa in ridicolo. Se un certo humour sbruffone - tipico di Han Solo - è sempre stato cifra stilistica della saga, Gli ultimi Jedi dà libero spazio all'autoironia senza freni. Ogniqualvolta ci si avvicina a un dialogo solenne, grave e decisivo, subentra un motto di spirito o una battuta da sitcom, come se negli anni Dieci del nuovo millennio prendere sul serio una space opera fosse impossibile. In linea con la tendenza del blockbuster recente, specie disneyano, tutto è meritevole di un sorriso o di una strizzatina d'occhio, in dialoghi che potrebbero essere scritti servendosi di emoji. Ma non era forse il prendersi sul serio alla base della credibilità di Jedi e spade laser?
Mancano prove certe al riguardo, ma in Gli ultimi Jedi cresce il sospetto che le morti o i cambiamenti repentini dei personaggi (Kylo che distrugge il casco, per limitarsi a ció che si può rivelare) siano strettamente correlati al comune sentire dei fan. Scelte figlie più della sondaggistica disneyana presso il proprio popolo che di un'autentica coerenza narrativa. Sequenze epiche (i contrasti di bianco e rosso della battaglia finale, l'addestramento di Rey sull'isola) si alternano ad altre così superflue e maldestre da lasciare esterrefatti (la tediosa battaglia navale del prologo, il segmento in una sorta di Las Vegas sci-fi).
Ma oggi, in tempi che dipendono in maniera patologica dalla serialità, industrializzati e mercificati allo spasimo in una titanica catena di montaggio, forse un blockbuster può essere solo questo. Ovvero l'esatto opposto del progetto amatoriale e pionieristico portato a termine da George Lucas 40 anni prima. Non conta la cura del dettaglio, conta principalmente l'accumulo. Dare al pubblico ciò che desidera, oppure strapparglielo all'improvviso per aumentare il suo desiderio. Consapevoli che, nell'impossibilità di confrontarsi con quel passato, non è rimasta altra scelta che abbatterlo, o riderci sopra.
La "galassia lontana lontana", che è stata a lungo una galassia della nostalgia, si è fatta più vicina da quando la Disney ha preso in mano le redini della space opera e ne ha rilanciato la prosecuzione. Dopo Il risveglio della forza, firmato J.J. Abrams, è la volta di Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi, scritto e diretto da un altro regista cresciuto nel mito delle guerre stellari e dei personaggi creati da George Lucas, Rian Johnson. Il fatto che la nuova era del franchise sia affidata a questa generazione di creativi non è cosa marginale: depositari di un sapere e di un gusto maturato nell'ambito della passione, gli Abrams e i Johnson sono gli interlocutori di un pubblico che è in maggioranza composto di fan, vecchi e nuovi, dell'universo Star Wars, che ha esigenze ed aspettative, da assecondare e ribaltare.
Johnson si rivelato dapprima nell'ambito del cinema indipendente, con un esordio piuttosto folgorante, quale è stato Brick, nel 2005.
Presentato alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia, e uscito in sala due anni dopo, il film mise sotto gli occhi di tutti anche il talento di Joseph Gordon-Levitt, impegnato in una sorta di one-man-show interpretativo nei panni di uno studente liceale che si ritrova ad indagare su un mistero che avvolge la sua ex ragazza, dentro un pastiche hardboiled dall'ambientazione totalmente suburbana e studentesca. Qualcosa di talmente originale e insolito, che Johnson fu costretto a produrlo di tasca propria o quasi. Certi che la produzione di Episodio VIII non gli abbia riservato problemi di questo genere, ci si attende da lui uno script all'altezza della sua fama, specie in materia di dialoghi, in grado di mettere a tacere le chiacchiere saputelle e preventive della rete, luogo principe della diffusa pratica del pre-giudizio.
Mentre il terzo capitolo della terza trilogia, fatta eccezione per il nome del regista, Colin Trevorrow, permane ancora nel più fitto segreto (e si può immaginare che sia alle prese con la gestione della prematura scomparsa di Carrie Fisher), i rumors sull'ottavo film della saga degli Skywalkers sono tanti, troppi. Per la prima volta nella storia di questo franchise, la narrazione potrebbe riprendere in continuità rispetto al punto di arresto di Episodio VII, vale a dire dal momento dell'incontro tra Rey (Daisy Ridley) e Luke (Mark Hamill), e avrà certamente a che vedere con le origini di Rey.
Accada quel che accada, ciò che il film di Johnson è chiamato a gran voce a fare, ora, è superare il suo precedente immediato, che era stato costretto, in un modo o nell'altro, a rifondare la scacchiera su cui far muovere i nuovi personaggi, e aveva scelto di farlo prendendo a modello la drammaturgia della trilogia originale. In molti hanno pensato e scritto che Abrams non ha avuto possibilità di scelta, in questo senso, che la via del calco era l'unica via possibile, per molte ragioni, tra cui la necessità di "risvegliare" un desiderio forte di tornare all'avventura delle origini e un entusiasmo legato ad esse e non ad altro. Certo è che, a Johnson con Episodio VIII, e poi a Colin Trevorrow con Episodio IX, tra due anni esatti, non sarà concesso lo stesso escamotage.
Non resta dunque che affidarsi a Rey, giovane erede dell'onere e dell'onore dei paladini della galassia, ma anche di un antico progetto, di Lucas stesso, di una Luke Starkiller femmina, poi accantonato, chissà, per i tempi (questi) che dovevano venire. Rottamatrice di mestiere e forse di fatto, sconosciuta e carismatica quanto basta per chiedere e ottenere le nostra fiducia, Rey e il suo destino sono la risposta a tutte le domande ancora insolute: che la forza sia con lei.
Il secondo capitolo della trilogia sequel, dopo il non proprio brillantissimo Il risveglio della Forza, palesa abbastanza platealmente tutti quei difetti, nel primo film ancora per la gran parte latenti, che non lasciavano e non lasciano presagire nulla di buono per il futuro della saga. Mentre il film di Abrams risultava fin troppo calcolatore e programmato a tavolino, oltreché quasi interamente [...] Vai alla recensione »
Se fosse una partita di calcio, la squadra di Star Wars - all'ottava di campionato, escluse le coppe - si presenterebbe priva di due titolari: Han Solo, e il forte allenatore che ha riportato in auge il team nella settima, vincente giornata (J.J. Abrams). In compenso, torna in campo un campione piuttosto anziano, ma carismatico, Luke Skywalker, e un nuovo allenatore che si è fatto conoscere con squadre meno prestigiose, Rian Johnson, e che dunque è chiamato a dimostrare il suo valore con una équipe dal budget enorme e con ambizioni da scudetto.
Come è andata, date le premesse? Abbandonando il paragone sportivo, Star Wars - Episodio VIII - Gli ultimi Jedi sembra volontariamente seminare più dubbi che certezze, fino a disorientare lo spettatore per il numero di ambiguità e insicurezze che colgono i protagonisti, nessuno escluso.
Non ci fosse stato il precedente dello spin off Rogue One - particolarmente adulto, complesso e rovinoso per i protagonisti - forse questo capitolo avrebbe colto più di sorpresa, ma il confronto con il tono infine "melvilliano" del film di Gareth Edwards rischia di essere in perdita. Il tema della resistenza, del sacrificio dei ribelli, della gestione oculata della guerra e dell'essere pronti al sacrificio serpeggia anche in questo episodio, ma deve comunque concedere il proscenio ai suoi eroi d'un tempo. E se Carrie Fisher non può che lasciare continuamente un velo di malinconia in chi guarda, affrontando a un certo punto persino una resurrezione metaforica, il vero, grande problema di Star Wars VIII - Gli ultimi Jedi è Luke, ovvero Mark Hamill.
Rey cerca di convincere Luke a unirsi alla Resistenza. Kylo Ren è sempre più alle prese coi suoi dilemmi. Il Primo Ordine vuol mettere la parola fine alla ribellione. Ovviamente c'è molto dì più, essendo uno dei capitoli più belli della saga, sicuramente quello più spettacolare e lungo. Ci sono tanti colpi di scena, ben sceneggiati e calibrati. Quindi, se volete evitare che qualche amico ve li racconti [...] Vai alla recensione »
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