La straordinaria storia di Elena Di Porto, una donna ebrea romana, forte, indipendente e coraggiosa che ha sfidato il regime fascista per salvare molte vite. Espandi ▽
Roma, 16 ottobre 1943. Una donna si aggira per il ghetto sotto la pioggia scrosciante per avvisare a gran voce i vicini che il giorno seguente i tedeschi sarebbero venuti a prenderli e li avrebbero portati verso quei luoghi “dai quali non si ritorna”. Ma nessuno le crede, perché lei Elena Di Porto, “la matta del quartiere”, quella che è stata rinchiusa in manicomio già tre volte, che ha lasciato il marito (fannullone e ubriacone), tira di boxe, fuma, gioca (benissimo) al biliardo e si rifiuta di portare le gonne, preferendo andare in giro con le braghe sformate e le bretelle da uomo. Inoltre gli ebrei romani, attraverso il rabbino capo di Roma, hanno fatto un patto con i tedeschi: 50 chili d’oro, e sarebbero stati lasciati in pace. E i tedeschi sono di parola, no? Si sa come è andata, purtroppo, ed “Elena del ghetto” non è riuscita a salvare i suoi vicini e molti dei suoi cari. Ma la discriminazione nei suoi confronti non è cominciata con il rastrellamento, bensì nel momento in cui ha deciso di non essere come le altre “femmine”: tutte casa e famiglia, morigerate e obbedienti.
Elena del ghetto è l’opera prima del regista Stefano Casertano, coautore della sceneggiatura insieme ad Alessandra Kre e Francesca Della Ragione (anche autrici del soggetto), e narra una storia poco nota al grande pubblico ma già raccontata varie volte. La chiave di lettura, più che la discriminazione razziale, è l’indomabilità di una donna refrattaria alle regole (soprattutto quelle inutili) che ricorda
Teresa la ladra di Dacia Maraini nell’interpretazione di Monica Vitti e la regia di Carlo Di Palma, ma i buoni propositi non salvano il film da una narrazione semplicistica e un’interpretazione centrale talvolta sguaiata, non come lo sono le popolane (almeno nella percezione comune) ma come le dive del palcoscenico.