Freaks Out

Film 2021 | Drammatico, +13 141 min.

Regia di Gabriele Mainetti. Un film Da vedere 2021 con Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini. Cast completo Genere Drammatico, - Italia, Belgio, 2021, durata 141 minuti. Uscita cinema giovedì 28 ottobre 2021 distribuito da 01 Distribution. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 - MYmonetro 3,37 su 32 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento martedì 3 maggio 2022

Roma, 1943: Matilde, Cencio, Fulvio e Mario vivono come fratelli nel circo di Israel. Il film ha ottenuto 8 candidature e vinto 3 Nastri d'Argento, 16 candidature e vinto 6 David di Donatello, In Italia al Box Office Freaks Out ha incassato 2,7 milioni di euro .

Consigliato sì!
3,37/5
MYMOVIES 3,50
CRITICA 3,38
PUBBLICO 3,23
CONSIGLIATO SÌ
Un film storico che spazza via la monotonia, re-incanta il mondo attraverso l'eroismo e conferma Mainetti come il mago di Oz del cinema italiano.
Recensione di Marzia Gandolfi
mercoledì 8 settembre 2021
Recensione di Marzia Gandolfi
mercoledì 8 settembre 2021

C'è una guerra sporca che brucia il mondo e i diversi. In quella guerra sporca c'è un circo e dentro al circo quattro freaks che strappano sorrisi all'orrore. Matilde è la ragazza 'elettrica', Fulvio l'uomo lupo, Mario il nano calamita, Cencio il ragazzo degli insetti. A guidarli è Israel, artista ebreo e 'terra promessa', che ha inventato per loro un destino migliore. Assediati dai nazisti, che hanno occupato Roma e soffocato ogni anelito di libertà, decidono di imbarcarsi per l'America ma inciampano nell'ambizione divorante di Franz, pianista tedesco e direttore artistico del Zirkus Berlin, con troppe dita e poco cuore. Strafatto di etere, Franz vede il futuro e vuole cambiarlo: la Germania non perderà la guerra. A confermarlo sono i suoi deliri, a garantirlo i superpoteri di Matilde, Fulvio, Mario e Cencio. A Franz non resta che scovarli.

Davanti a Freaks Out, e dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, non abbiamo più dubbi, Gabriele Mainetti è il mago di Oz del cinema italiano.

Un uragano che ci solleva dalla monotonia della produzione nazionale per precipitarci nella terra dell'avventura, dove sopravvivono creature fantastiche in cerca del loro cuore o del loro coraggio per sconfiggere la paura e una strega, sempre crudele e ciarlatana. Non si allontana troppo dalle rive del Tevere, Mainetti che lascia il cuore del ciclone per sbarcare nel regno della narrazione fantastica nutrita di Storia. Una 'storia' nota che il suo film 'mette in pericolo' attraverso un nazista più nazista degli altri, decisamente antisemita e ostinato a vincere la guerra, perché ha già visto il futuro e la morte del Führer.

Mainetti confonde i fatti reali (l'occupazione di Roma) con gli avvenimenti immaginari (l'arrivo del Circo Mezzapiotta). Cortocircuitando l'esperienza romanzesca e l'illusione di realtà storica, immagina un pianista pazzo che usurpa a Chaplin l'energia burlesca per ridere e irridere l'intolleranza e la tirannia. Da qualche parte tra il gaio dittatore di Mel Brooks e il grande dittatore di Charlie Chaplin, Franz Rogowski torce e rivolta il corpo per entrare meglio nella pelle dell'altro, soprattutto di quello che si detesta.

Giocoliere con mappamondo e bastone (una pistola a canna lunga), l'attore tedesco sa bene che i dittatori sono registi e segretamente coreografi. Sempre comicamente in controtempo, infila in Freaks Out danze improvvisate, balzi e sbalzi di umore perché Franz combatte una battaglia contro il mondo non troppo lontana da quella dei suoi antagonisti, mostri come lui fuori dal circo. Ma se il primo schiverà la realtà senza fine, nascondendo dietro la divisa la propria anomalia, i nostri ci affonderanno temerariamente. Persino Cencio, il più pavido tra loro finirà per volare alto "senza aria e senza rete".

Alla caricatura distruttiva del nazismo trionfante, Mainetti oppone ancora una volta un eroe, quattro eroi popolari, poveri diavoli e nobili attori che maneggiano il grottesco con brio. Riconfermato Claudio Santamaria, riconoscibile dietro al pelo mannaro, assolda Pietro Castellitto, silhouette albina e in contropiede costante, Giancarlo Martini, clown incipriato e 'dotato' di magnetismo, e Aurora Giovinazzo, orfana 'luminosa' che dirige i codici del film storico verso l'intrattenimento mutante.

Ancora una volta Mainetti si orienta verso attori dal fisico passe-partout per attraversare inosservato l'orrore. Un déclic, la sparizione improvvisa del loro 'leader', catturato dai nazisti, apre la coscienza e rimette sulla diritta via gli eroi, che faranno scelte più ambiziose che accendere lampadine o domare insetti, piegare forchette o calamitarle sul petto. Il cammino è sinuoso e l'ostacolo ha la stessa forza sovraumana. E in ragione di quella forza, i fantastici quattro si faranno compassionevoli giustizieri, praticando la giustizia poetica e facendo fondere d'amore lo spettatore.

Sprofondato nel cuore di tenebre della storia, Freaks Out incarna veramente il tema del peso della responsabilità indotta dai superpoteri, essenziale nel mito del supereroe e abdicato da tempo dalla Marvel. Mainetti realizza un film di super-eroi che non si prende mai gioco di loro, permette ai protagonisti di esistere realmente, non hanno bisogno di costumi (a parte quelli di scena), mescolandosi nella società come eroi quotidiani. La figura (super)eroica è soggetto ricorrente del cinema di Gabriele Mainetti, una variante alternativa e ben più intima dei due intoccabili giganti Marvel e DC. Genere dominante da più di dieci anni a Hollywood, una presa di potere che si spiega col contesto ideologico (il dopo 11 settembre), tecnico (l'eccellenza degli effetti speciali) e socioculturale (l'avvento dei geek), raramente viene realizzato oltre i confini americani. È probabile che i nostri supereroi resteranno per sempre all'ombra dei rivali d'oltreoceano, sovralimentati e dopati con spettacolari effetti speciali, è sicuro che non abbiamo i loro superpoteri ma abbiamo senz'altro le idee. L'idea per esempio di mischiare il 'neorealismo' locale con la figura americana del supereroe.

Se Lo chiamavano Jeeg Robot giocava la carta deviante, intimista e minimalista, Freaks Out gioca quella spettacolare dentro 'Roma città aperta' dove immagina una Magnani invincibile che sopravvive al suo 'Francesco'. Mainetti non copia gli americani ma applica la sensibilità (e la cultura) del vecchio continente al genere supereroico. Il risultato è un film storico fantastico e originale, una combinazione di malizia, emozione e umiltà.

L'autore tira la riga del fronte, da una parte gli eroi ordinari (ebrei, partigiani, freaks), stanchi e abbandonati fuori dal mondo e dentro ambienti dismessi dove il cattivo cova e li minaccia, dall'altra i colori e lo slancio degli effetti speciali, l'immaginario pop rilasciato a piccole dosi. Niente di esagerato, tutto si fonde bene, in maniera vivace, fluida, dinamica. Il cast, eterogeneo e governato da Giorgio Tirabassi, funziona a meraviglia. Gli attori giocano la parte e ritrovano una forma di innocenza.

Pieno di un candore assunto senza complessi, Freaks Out re-incanta il mondo attraverso l'eroismo, producendo meraviglia, paura, eccitazione, fede. Fede nel cinema creativo e ricreativo. Un consiglio, restate incollati ai titoli di coda e vedrete cosa è stato del tempo che ci è stato concesso.

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Mainetti con Freaks Out guarda al cinema internazionale.
Overview di Paola Casella
venerdì 23 ottobre 2020

Roma, 1943. Fulvio (Claudio Santamaria) è coperto di peli dalla testa ai piedi; Matilde (Aurora Giovinazzo) è così elettrica che accende le lampadine mettendole in bocca; Mario (Giancarlo Martini) è affetto da nanismo; Cencio (Pietro Castellitto) sputa lucciole e cambia forma agli insetti. E Israel (Giorgio Tirabassi) è il proprietario e direttore del circo che li ha accolti tutti, come una famiglia sui generis. Ma un'esplosione li priva della loro casa-rifugio e li getta nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, creature straordinarie messe a confronto con l'orrore.

Freaks Out segna il ritorno alla regia di Gabriele Mainetti cinque anni dopo Lo chiamavano Jeeg Robot. Scopriamo il nuovo attesissimo film attraverso le parole dello stesso regista:

La romanità
Parlando del cinema di Sergio Leone, Mainetti ne loda lo "sguardo ironico romano, che per me è molto importante, anche perché ti consente di lavorare su più livelli": quello accessibile della risata popolare come quello più "alto" del vissuto doloroso che quella risata sottende. L'ha già applicato a Jeeg Robot, e intende fare lo stesso con Freaks Out.

Lo sguardo internazionale
È evidente fin dalle prime immagini di Freaks Out che Mainetti ha ben presente l'opera di Tim Burton e ha assorbito la lezione del cinema internazionale: del resto ha studiato regia e girato i primi lavori alla New York University. Ma la sua universalità è ben radicata nella sua italianità, mai rinnegata e anzi messa in primo piano, "così come Leone ha portato la sua romanità nel mondo. Quando guardo i suoi film mi sento a casa mia, ma i suoi film riescono a parlare a tutti, in Italia come all'estero".

L'emozione
"La capacità di navigare emotivamente è il grande potenziale che rende il cinema italiano internazionale". Per questo Freaks Out, già dalle prime immagini, tracima emozione. Del resto, come per Steven Spielberg, "il cinema è il gioco di raccontare storie per toccare il nostro bambino interiore". Ma bisogna restare aderenti ad una forma filmica precisa, che "è difficile da mantenere nel momento in cui vuoi emozionare".

Maschere, non macchiette
"Mario Monicelli si ispirava alla commedia dell'arte", ricorda Mainetti. E quella commedia è fatta di archetipi che le maschere sintetizzano. Nella galleria di "mostri" che Freaks Out dichiara di essere fin dal titolo, ognuno è già visivamente una maschera, della quale dobbiamo però scoprire l'umanità sottostante, "e lavorare sulla tridimensionalità dei personaggi: come in Jeeg Robot, dove c'erano maschere tragiche che fanno ridere".

La credibilità
"Spielberg fa un cinema vicino al nostro perché racconta storie di persone normali, piena di paure e di fragilità, e le porta in uno spazio assurdo", ricorda Mainetti. "Ho dovuto rendere credibile il viaggio fantastico dei miei freaks, e poiché l'incredulità si sospende solo attraverso i personaggi, li ho dovuti rendere autentici al di là del loro aspetto esteriore e dei loro superpoteri". In questo la sua passata esperienza di attore "mi ha aiutato a immedesimarmi con personaggi densi di verità e di dramma".

La sofferenza
"La sofferenza è necessaria per poter raccontare. Se non ce l'hai dentro non puoi farlo". E chi meglio di un gruppo di freak potrà veicolarla?

La musica
Come già in Jeeg Robot, anche in Freaks Out la musica sarà "non un sottofondo ma una protagonista che aiuta a narrativizzare il racconto". La firma è di Michele Braga insieme allo stesso Gabriele Mainetti.

Squadra che vince non si cambia
Alla sceneggiatura, come in Jeeg Robot, c'è l'amico e sodale Nicola Guaglianone, "incontrato lungo un percorso di tanta, tanta sfiga. Noi aspiranti sceneggiatori andavamo da Leo Benvenuti che ci accoglieva in uno scantinato a Piazza del Popolo. Io ero più 'americanozzo', Nicola più vicino alla commedia all'italiana". Si sono trovati e, come nei migliori buddy movie, non si sono più lasciati. E la fotografia sporca e graphic è sempre di Michele D'Attanasio, che di recente ha girato anche Tre piani, il nuovo film di Nanni Moretti, L'ombra di Caravaggio di Michele Placido e Padrenostro di Claudio Noce; le scenografie sono ancora di Massimiliano Sturiale e i costumi di Mary Montalto.

Il budget
Freaks Out è costato "'na cifra", come direbbe Mainetti. Che però aggiunge di non aver seguito la lezione numero uno (e due, tre, quattro) di Sergio Leone agli aspiranti produttori: "Mai metterci i soldi tuoi. Io invece ci ho messo tutto quello che ho, oltre a tutto quello che sono. Andate al cinema, e salvatemi la vita!"

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
venerdì 5 novembre 2021
thomas

Il mito dei supereroi è già stato sfruttato in tutti i modi con le decine di film arrivati da oltreoceano negli ultimi anni sicchè, quando pareva che fosse stato già detto il possibile, è arrivato Gabriele Mainetti a dimostrare che la creatività degli italiani non ha eguali al mondo. “Freaks Out” è una ventata di aria fresca in una stanza [...] Vai alla recensione »

FOCUS
FOCUS
giovedì 10 febbraio 2022
Luigi Coluccio

Freaks Out - da oggi disponibile in streaming su CHILI - è un oggetto difficile da maneggiare – per il pubblico, per la critica, per il resto del cinema italiano. E questo si è visto nell’accoglienza al botteghino, nella schizofrenia delle recensioni, nella collocazione del film nel nostro sistema. Le vicende dei freak del Circo Mezzapiotta (Aurora Giovinazzo, Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini), che nella Roma del 1943 post-città aperta e pre-via Rasella, tra l’occupazione nazista e la voglia di America, devono ritrovare il loro mentore Israel (Giorgio Tirabassi) e nel frattempo sfuggire ai deliri superomistici del gerarca Franz (Franz Rogowski), è tutta questa superficie e molto più.

Perché il secondo lavoro di Gabriele Mainetti è una precisa e sentita ricetta di generi e influenze, che mette insieme la storia del cinema del passato e quella del presente, tendenze local e glocal, sensibilità personali e pulsioni collettive. Così tocca rimirarlo da più angolazioni, Freaks Out: sì, il pubblico forse non ha premiato il film, ma l’uscita ottobrina ha coinciso con un momento particolarmente duro per l’impatto della pandemia sulle sale, e non va dimenticato l’apporto che potrà dare il mercato estero, fondamentale per un’opera di questo profilo (l’uscita in Francia è prevista per il 30 marzo); sì, gli scritti attorno al film sono andati a volta in direzioni opposte, ma forse si è pagata la troppa vicinanza alla materia (la nostra via ai supereroi, solo quello?) e al titolo (è quel genere di lavoro che più passa il tempo e più diventa nitido); sì, è un film che a fatica si mette in connessione con il resto del cinema italiano (per calendario, pubblicistica, gusti, rischio d’impresa), ma è la sua singolarità che lo rende già una stella polare da seguire.

Mainetti e Nicola Guaglianone – lo sceneggiatore suo indispensabile compagno di viaggio e di arte – hanno costruito un monolite ammassando superfici su superfici, dove al riflesso di una si intreccia la profondità dell’insieme, per un’architettura teorica ed estetica che fa intravedere tutti gli interstizi che permettono di entrarci dentro, percorrerlo, pesarlo e giudicarlo. Così abbiamo l’oratoria sui supereroi portata alle estreme conseguenze nella sua basilare identificazione con la diversità e l’accettazione di sé, ambientando la vicenda in quella Seconda Guerra Mondiale che vedeva il Reich alla ricerca di un lebensraum – lo spazio vitale dell’espansione tedesca – che non fosse solo fisico ma linguistico, anatomico, razziale: Israel e i componenti del suo circo sono dei freak (e nel cinema contemporaneo il freak non è quello di Tod Browning ma la Suicide Squad di James Gunn), ma è la loro intimità fatta di povertà e romanesco che li rende realmente irricevibili per i piani assoluti dei nazisti.

C’è poi il peso specifico che Freaks Out (di cui vediamo il making of degli effetti visivi realizzati da EDI) detiene nel cinema italiano, dove al suo straordinario lavoro produttivo e realizzativo corrisponde una solitudine forse non così estrema. È vero, il sistema è fragile e sbilanciato, tra ingolfamento del calendario sotto le feste e terra incognita in estate, appiattimento su uno o due generi e la conseguente assenza di una vera e propria industria, ma la strada maestra di Mainetti è quella che stanno cercando di ritrovare e battere altri nomi e altri titoli: Matteo Rovere e la Groenlandia tutta, Sydney Sibilia (filiazione diretta dei primi e sintomo di un processo che sta funzionando), i Manetti Bros. con Diabolik, La befana vien di notte (guarda la video recensione), Francesco Lettieri, la filmografia di Volfango De Biasi e via elencando.

Infine c’è la vera natura di questo film, che viene da lontano e appartiene totalmente a Mainetti e Guaglianone: i corti (Basette, Tiger Boy, Ningyo) e i lunghi (Indivisibili, il già citato La befana vien di notte (guarda la video recensione), naturalmente Lo chiamavano Jeeg Robot), realizzati sia da soli che insieme, mostrano da anni e in modo sfacciato le visioni e i tentativi di un cinema diverso ma riconoscibile, che ci accomuna in quanto immaginario collettivo e vicende riconoscibili. Freaks Out è tutto qua, è tanto da altro, è già da rivedere.

Frasi
Non per farmi i cazzi tuoi
Il gobbo (Max Mazzotta)
dal film Freaks Out - a cura di Mirko
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RECENSIONI DELLA CRITICA
venerdì 5 agosto 2022
Lorenzo Meloni
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Roma, 1943. Israel (Giorgio Tirabassi) impresario circense di origini ebraiche, gestisce il freak show dove si esibiscono i suoi protetti: Fulvio (Claudio Santamaria, irriconoscibile tranne per gli occhi) è un forzuto ricoperto di pelliccia come Chewbacca; Cencio (Pietro Castellitto) un albino con un feeling speciale per gli insetti; Mario (Giancarlo Martini) affetto da nanismo, una specie di Magneto [...] Vai alla recensione »

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