Ispirato all’Affaire Bettencourt, un ritratto feroce di potere, solitudine e manipolazione, dove il desiderio di sentirsi vivi ha un prezzo altissimo. Dal 16 aprile al cinema.
di Claudia Catalli
Una storia inquieta di seduzione e manipolazione. Non poteva che scegliere Isabelle Huppert Thierry Klifa per il suo La donna più ricca del mondo, liberamente ispirato all’ “affaire Bettencourt” e presentato in anteprima al Festival di Cannes, Fuori concorso.
Questa volta la diva francese interpreta una donna a capo di un impero di cosmetici, abituata ad avere il controllo eppure ben contenta di perderlo, sedotta dal fotografo esuberante e sui generis Pierre-Alain Fantin (l’ottimo Laurent Lafitte). Lei desidera sentirsi di nuovo viva, lontana dalla sua gabbia dorata fatta di doveri e formalismi, lui si diverte a sparigliare le carte e la adula fino al punto da intrecciare con lei un legame sempre più morboso di assoluta codipendenza. Affettiva-emotiva nel caso di lei, beceramente economica nel caso di lui.
Costa caro avere intorno un (sedicente) genio d’arte e sregolatezza, o un narciso bugiardo che mira solo al portafoglio che dir si voglia, lo impara a sua spese Marianne Farrère. Pur giustificando ogni sua più folle elargizione (della serie “I soldi sono i miei e decido io”), è il paradigma della donna profondamente frustrata e infelice, che viene sconvolta dal turbinio dandy di uno pseudo artista arraffone e arrivista – è evidente quanto Lafitte si diverta a interpretarlo – e che è disposta a pagare cifre esorbitanti pur di respirare di nuovo una folata di vita.
Di uomini manipolatori è piena la storia del cinema anche recente, dal protagonista di Parasite (guarda la video recensione) fino a Daniel Day Lewis di Il filo nascosto (guarda la video recensione), tuttavia Lafitte sta ben attento, nel cesellare la sua ottima performance riconosciuta non a caso al Premio César 2026 (ha vinto come Miglior Attore), a non prendersi troppo sul serio. Risulta estremamente convincente proprio nell’esibizione spudorata del suo cialtronismo, lontano anni luce da un raffinato Machiavelli che raggira un’anziana miliardaria.
Dal suo canto anche Huppert/Marianne non è mai “solo” vittima, ed è importante sottolinearlo: pur abbagliata dall’istrionismo del “suo” fotografo, nel firmargli assegni su assegni come nel difendere le sue azzardate posizioni davanti alla figlia, appare lucida e presente a se stessa.
Funziona lo spostamento graduale di focus sulla terza incomoda della relazione: non tanto il marito di lei, quanto sua figlia (interpretata da Marina Foïs, bravissima). Figlia trascurata, inascoltata, ignorata che recupera con vigore le redini di una storia di cui non è mai stata protagonista, provando a tutelare gli interessi della sua famiglia e, ancor più importante, dell’azienda di famiglia.
Sarà lei a trascinare in tribunale sua madre, denunciando tutto lo scandalo di questa vicenda, esploso in Francia tra il 2009 e il 2010 attorno appunto alla figura dell’ereditiera del celebre marchio L’Oréal, e ben raccontato in questo drammatico thriller alto-borghese che sa essere spietato. Specie in una domanda che una spazientita Marianne/Huppert fa a sua figlia, tenendole il viso tra le mani: «Vuoi sapere se ti amo? Non lo so».