| Titolo originale | Heimsuchung |
| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico, Storico |
| Produzione | Germania |
| Regia di | Volker Schlöndorff |
| Attori | Detlev Buck, Lars Eidinger, Martina Gedeck, Michael Maertens, Ulrich Matthes Angela Winkler, Wigand Witting, Susanne Wolff. |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento domenica 17 maggio 2026
Una casa in riva al lago a Berlino è testimone di un secolo di storia (nazismo, Unione Sovietica, riunificazione).
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CONSIGLIATO SÌ
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Una casa in prossimità di un lago vicino a Berlino. Questo è il luogo in cui si succedono tre famiglie dal 1930 fino alla caduta del Muro. La famiglia ebrea verrà costretta a vendere l'abitazione. Un architetto ne costruisce una accanto in stile Bauhaus mentre vive alterne vicende sul piano professionale. Dopo la guerra diventerà il nido di una coppia di scrittori di ritorno dall'Unione Sovietica.
Volker Schlondorff ripercorre la storia della Germania, dal nazismo sino alla caduta del Muro di Berlino, attraverso una casa e coloro che si succedono nell'abitarla.
Giunto all'età di 86 anni Volker Schlondorff realizza il suo personale Heimat. Se Edgar Reitz aveva strutturato il capolavoro-fiume avendo come base narrativa l'immaginaria Schabbach nell'Hunsrück, qui ci troviamo ai bordi di un lago nell'area di Berlino e con una sintesi della durata di circa due ore.
L'impresa è comunque riuscita grazie all'idea di mettere al centro due abitazioni concomitanti di cui vediamo la costruzione dopo che un padre padrone ha punito la figlia, secondo lui impudica, segregandola, diseredandola e vendendo il terreno. C'è un'eco di Il tamburo di latta che nell'ormai lontano 1980 valse a Schlondorff l'Oscar dopo la Palma d'oro, nel battere disperato della ragazza mentre il padre sta perfezionando la vendita. Così come la memoria dello spettatore non può non andare all'invece recente Here di Robert Zemeckis.
Ma se il film con Tom Hanks si articolava sul doppio piano della memoria e della sperimentazione digitale qui è la riflessione su ciò che è stato della Germania che viene filtrata attraverso attese, velleità, speranze e profonde delusioni.
La casa, con la sua struttura e con l'ambiente naturale che la circonda, diviene testimone silenzioso del passare delle generazioni e dei rivolgimenti politici. L'architetto che si salva dalla denazificazione solo perché Albert Speer, con cui sperava di collaborare, lo ha respinto si trova ad edificare palazzi per glorificare il potere socialista è solo uno degli esempi possibili.
Perché Schlondorff colloca la casa in quella che diverrà la Germania Est con il cui regime (oltre che con quello sovietico in un riferimento che la scrittrice fa al terrore staliniano) non è affatto tenero. Anche se poi, attraverso le vicende degli abitanti che si susseguono, non tende a un finale pacificatorio. La caduta del regime comunista non ha portato solo positività. La scrittura della sceneggiatura rivela un'acuta lettura sia sul piano storico che su quello sociologico senza dimenticare mai l'adesione e la comprensione sul piano umano che nel suo cinema non è mai venuta a mancare.
Volker Schlöndorff - a quasi cinquant'anni dalla Palma d'oro per il Tamburo di latta - porta a Cannes un film di spettri che attraversa sessant'anni di storia tedesca come il romanzo di Jenny Erpenbeck da cui è tratto. Occorre non farsi scoraggiare dalla fotografia del prologo in bianco e nero, che riempie lo schermo di tutti i personaggi che poi si vedranno nel film, e lasciare al racconto il tempo [...] Vai alla recensione »