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giovedì 23 settembre 2021

Julianne Moore

Una sofisticata signora di Hollywood

Nome: Julie Anne Smith
60 anni, 3 Dicembre 1960 (Sagittario), Fayetteville (Arkansas - USA)
occhiello
Ma queste che sono?!
Ah, le ragazze e io facciamo un “labbra party”, più tardi. Puoi venire anche tu se vuoi. David ci toglie il grasso dalle chiappe e lo mette nelle labbra.
Allora è per questo che si dice “avere una faccia da c**o”!

dal film Laws of Attraction (Matrimonio in appello) (2004) Julianne Moore  Audrey Woods
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Julianne Moore
Golden Globes 2015
Nomination miglior attrice in un film drammatico per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

Golden Globes 2015
Nomination miglior attrice in un film brillante per il film Maps to the Stars di David Cronenberg

BAFTA 2015
Nomination miglior attrice per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

Golden Globes 2015
Premio miglior attrice in un film drammatico per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

Premio Oscar 2015
Nomination miglior attrice per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

BAFTA 2015
Premio miglior attrice per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

Premio Oscar 2015
Premio miglior attrice per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

SAG Awards 2015
Nomination miglior attrice per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

SAG Awards 2015
Premio miglior attrice per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

Critics Choice Award 2015
Nomination miglior attrice per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

Critics Choice Award 2015
Premio miglior attrice per il film Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland

Festival di Cannes 2014
Premio miglior attrice per il film Maps to the Stars di David Cronenberg

Golden Globes 2013
Nomination miglior attrice miniserie o film tv per il film Game Change di Jay Roach

SAG Awards 2013
Nomination miglior attrice miniserie o film tv per il film Game Change di Jay Roach

SAG Awards 2013
Premio miglior attrice miniserie o film tv per il film Game Change di Jay Roach

Golden Globes 2013
Premio miglior attrice miniserie o film tv per il film Game Change di Jay Roach

CCTA 2012
Nomination miglior attrice miniserie o film tv per il film Game Change di Jay Roach

Emmy Awards 2012
Nomination miglior attrice miniserie o film tv per il film Game Change di Jay Roach

Golden Globes 2011
Nomination miglior attrice in un film brillante per il film I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko

BAFTA 2011
Nomination miglior attrice per il film I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko

Golden Globes 2010
Nomination miglior attrice non protagonista per il film A Single Man di Tom Ford

Critics Choice Award 2010
Nomination miglior attrice non protagonista per il film A Single Man di Tom Ford

Golden Globes 2003
Nomination miglior attrice per il film Lontano dal paradiso di Todd Haynes

Festival di Berlino 2003
Premio miglior attrice per il film The Hours di Stephen Daldry

Premio Oscar 2003
Nomination miglior attrice per il film Lontano dal paradiso di Todd Haynes

Premio Oscar 2003
Nomination miglior attrice non protagonista per il film The Hours di Stephen Daldry

SAG Awards 2003
Nomination miglior attrice per il film Lontano dal paradiso di Todd Haynes

SAG Awards 2003
Nomination miglior attrice non protagonista per il film The Hours di Stephen Daldry

Festival di Venezia 2002
Premio coppa volpi migliore interpretazione femminile per il film Lontano dal paradiso di Todd Haynes

Golden Globes 2000
Nomination miglior attrice per il film Fine di una storia di Neil Jordan

Golden Globes 2000
Nomination miglior attrice per il film Un marito ideale di Oliver Parker

Premio Oscar 2000
Nomination miglior attrice per il film Fine di una storia di Neil Jordan

SAG Awards 2000
Nomination miglior attrice per il film Fine di una storia di Neil Jordan

SAG Awards 2000
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Magnolia di Paul Thomas Anderson

SAG Awards 1998
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Boogie Nights - L'altra Hollywood di Paul Thomas Anderson

Premio Oscar 1998
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Boogie Nights - L'altra Hollywood di Paul Thomas Anderson

Golden Globes 1998
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Boogie Nights - L'altra Hollywood di Paul Thomas Anderson

Festival di Venezia 1993
Premio coppa volpi straordinaria per il film America oggi di Robert Altman



Tratto da un'opera teatrale, il film di Zeller tiene lo spettatore incollato allo schermo, incuriosito ma anche spiazzato, con un Hopkins che giganteggia mostrandosi smarrito, disarmato, confuso, e l’attimo dopo minaccioso, velenoso ancora come Hannibal Lecter. Ora al cinema.

The Father è un’odissea nello spazio della mente di Anthony Hopkins. Teatro? No, grande cinema

mercoledì 26 maggio 2021 - Giovanni Bogani cinemanews

The Father è un’odissea nello spazio della mente di Anthony Hopkins. Teatro? No, grande cinema Arriva da noi con la luccicanza dell’Oscar vinto da Anthony Hopkins – un Oscar per il Miglior Attore che, quest’anno, era anche l’ultimo evento, dunque il più importante, della cerimonia. E mentre noi comuni mortali, in Italia, tiravamo mattina per sapere chi avrebbe vinto, lui se ne stava a casa sua, in Galles, a dormire.

Con sublime distacco dalle cose di questo mondo, il mattino dopo Hopkins avrebbe acceso il telefonino e filmato un breve messaggio di ringraziamento, mentre dietro di lui c’era un paesaggio di prati e cielo che veniva voglia di attraversarlo in bicicletta.

Arriva da noi – esclusivamente nelle sale: dal 20 in originale, dal 27 in versione italiana – The Father, con il prestigio dell’Oscar alla Miglior Sceneggiatura non Originale, e con quel pizzico di sospetto che si accompagna sempre ai film tratti da un’opera teatrale. Ma saranno noiosi? Saranno un diluvio di parole, due persone che si guardano negli occhi, e noi annoiati a guardare lo schermino dello smartphone.

I film tratti da opere teatrali, chi ama il cinema li vede sempre con sospetto. Perché vuole che il cinema sia cinema, e non teatro filmato, come ancora troppo cinema e troppa tv. Chi ama il cinema è affamato di immagini, vuole girellare nelle inquadrature come un cane in un bosco.

Beh, una notizia: questo è cinema. Ed è grande cinema. Perché quello che vedi ti fa stare incollato allo schermo, e perché quello che vedi ti sorprende sempre. È grande cinema anche se non ci sono effetti speciali, anche se non ci sono esterni se non per trenta secondi nei titoli di testa. Ma è grande cinema, è un po’ Shining e un po’ Luis Bunuel. È la storia di una disgregazione umana. È un puzzle si ricompone nella mente dello spettatore, mentre il personaggio segue il percorso inverso, si sfalda, si sgretola, si scompone come il computer Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio.

È un’odissea nello spazio della mente del protagonista, The Father. Uno spazio nel quale non ci sono riferimenti certi. Anthony Hopkins si aggira fra le stanze della sua casa come Jack Nicholson nei corridoi dell’Overlook Hotel. No, non ci sono corridoi interminabili, qui: bastano un po’ di stanze, e ogni porta può spalancare un abisso.
Inutile dire quanto sia bravo Anthony Hopkins, lo scriveranno tutti. Sul suo volto lascia affiorare intelligenza, smarrimento, euforia, disperazione, sex appeal. La scena in cui incontra la giovane caregiver, bionda, ventenne, già preparata alle stranezze del vecchio, e in cui tuttavia riesce a sorprenderla mille volte, in cui riesce a essere divertente, leggero, spiritoso, sensuale, imbarazzante, patetico, e improvvisamente sgarbato, adirato, passando da uno stato d’animo all’altro con una velocità stupefacente, è da manuale. Hopkins riesce a essere smarrito, disarmato, confuso, e l’attimo dopo minaccioso, velenoso ancora come Hannibal Lecter. E poi crolla ancora

Ma non è quanto sia bravo Hopkins il punto. O quanto sia brava Olivia Colman, nel ruolo della figlia – e lo è, enormemente: un misto di dolore, premura, rassegnazione, impotenza, delicatezza. Il punto è come il film riesca a rendere ogni momento inquietante, difficile da decifrare per lo spettatore. È come se fosse una continua soggettiva della mente di Hopkins.
I piani della realtà vengono rovesciati di continuo, come in un film di Luis Bunuel: Hopkins trova sconosciuti seduti in casa sua, vede entrare dalla porta una figlia che non ha l’aspetto della figlia con cui ha parlato un attimo prima.

Ma non ci sono soltanto le soggettive – chiamiamole così – di Hopkins: ci sono anche quelle di Olivia Colman, a complicare le cose. E niente ci fa capire che cosa è vero e che cosa non lo è. Come se il film fosse un Rashomon dove devi scoprire, in ogni momento, se quello che vedi è vero o no.

E tutto, raccontato con una fotografia nitida, senza ambiguità, senza ombre profonde, luminosa e gentile come in un film di Ken Loach. I colori pastello di una casa di bambole, o forse di una casa di riposo. Una luce che non ha ore, come se fosse sempre un eterno mattino, o un’eterna sera: Hopkins cerca continuamente l’orologio, ma c’è sempre luce, come in Insomnia di Christopher Nolan, e in entrambi i casi il protagonista perde le coordinate, i punti di riferimento, il lume della ragione.

Sono tanti i film sull’Alzheimer, o in generale sulla ineluttabilità di un processo degenerativo, che abbiamo visto negli ultimi anni, e molti erano belli: Still Alice con Julianne Moore, Ella & John di Paolo Virzì, Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni, con un meraviglioso Giuliano Montaldo. O Le pagine della nostra vita, con una pazzesca Gena Rowlands. E viene da pensare anche allo sguardo verso l’ineluttabile proposto da Amour di Haneke. The Father, in questa compagnia, si conquista un posto suo, importantissimo, per come riesce a rappresentare l’esplodere, lo sfaldarsi, come in un quadro cubista, dei piani di realtà.

All’inizio si accennava ai film tratti da opere teatrali. Si potrebbe pensare che non ci sia regia, che la macchina da presa sia invisibile. Beh, non lo è del tutto. Ci sono lenti movimenti in avvicinamento ai personaggi, non motivati da niente, solo un avvicinamento dell’attenzione, un sottolineare l’istante. E altre carrellate a seguire Hopkins che va nei corridoi di quella casa che prima appare come la sua, poi come quella della figlia, poi…

E a proposito di teatro, accenniamo di sfuggita al fatto che qualcuno, su questo testo, aveva visto giusto. Quel matto di Alessandro Haber, che The Father lo ha portato a teatro in tempi non sospetti, grazie all’intuito da produttrice di Federica Vincenti. Per due stagioni, il ruolo di Hopkins, il suo smarrimento, il suo dibattersi contro un mondo che si sgretola, Haber lo ha ciabattato sui palcoscenici di mezza Italia. Schegge di un maledetto talento che dissipa, da anni, nei modi più fantasiosi e dannati.

Non è, The Father, soltanto un film astratto. Basterebbe pensare alla pregnanza, al senso di protezione, di accoglienza che danno, nel film, le frasi vuole una tazza di tè? e hai fame?. L’unico modo per comunicare, quando tutto il resto fluttua nell’incomprensibile, l’unico modo per amare è chiedere vuoi ancora un po’ di pollo?.

Mi sento come se stessi perdendo le foglie, dice Hopkins, nel momento in cui prende coscienza di essersi dissolto. È il momento più straziante, quello della resa, dopo avere combattuto con mille stratagemmi per non arrendersi alla realtà, per inventarsi realtà parallele, per rendere vivo chi vivo non è più, mille stratagemmi per aggiustare la realtà, per fare ricomparire una figlia, per trasformare il presente sgradevole nella propria vita di sempre. Alla fine si arrende. Non so se sono pronto a…, dice. Quello che viene invitato a fare è una passeggiata nel parco. Ma forse è anche qualche cosa d’altro. È di fronte alla porta dello spavento supremo, come cantava Franco Battiato. Di fronte allo spavento supremo, torneremo bambini, e anche a ottant’anni desidereremo che venga a prenderci la mamma.

   

L'attrice infila l'abito di una donna consapevole in Gloria Bell di Sebastian Lelio. Dal 7 marzo al cinema.

Julienne Moore, la rossa che balla da sola

domenica 3 marzo 2019 - a cura della redazione cinemanews

Julienne Moore, la rossa che balla da sola Essere rossa è già incarnare un personaggio. Specialmente a Hollywood. Un colore che fonda un canone di eleganza e rende per forza diversi.
L'attrice fa del suo essere rossa il centro del suo mistero. Che prepari una torta in The Hours o aspiri una sigaretta in A Single Man, che tiri di coca in Boogie Nights o trattenga una sciarpa come fosse una mano mentre innamora il giardiniere Lontano dal paradiso, il rosso diventa fulcro della messinscena, oscurando le altre forze in campo.
A farne le spese questa volta è l'amante ignavo di John Turturro, oscurato dalla sua incandescenza in Gloria Bell.
L'autore cileno rifà il suo film e offre a Julianne Moore un ruolo che testimonia l'evoluzione della sua immagine: l'attrice approda sulla pista da ballo e infila l'abito di una donna consapevole che avanza in solitudine, senza averne paura. In occasione dell'uscita al cinema di Gloria Bell (guarda la video recensione), Veronica Bitto legge il testo di Marzia Gandolfi.

   

Scopri tutti i film premiati alla 87a edizione degli Academy Awards.

Oscar 2015, il trionfo di Birdman

lunedì 23 febbraio 2015 - Tirza Bonifazi cinemanews

Oscar 2015, il trionfo di Birdman Tutti i pronostici che davano per vincitore Birdman di Alejandro González Iñárritu, gran favorito della stagione cinematografica, sono andati a segno. Per il secondo anno consecutivo è un messicano a guadagnare l'Oscar come Miglior regista: Alejandro González Iñárritu che in Birdman aveva sperimentato nuove architetture narrative mantenendo sempre il gusto per le storie intrecciate. Ma non solo. Il messicano si è anche guadagnato il premio più importante dell'Academy: quello di Miglior film. Quanto al suo grande rivale, Grand Budapest Hotel di Wes Anderson si è portato a casa quattro premi dei nove ai quali era candidato: Migliori costumi, Miglior trucco e acconciatura, Miglior scenografia, Miglior colonna sonora.

Più in generale l'edizione numero 87 della notte di gala più attesa dall'industria cinematografica e dagli appassionati di cinema e dello spettacolo non ha regalato grandi sorprese, se non per il premio a Miglior attore protagonista andato a Eddie Redmayne per La teoria del tutto (tutti davano per certa la vittoria di Michael Keaton). Tra le sorprese di questa edizione vista in più di cento paesi e più di 24 fusi orari c'è sicuramente la buona conduzione di Neil Patrick Harris. Il tre volte vincitore del People's Choice Awards divenuto celebre soprattutto per il ruolo del facoltoso donnaiolo Barney Stinson nella sitcom How I Met Your Mother, ha dato prova di tutte le sue qualità come attore, cantante, ballerino, presentatore e prestigiatore, a partire dal numero di apertura, un musical che sembrava una lettera d'amore scritta da Broadway a Hollywood. Uno dei momenti più divertenti della serata lo ha visto protagonista in mutande mentre riproponeva uno dei piani sequenza di Birdman nel quale compariva anche Miles Teller, il batterista di Whiplash.

Nessuna sorpresa nella categoria Miglior attore non protagonista. Per quanto fuori dagli schermi il professore di musica di Simmons possa essere criticato per i suoi metodi poco ortodossi, al cinema ha raccolto solo consensi. Dopo aver vinto i maggiori premi dell'industria, J. K. Simmons ha conquistato anche l'Academy che ha riconosciuto il suo immenso lavoro in Whiplash concedendogli l'Oscar. E pensare che tutto iniziò da un piccolo cortometraggio indipendente - per il quale l'attore non ricevette neanche un centesimo - che il regista Damien Chazelle presentò al Festival di Sundance nel 2012 e che ha finito per guadagnarsi tre premi. Nessuna sorpresa nella cinquina rosa: Patricia Arquette era la favorita per il suo ruolo di mamma in Boyhood ed era anche l'attrice non protagonista più quotata secondo i bookmakers. Non c'era storia neanche nella categoria Miglior Attrice perché si dava per scontato che a vincere fosse Julianne Moore per il ruolo di una professoressa di linguistica malata di una forma precoce di Alzheimer in Still Alice.

L'italiana Milena Canonero si è contraddistinta per essere stata la prima donna della serata a vincere l'Oscar (il quarto della sua carriera) che ha coinciso anche con la prima delle nove candidature messa a punto da Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. Anche se i favoriti sembravano essere Bill Corso e Dennis Liddiard per Foxcatcher, per il lavoro svolto sull'attore Steve Carell che sotto il cerone appariva irriconoscibile, il premio per Miglior trucco e acconciatura se lo sono portati a casa Frances Hannon e Mark Coulier per Grand Budapest Hotel. Milena Canonero e Frances Hannon sono state anche tra le poche donne (nove in tutto) a impugnare l'Oscar in un'edizione che già contava poche candidate nelle varie categorie. L'altra critica che è stata mossa all'Academy riguardava la poca presenza di afroamericani nelle varie categorie (per la prima volta dal 1998 non ci sono candidati non bianchi tra gli attori) e dalla scarsa considerazione per Selma che ha ricevuto solo due nomination di cui solo una messa a segno: Migliore canzone originale per Glory.

Nella categoria Miglior film straniero il polacco Pawel Pawlikowski ha rispettato tutte le previsioni impugnando l'Oscar per Ida mettendo in chiaro ancora una volta che la tematica dell'Olocausto è sempre ben vista dall'Academy e tenendo un discorso di ringraziamento troppo lungo secondo i canoni della diretta televisiva da guadagnarsi lo spegnimento delle luci. Sorte che stava per toccare anche ai registi di Big Hero 6, vincitori nella categoria di Miglior film d'animazione. Citizenfour, film su Edward Snowden, ha invece trionfato quale Miglior Documentario (battendo in volata Alla ricerca di Vivian Maier, già disponibile in streaming su MYMOVIESLIVE). Finalmente dopo due ore dall'inizio della cerimonia il film più quotato dell'87 edizione degli Oscar, Birdman, si è guadagnato la prima statuetta, che è finita nelle mani del direttore della fotografia messicano Emmanuel Lubezki (il secondo è arrivato dopo un'altra ora per la Migliore sceneggiatura originale). Prima di giungere ai premi più importanti, il francese Alexandre Desplat, rivale di se stesso nella categoria Miglior colonna sonora (dove concorreva anche con The Imitation Game), ha finito per portarsi a casa l'Oscar al servizio di Wes Anderson in Grand Budapest Hotel.

Guarda il photocall dei vincitori »

   

Spirit - Il ribelle

Spirit - Il ribelle

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,50)
Un film di Elaine Bogan, Ennio Torresan. Con Eiza González, Jake Gyllenhaal, Isabela Moner, Walton Goggins, Mckenna Grace.
continua»

Genere Animazione, - USA 2021. Uscita 17/06/2021.
Dopo il matrimonio

Dopo il matrimonio

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,72)
Un film di Bart Freundlich. Con Michelle Williams, Julianne Moore, Billy Crudup, Eisa Davis, Abby Quinn.
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Genere Drammatico, - USA 2019. Uscita 15/06/2020.
Gloria Bell

Gloria Bell

* * * - -
(mymonetro: 3,13)
Un film di Sebastián Lelio. Con Julianne Moore, John Turturro, Caren Pistorius, Michael Cera, Brad Garrett.
continua»

Genere Commedia, - USA 2018. Uscita 07/03/2019.
La stanza delle meraviglie

La stanza delle meraviglie

* * * - -
(mymonetro: 3,17)
Un film di Todd Haynes. Con Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael, Cory Michael Smith.
continua»

Genere Avventura, - USA 2017. Uscita 14/06/2018.
Suburbicon

Suburbicon

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,90)
Un film di George Clooney. Con Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Glenn Fleshler, Alex Hassell.
continua»

Genere Commedia, - USA 2017. Uscita 06/12/2017.
Filmografia di Julianne Moore »

giovedì 16 settembre 2021 - Colin Firth e Stanley Tucci sono i protagonisti assoluti di un film sull’ineluttabilità del nostro dissolversi in cometa, con un ultimo meraviglioso fuoco d’artificio, e la loro sinfonia d’autunno ha note che difficilmente dimenticheremo. Al cinema.

Supernova, un film sull'amore e sulla morte, pieno di humour e di sommessa tenerezza

Giovanni Bogani cinemanews

Supernova, un film sull'amore e sulla morte, pieno di humour e di sommessa tenerezza Inizia il film, e se hai l’età per averlo visto, e amato, all’inizio ti viene in mente Nel corso del tempo di Wim Wenders. Due uomini, in giro senza fretta e forse senza meta, su un vecchio furgone. Potrebbero essere i protagonisti di quel film, trent’anni dopo. Sessantenni. Dopo avere, finalmente, accettato la propria omosessualità, che nel film di Wenders era latente.

Ci sono le stesse inquadrature sulle strade, musiche anni ’70 che sembrano rievocare quel mondo. Ma non sono i protagonisti di Nel corso del tempo trent’anni dopo – che poi, il film di Wenders di anni ne ha 45. Sono due sessantenni. Hanno il volto da guerriero e l’accento elegantemente british di Colin Firth, e hanno il cranio rasato, lo sguardo da topolino dispettoso di Stanley Tucci. Viaggiano in una campagna verdissima, sotto un cielo livido, fra le battute ciniche di Stanley Tucci, scrittore, e l’aria sempre in qualche modo solenne di Colin Firth. Musica, nell’abitacolo, tempo che scorre.
Lo capisci, che c’è un problema, ma ci vogliono dieci minuti buoni di film perché si manifesti. E questo non è un male: il problema dei film è spesso quello di dire troppo, subito, con i personaggi costretti a fare piccoli riassuntivi ad uso dello spettatore, quanto di meno credibile si può immaginare. Qui no. Qui si procede per piccoli strappi: Stanley Tucci ritrovato in mezzo a una strada di campagna, Colin Firth che piange, solo, nel bagno del caravan.

Il nome del problema è un nome che domina la vita di un milione di italiani, di cinquanta milioni nel mondo: Alzheimer. Stanley Tucci, scrittore ironico, cinico, dai gesti morbidi, è malato di Alzheimer. Ancora alle prime fasi della malattia. Ma, come dice Aldo Baglio in Chiedimi se sono felice, hai presente la teoria del piano inclinato? Stanley Tucci sta scivolando lungo quel piano inclinato, lo sa benissimo, e non c’è niente che possa fare per tornare indietro, al se stesso di prima. Ha ancora le parole per sedurre, per interessare, per affascinare l’altro.

Non era facile, per un’icona di virilità sobria come Colin Firth, interpretare tante scene stretto in un letto con un altro uomo. Firth e Tucci dormono insieme con la dolcezza e la tranquillità affettuosa di chi si conosce da molto tempo, con l’intimità complice, non esibita, di una coppia che si ama davvero.

Tutto il film si appoggia su loro due: sì, ci sono alcuni paesaggi bellissimi, laghi fra le montagne, brughiere verdissime. Ma tutta la tensione, la commozione, lo struggimento devono nascere vedendo loro due. Loro due che si guardano, che parlano, che si carezzano. Le inquadrature sono semplici, sempre funzionali a mostrare i personaggi, quasi sempre fisse: questo è un film nel quale la direzione degli attori è di una importanza cruciale. La credibilità dei loro abbracci, dei loro gesti, dei loro sguardi, dei loro baci è di una importanza fondamentale.

La semplicità della messa in scena è disarmante: inquadrature che seguono il furgoncino, e poi tutto concentrato sugli occhi intelligenti di Stanley Tucci, su quelli dolenti di Firth. Fra i due, è Stanley Tucci a prendersi la scena con una recitazione quieta.

Ben presto, scopriamo che più che dalle parti di Nel corso del tempo siamo dalle parti di Ella & John, il film di Paolo Virzì che in originale era “The Leisure Seeker”, dove su un altro camper scalcinato fuggivano da tutto, tranne che da se stessi, un Donald Sutherland malato di Alzheimer e una Helen Mirren ugualmente condannata da un altro male. E celebravano insieme libertà, disperazione e allegria.

È impressionante la sequenza di film di grandissimo livello che hanno trattato il tempo dell’Alzheimer.  Se in The Father con Anthony Hopkins l’attenzione era tutta puntata verso lo smarrimento percettivo, la confusione mnemonica e sensoriale, il disintegrarsi dell’io, Still Alice di Richard Glatzer e Wash Westmoreland con Julianne Moore raccontava un personaggio che comprende il suo progressivo dissolversi, e prepara con cura il suo ultimo progetto, prima di esserne incapace.
E anche in questo film, chi sta per dissolversi cerca di scrivere l’ultimo atto della propria vita, cerca di elaborare l’ultima strategia. In più, rispetto a questi due film, c’è la tenerezza, la tenerezza infinita di un amore fra due uomini di mezz’età. Colin Firth musicista, meno abile del compagno ad elaborare in parole i suoi sentimenti, più tattile, più immediato, più disarmato. Che ancora, come un bambino, non crede alla morte, non crede al disfacimento che tutti ci attende. E il film è invece proprio su questo, Alzheimer o no: sull’ineluttabilità del nostro dissolversi in cometa, come fanno le stelle, con un ultimo meraviglioso fuoco d’artificio, il canto della loro morte. 

Pensando, cercando di ricordare i film che raccontano in vario modo la impietosa – ma a volte persino tragicomica – frana dell’Alzheimer, viene in mente anche un piccolo grande film italiano, Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni, con un Giuliano Montaldo che sa disegnare i lati grotteschi, paradossali, comici di un vecchio poeta. E naturalmente, se volessimo esplorare il tema, sapendo che possiamo essere noi uno di quei 44 milioni di persone che nel mondo vedono spegnersi la costellazione dei propri ricordi, delle proprie parole, dei propri legami con il mondo, dovremmo vedere Amour di Michael Haneke, Palma d’oro a Cannes 2013, impietoso e tenerissimo sguardo sull’amore infinito di due anziani, con la tragedia che diventa muta, fatta solo di sguardi, fra Jean-Louis Trintignant e una Emmanuelle Riva destinata, poco dopo, a dissolversi davvero nell’abisso.

Che cosa c’è di bello, di nuovo, di toccante in Supernova? Che è tutto molto intenso, ma insieme molto intimo e molto semplice, è pieno di humour e di sommessa tenerezza. Racconta la difficoltà di vivere gli ultimi giri del vivere, il terrore che ci accompagna e che ci fa tornare bambini, il terrore della solitudine per chi resta, il terrore dell’abisso per chi se ne sta andando. La chimica che lega Firth e Tucci è notevole, e la loro sinfonia d’autunno ha note che difficilmente dimenticheremo. La sceneggiatura, va detto, cura più le parole, i pensieri che non i piccoli o grandi colpi di scena: è leggermente depotenziata, diciamo. Ma non toglie nulla all’atmosfera, alla malinconia, alla profondità del film.  

   

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