Non è certo la prima volta che Julianne Moore 'gioca' con la solitudine. La sua filmografia è un mondo perduto dove lei è tutta sola. Film dopo film, accumula i ritratti di donna single, separata (Safe), spaiata (Don Jon, Il piano di Maggie), custodita sotto una campana di vetro (Lontano dal paradiso), in posa (Il grande Lebowski), immemore (Still Alice). La coerenza che emerge è spaventosa, come se i film seguissero una sola linea di vita, un solo profilo di donna minacciata, trincerata, determinata, lontana. Lontana dalla compagnia degli uomini e dei loro archetipi, lontana dalle convenzioni sociali e dal chiacchiericcio dei suoi rappresentanti, flirtando sempre con quell'abisso che chiamiamo intimità o, dopo Madame Bovary, femminilità. Abisso perché è necessario assumere la 'malattia' che sopporta Julianne Moore in Safe, in Lontano dal paradiso o ancora in The Hours e che non ha altro nome che l'estrema lucidità di una coscienza, di un'individualità in faccia a un uomo, a gruppo, a una società e le sue leggi, le aspettative, il posto e la parte che assegna d'ufficio. La lucidità è quel filo sul quale i personaggi di Julianne Moore avanzano perdutamente, come funambole. In basso, intorno, il vuoto.
Ma lontana dall'America dei Fifties, dove non c'era posto riservato all'identità femminile, l'attrice trova Gloria Bell, fragilità fisica e forza di carattere, stato di innamoramento e resistenza femminista. La sua Gloria ribadisce quel marchio di cortesia borghese che qualifica da sempre i suoi personaggi mentre prende finalmente coscienza di quello che è tollerabile e di quello che non lo è più. Il tratto altero e seccamente seduttivo, che bruciava sul rogo del suo 'rossore', è spento e sfumato da iniezioni di biondo. La nuova nuance, tra metalli e natura, fissa la grande nuance tecnica di Julianne Moore, l'applicazione, lo sforzo di mantenere un sorriso smaltato o la convinzione di essere la donna più felice della California. Sulla pista come in giardino o in camera da letto, dona sempre l'impressione, o forse l'illusione di poter tenere il suo personaggio senza che niente o nessuno possa farlo vacillare.
La profusione del talento di Julianne Moore, la varietà dei registri di cui è capace di appropriarsi, la finezza d'espressione che può raggiungere compongono, come per la piramide olfattiva di un profumo, la sua nota del cuore. Quella nota ha il gusto della sofferenza (subita o procurata). I ruoli coperti definiscono uno dei Moore's touch più persistenti: la donna che soffre, che balla da sola, che non dice troppo e di cui gli effetti sono tutti interiori. Rossa, bionda, dea, star, strega, intellettuale, mamma, puttana, Julianne Moore è stata tutto. Con la sua nuvola di bellezza e di (discreta) virtuosità hitchcockiana.