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Ultimo aggiornamento martedì 16 giugno 2020
Una nuova battaglia all'interno di Parigi. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 1 candidatura a David di Donatello, 1 candidatura a Golden Globes, 1 candidatura a BAFTA, 3 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, 10 candidature e vinto 4 Cesar, 1 candidatura a British Independent, 6 candidature e vinto 3 Lumiere Awards, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a Spirit Awards, ha vinto un premio ai Goya, In Italia al Box Office I Miserabili ha incassato 205 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Montfermeil, periferia di Parigi. L'agente Ruiz, appena trasferitosi in loco, prende servizio nella squadra mobile di polizia, nella pattuglia dei colleghi Chris e Gwada. Gli bastano poche ore per fare esperienza di un quartiere brulicante di tensioni tra le gang locali e tra gang e forze dell'ordine, per il potere di dettare legge sul territorio. Quello stesso giorno, il furto di un cucciolo di leone dalla gabbia di un circo innesca una caccia all'uomo che accende la miccia e mette tutti contro tutti.
Ispirato alle rivolte di strada di Parigi del 2005 e ad altri fatti realmente accaduti, con I Miserabili il regista Ladj Ly, nato e cresciuto, anche come filmaker, nel sobborgo che racconta, espande l'omonimo cortometraggio in un film di grande impatto, tale da riportare alla mente L'Odio di Kassovitz, rispetto al quale misura anche la crescita frammentata ed esponenziale di certe realtà della banlieue parigina.
I Miserabili, che del grande romanzo popolare di Victor Hugo usa l'ambientazione e una didascalia finale, ma soprattutto incarna le preoccupazioni profonde, non conta un momento di troppo, ma contiene al suo interno tre film ben distinti.
Il primo, il prologo, è un film di finzione, nonostante la realtà delle immagini: la Francia multiculturale unita dal tifo per la nazionale di calcio in una gioiosa sintesi interetnica e interreligiosa. Poi c'è il secondo film: la vita di tutti i giorni, costruito come un teso film di genere, che intreccia la giornata dei tre agenti con quella del "Sindaco" e del suo braccio destro, impegnati a farsi strada come boss del quartiere, con gli affari dei boss locali dello spaccio, dei Fratelli Musulmani e del loro leader, Salah, schedato come pericoloso perché insieme ai kebab dispensa il suo pensiero, e poi con i gitani del circo e con i tanti ragazzini dei palazzoni popolari, come Issa, che ne combina una dietro l'altra, o Buzz, che col suo drone spie le ragazze e ciò che non dovrebbe.
Un film multifocale, nel quale il punto di vista del nuovo arrivato non coincide con quello dei due veterani della pattuglia, e nel quale dialogano senza saperlo lo sguardo orizzontale della polizia, che cerca di farsi strada nel labirinto delle gang, come in un mercato all'aperto, e quello dell'alto del drone, che diviene accidentalmente testimonianza, coscienza sporca, arma.
A riempire il vuoto intermedio tra i due livelli ci penserà il terzo film, quello più amaro, chiuso dentro il palazzo suburbano come dentro un cuore di tenebra, dislocato in verticale lungo scale e pianerottoli. Qui si gioca la guerra decisiva, tra generazioni. La guerra contro la rabbia istintiva, di chi è arrivato a sopportazione; la guerra che scardina le regole del sistema e il cui esito è ancora aperto, perché è un conflitto in atto, o forse ancora in potenza, ma pronto a deflagrare, alle porte della città e della società. Quest'ultimo è il film di denuncia, nascosto dietro il fumo dell'azione e dei lacrimogeni fatti in casa.
Ladj Ly (già co-regista del bellissimo documentario A voce alta) conosce da vicino ciò che racconta, e questo, insieme ad un'ottima scrittura, lo esime dall'indulgere in qualsiasi introduzione o commento di sorta, permettendogli di affidare solo e soltanto alla tensione dell'azione la chiarezza del suo messaggio.
"Smettetela di chiamarli giovani, sono della feccia, delle canaglie. Ribadisco e lo firmo." Nicolas Sarkozy, ministro dell’Interno durante la rivolta delle banlieue nel 2005 Una folla colorata e straripante si riversa sulle Champs-Élysées. È un fiume in piena. Sciami di ragazzini di tutte le etnie festeggiano euforici sventolando [...] Vai alla recensione »
Si inizia con la felicità. Un’enorme, possente vibrazione collettiva. Parigi, la Francia ha vinto i Mondiali. Bandiere tricolori ovunque, una folla che ribolle di gioia e di grida. Un immenso respiro collettivo. Volti, sorrisi, grida. Forse sono qui, in questa gioia collettiva, in questo enorme sussulto di emozione, le parole chiave della rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité. Vediamo la folla, l’Arc de triomphe. E mentre vibriamo anche noi di questa gioia, imponente, implacabile, il titolo: I miserabili.
È una bellissima sequenza di apertura, col titolo che cala come una ghigliottina, implacabile, a rovesciare il colore emotivo delle immagini che stiamo vedendo.
Eccolo, il film che ha vinto a Cannes il Premio della Giuria, il film che ha travolto pubblico e critica francesi, che ha dardeggiato, con la sua forza, fra i film candidati all’Oscar per il Miglior Film Internazionale. I miserabili non è una versione aggiornata e riadattata del grande romanzo popolare di Victor Hugo: è un film d’esordio teso, un pugno dritto in faccia.
Il pugno lo sferra Ladj Ly, regista di origine maliana al suo esordio nel lungometraggio. Ma non è un ragazzino, ha quarant’anni, alle spalle molti premi per i suoi documentari. E sulla pelle e negli occhi ha quella banlieue. A Montfermeil, hinterland parigino, 40 chilometri dalla capitale, lui è cresciuto, lì ha visto scoppiare i disordini nel 2005, ci ha fatto un film documentario, 365 jours à Clichy-Montfermeil. E in quei luoghi è anche finito nei guai con la giustizia, per oltraggio alle forze dell’ordine.
Montfermeil è un’altra Gomorra senza bellezza e senza speranza, che Ladj Ly racconta con attenzione alla sua complessità, alla sua ferocia, alle sue leggi. A Montfermeil – dove, per un gioco del caso, Victor Hugo ha ambientato alcune pagine dei "Miserabili" – vive il ragazzino Issa, uno dei milioni di dimenticati da Dio, di "olvidados", come nel film di Luis Bunuel. Lì arriva Stéphane, poliziotto appena assegnato alla Brigata anti criminalità: poliziotti senza divisa, con un’auto senza insegne, in strade senza regole. Non ha neanche il tempo di ambientarsi e viene subito immerso, sommerso, travolto dalle tensioni del quartiere.
Viene da pensare a Training Day di Antoine Fuqua, con Denzel Washington e Ethan Hawke poliziotto "da svezzare", in un giorno devastante di perdita dell’innocenza. E in effetti, anche qui si tratta di qualcosa di simile. Ma nei film polizieschi americani, i poliziotti sono due: qui sono tre. Stéphane, interpretato da Damien Bonnard, sta sul sedile di dietro, un po’ come noi spettatori. Guarderemo la vicenda con i suoi occhi. Con lui, un poliziotto di origine africana, Gwada – Djibril Zonga, ex calciatore, fisico imponente, da anni amico di Ladj Ly – e Chris, bianco e razzista, interpretato da Alexis Manenti, che del film è anche co-sceneggiatore. Non è una differenza da poco, il fatto che i poliziotti siano tre: la dinamica "poliziotto buono/poliziotto cattivo" qui si fa più sfumata e complessa. E forse, in questo film buoni e cattivi non ce ne sono: niente è così semplice. La banlieue è un sistema complesso, come la felicità.
Il film è come una mappa, un mosaico. Che mostra, piano piano, tutti i rapporti umani, religiosi, ideologici che si intrecciano nella città. Ci sono i poliziotti, ci sono i ragazzini come Issa, c’è un boss del quartiere che chiamano "il Sindaco", che tiene i rapporti fra polizia e comunità locale, e gestisce i traffici nel quartiere; ci sono gli imam del quartiere, tendenzialmente non violenti; c’è un ex jihadista, Salah, che ora ha un negozietto di kebab, ed è rispettato da tutti; ci sono i rom di un circo ambulante che si chiama "Zeffirelli" – chissà se con qualche intenzione.
È passato ormai un anno dall’apparizione incendiaria di I miserabili (guarda la video recensione) al Festival di Cannes del 2019, quando il film di Ladj Ly animò il concorso con un’energia particolare nel contesto di un festival, fatta di scintille di genere e politiche che si attivano a vicenda. Nei mesi successivi, questo thriller di droni e di banlieue, questo incrocio di massa critica contemporanea e stratificazione storica, si è inserito con profitto all’interno del sistema.
Prima i buoni risultati al botteghino, poi il riconoscimento della selezione come rappresentante del cinema francese agli Oscar (la prima volta che la Francia sceglie l’opera di un regista di colore) e l’inclusione nelle nomination come Miglior titolo internazionale. Infine il sigillo definitivo sul percorso condotto in patria, con la nomination ai premi César e la vittoria tra gli altri come miglior film, che però è stata un po’ oscurata da fattori esterni.
Già, perché è curioso come la carica sovversiva di I miserabili - problematica, provocatoria, e attaccata all’oggi - sia per un anno intero finita invischiata nelle battaglie socio-cinematografiche altrui. A Cannes e poi agli Oscar ha trovato sul suo cammino il fenomeno inarrestabile Parasite (guarda la video recensione), che ha dominato non soltanto la categoria internazionale dell’Academy ma addirittura i premi principali, con la sua indagine di classe in una Corea globalizzata. Domestico laddove I miserabili è pienamente urbano, allegorico invece che collettivo, verticale come alternativa al topografico; Parasite è per molti versi l’opposto del film di Ly.
E per quanto riguarda i César, il miglior film francese dell’anno non ha potuto far altro che assistere a un’altra resa dei conti politica, più bianca e privilegiata ma non meno urgente né complessa: quella interna all’industria culturale d’oltralpe, ormai avviluppata in una matassa che lega insieme parità di genere, violenza sessuale e come gestire l’eredità artistica degli uomini coinvolti, oltre a una più ampia frattura generazionale tra progressisti e conservatori.
Adèle Haenel (voce principale non soltanto per le esperienze personali ma in quanto protagonista di un film simbolo del cambiamento come Ritratto della giovane in fiamme (guarda la video recensione) di Céline Sciamma) e Roman Polanski (vincitore in absentia per la Miglior regia e figura ormai ultra-compromessa) non sono che punte di un iceberg, ma hanno certamente dominato la serata e il momento storico, spingendo di nuovo I miserabili verso la periferia mediatica, e riaffermando il dominio di quell’élite che spesso tiene a distanza registi dalla pelle e dal curriculum come quelli di Ladj Ly.
Nulla può comunque togliere a questo figlio di immigrati del Mali il merito di aver colto nel segno dello zeitgeist con il suo film d’esordio, riuscendo nell’impresa di aggiornare e rendere rilevante il “film di banlieue” in modo organico e per nulla didattico, non attraverso una distante opera a tesi ma mediante un tessuto eterogeneo e radicato nel territorio del suo Montfermeil, che soprattutto appare un naturale prodotto del suo tempo e non un oggetto di cronaca tarda.
Ciò che a I miserabili è stato tolto dall’attenzione mediatica è stato poi restituito sotto forma di risonanza nel reale, essendo questo un film sulla violenza della polizia, sul disagio di una moltitudine sociale capace di far collassare le istituzioni, e sulle disparità economico-culturali che specialmente in Francia sono giunte a un punto di non-ritorno - tanto da segnarne l’intero periodo storico, dai gilet gialli agli scioperi che hanno fermato Parigi a fine 2019.
Tutti sono punti dolenti, tutti sono riflessi cinematografici che rimandano a eventi della cronaca recente del paese, senza contare la più profonda e strutturale questione razziale, da cui nasce tutto il resto. È qui, dunque, la resilienza di I miserabili, film dalle tante vite che sembra dover continuare a vincere le stesse battaglie più e più volte; un esordio che viene da lontano e che, dopo un anno di successi, può dimostrare molto anche nel nostro paese.
Adolescente nella cité des Bosquets a Montfermeil (a est di Parigi), Ladj Ly ha acquistato a diciassette anni la sua prima videocamera per registrare le tensioni sociali e raccogliere le prove dei metodi della polizia contro i ragazzi del suo quartiere. Un giorno del 2008, la violenza ordinaria passa il limite e Ly filma il pestaggio di un minore ammanettato. Segue uno scandalo, un’indagine e la sospensione dal servizio di alcuni agenti. Quel video è l’origine dei Miserabili (guarda la video recensione), declinato in un cortometraggio nel 2017 e nella versione in lungo due anni dopo.
Nella figura del bambino col drone (interpretato dal figlio del regista, Al-Hassan Ly) riconosciamo Ladj Ly, sentinella del quartiere e guardiano delle immagini. Ma il punto di vista morale del regista sulla storia che racconta passa sorprendentemente per un poliziotto (Damien Bonnard), appena sbarcato da Cherbourg e testimone futuro delle rivalità del quartiere e delle ‘bravate’ dei suoi colleghi. È lui a incarnare lo sguardo esteriore che frena gli ardori di un cowboy della BAC (brigata anticriminalità) caricato a molla contri i ragazzini della Cité.
Affiancando con una certa empatia la pattuglia e i loro interventi, l’approccio del regista apporta un equilibrio singolare tra le forze in campo. È rara la misura nel trattare un soggetto così esplosivo nei ‘territori perduti’ della Repubblica dove Ladj Ly ha aperto una scuola di cinema e promette di far nascere nuovi sguardi.
Altro segnale forte è far dipendere gerarchicamente da una donna i tre poliziotti della brigata. Jeanne Balibar, eccezionale nell’unica e lunga scena in commissariato piazzata al debutto del film, incarna un’autorità misurata, calma e non priva di umorismo e di charme. Dopo di lei le dimostrazioni di forza dei suoi poliziotti su campo suoneranno scordate. Ladj Ly va oltre il virilismo esasperato sovente tradito dal genere, si pensi ai polar di Olivier Marchal o ai poliziotti di Stefano Sollima (A.C.A.B.), applicando al suo soggetto una sensibilità decisamente femminile.
Il nuovo arrivato biasima di fatto il machismo fascista del suo collega, il poliziotto di Alexis Manenti (Chris), interprete e co-sceneggiatore del film. È lui ad attirare immediatamente lo sguardo dello spettatore. Nella versione ‘corta’ dei Miserabili, i personaggi erano appena schizzati e le responsabilità ripartite in parti uguali. Ma a questo giro di ronda tocca a lui incarnare l’agente aggressivo ossessionato dalla difesa del suo statuto nel territorio che controlla. Alexis Manenti ne fa un uomo abitato dalla paura e sopraffatto dagli eventi che affianca Gwada (Djebril Didier Zonga), suo doppio ‘positivo’ che vive con la madre con cui parla soninke, lingua mande parlata in Sierra Leone.
Poliziotto nero nato a Montfermeil, scritto in opposizione a Chris, poliziotto bianco e razzista, Gwada è interpretato da Djebril Didier Zonga. Come Ly, è cresciuto nello stesso quartiere e dall’altra lato della legge, come Ly ha provato a comprendere cosa passi nella testa di un poliziotto arruolato in un mondo abbandonato ai suoi espedienti. Nei film americani, i poliziotti ‘arruolati’ sono sempre due e tutti e due accomodati nei sedili anteriori. Ladj Ly rompe lo schema e aggiunge un terzo agente sul sedile posteriore, formando un trio eterogeneo ‘in tour’ per le vie delle banlieue. Una macchina infernale che carbura testosterone e adrenalina, una trappola per gli attori che non avevano né modelli né stereotipi a cui riferirsi. Perché di poliziotti che assomiglino a quelli che potremmo incrociare sulla strada, non ne incontriamo mai sullo schermo.
Ly ne fa dei personaggi di fiction complessi che abitano lo stesso quartiere di quelli che sorvegliano e si ritrovano la sera negli stessi interni privi di qualsiasi lusso. Né bastardi fascisti, né modelli di virtù, non sono mai d’accordo tra loro sulla maniera di svolgere i loro interventi. È l’errore di uno di loro, un tiro di flash-ball (proiettili di gomma) che colpisce in pieno volto un bambino nel quadro di un’inchiesta sul rapimento di un cucciolo di leone in un circo gitano, a innescare la violenza. A Damien Bonnard (Pallottole in libertà) spetta il ruolo del terzo poliziotto (Stéphane), il candidato candido sbarcato dalla provincia che si ritroverà a occupare il centro del racconto. Confrontato con tutti i mali delle banlieue, Damien Bonnard interpreta un piccolo personaggio che acquista progressivamente spessore fino a imporsi con la sua presenza lunare.
Leggi “I miserabili” e pensi a Victor Hugo. Ma I Miserabili di Ladj Ly, il regista parigino attento alle tematiche dei movimenti, delle rivolte e delle rivendicazioni non racconta da storia di Jean Valjean. E allora perché quel titolo, quel sortilegio? Solo per una prima attenzione, un primo sentimento di getto che ti stimolerà a saperne di più, ti indurrà a comprare il biglietto? Ci può stare, ma poi ti accorgi che una connessione, un contrappasso con la grande opera di Hugo è riscontrabile. E non sta solo nei grandi principi, nei corsi e ricorsi della vicenda umana. Il dolore, la sopraffazione dell’autorità, la sofferenza, le differenze intollerabili fra le fasce, lo stimolo alla ribellione, sono sempre gli stessi in tutte le epoche.
BASSE E SOFFERENTI
I personaggi del romanzo rappresentano le classi più basse e sofferenti della società francese dell’Ottocento. Soffrono, cercano di reagire, si ribellano. Sopra di loro, la legge, che non è amica, ma nemica spietata. Hugo (1802-1885) scrisse: “Il destino e in particolare la vita, il tempo e in particolare il secolo, l'uomo e in particolare il popolo, Dio e in particolare il mondo, ecco quello che ho cercato di mettere in quel libro”. Jean Valjean, l’eroe buono e perseguitato ingiustamente, il suo persecutore Javert, la giovane Fantine abbandonata, Cosette, bambina figlia di Fantine che Jean adotta a protegge, i Thénardier malvagi, Gavroche, il ragazzo che fa la rivoluzione: sono tutti modelli di una società e di un’azione che può essere trasferita dall’epoca di Napoleone e della restaurazione, l’epoca di Hugo appunto, a certi giorni, ricorrenti, di Parigi.
LA VOCAZIONE FRANCESE ALLA LOTTA
I Miserabili di Ly si ispira alla rivolta nelle banlieue francesi del 2005, attraverso un trittico di racconti che rappresentano i contrasti e le lotte di un popolo diverso che, al momento opportuno sa fare fronte comune: la Francia che si entusiasma per i successi della sua nazionale, la vita di tre agenti che devono affrontare la violenza della periferia, e la rabbia, la guerra interna fra generazioni. Assumo il film come segnale del carattere, della vocazione dei francesi a ribellarsi e a lottare.
Se c’è all’orizzonte una Bastiglia da attaccare i parigini, padri e figli, borghesi e non, scendono nelle strade e dicono, urlano, la loro protesta. E ottengono un risultato. Il primo, che ha cambiato il mondo, arriva appunto dalla Bastiglia in quell’89. Da quel momento i francesi si accreditano di un destino e di una capacità di cambiare e di avere ragione, si pongono a guida delle civiltà. Ma quella rivoluzione sarà solo un primo motore. Nel 1830 il popolo scende in piazza ed espelle Re Carlo X.
Nel 1948 la Francia è leader dei movimenti di tutta Europa: industriali e operai, uniti, fanno cadere la monarchia e creano quella che viene chiamata “Prima rRepubblica”. Nel 1871 il popolo si ribella a un governo che ha perso, colpevolmente, la guerra con la Prussia. È la famosa “Comune”. Anche nel Novecento i francesi non rinunciano alla loro vocazione del cambiamento, anzi, alla rivoluzione, quando fra il 1936 e il ‘38 una coalizione di partiti della sinistra, guidata da Léon Blum, dà vita a un governo comunista.
IL SESSANTOTTO E LA RIVOLUZIONE
E poi il Sessantotto, la rivoluzione giovanile, incubata ed esplosa a Parigi, e irradiata dovunque. Un movimento che, pur fra ambiguità ed errori, ha lasciato segnali visibili, eco ascoltabili ed eredità spendibili. Un’altra franchigia che i francesi faranno pesare. Infine i gilets jaunes, gente che non molla, che contrasta la politica e la costringe a cedere.
In tutto questo come c’entrano Victor Hugo e i suoi Miserabili? C’entrano. Il regista Ly ambienta la rivolta del suo film nel sobborgo parigino di Montfermeil, lo stesso in cui si trovava coinvolto Jean Valjean nell’insurrezione repubblicana del giugno del 1832, quando il popolo cercò di rovesciare la monarchia. Tentativo fallito. Il giovane Hugo era già un repubblicano schierato e sedici anni dopo, in quel “quarantotto”, uomo e autore affermato, entrò a far parte della politica attiva come deputato dell’Assemblea Costituente, pronto a opporsi a Luigi-Napoleone quando da Presidente si elesse Imperatore. Hugo fu animatore del Comitato di resistenza repubblicana, in un tentativo, abortito, di sollevare il popolo parigino. I suoi “Miserabili” sono un manifesto, e una sintesi di tutti gli ideali libertari di cui era testimone.
L'EREDITÀ DI VICTOR HUGO
Il film di Ly si chiude con una citazione del maestro: “Amici miei, tenete a mente questo: non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori.”
La distanza temporale delle rivolte è grande, ma, fatte tutte le debite proporzioni, vicine sono le idee che le muovono.
E i miserabili ci sono sempre. E c’è chi li racconta.
Il cinema si sa è stato fin da subito sogno, viaggio nell’immaginario, fantasia di mondi e storie lontane. Ma anche vita che scorre davanti all’obiettivo col suo respiro quotidiano, verità, documento, impronta del reale. I miserabili di Ladj Ly sembra suonare più queste note già dalle prime scene: il materiale di reportage di una videocamera avida di facce reali e di suoni della strada ci immerge subito dentro i fatti: prima nel cuore del tifo per la nazionale francese ai mondiali di calcio 2018 - un bar, le Trocadéro e la Tour Eiffel, i “francesi” dans le rues - e subito dopo dentro la banlieu di Montfermeuil dove il regista è cresciuto e dove ha filmato per anni raccogliendo materiale da rielaborare poi in racconto cinematografico. Si sente il peso della vita vissuta dentro quei confini, ed è un muoversi sapiente dentro quelle dinamiche e fra quei volti.
Anche se il suo non è un documentario dunque, ne ha il sapore e la verità. Allo stesso tempo però il film è in grado di accompagnare lo spettatore lungo un intrigo quasi fiabesco: il furto di un cucciolo di leone da un circo per mano di un ragazzino della cité, di nome Issa, e la sua ricerca da parte di polizia e bande rivali in un difficile equilibrio di forze. Il racconto è veloce, teso, come l’atmosfera che si respira: una bomba a orologeria pronta ad esplodere. Le gang si sfidano a suon di minacce e giochi di sguardi degni di un western contemporaneo.
Il cinema di Spike Lee certo ha fatto scuola sul giovane filmaker (che è solo al suo primo lungometraggio e già in gara per l’Oscar come Miglior Film Straniero, dopo aver vinto il Prix du Jury a Cannes), così come aveva fatto scuola prima su Kassovitz al quale Ladj Ly è stato nel giro di pochi secondi paragonato.
L’Odio di Kassovitz a sua volta ha fatto scuola su intere generazioni. I ”miserabili” di Ladj Ly si parlano con quegli altri de L’Odio. Il contesto è lo stesso: la tensione di quella vita misera che può solo generare “haine” e violenza, come se non fosse cambiato nulla (ci ricordiamo bene ne L’Odio l’orologio su fondo nero che scandiva le ore della cité ma che non faceva accadere nulla, che batteva i vuoti. Come se quell’orologio avesse segnato le ore fino ad adesso). Ma parallelismi a parte, Ladj Ly fa anche una scelta stilistica diversa rispetto a Kassovitz: intanto il colore rispetto a quel bianco e nero più iconico e più estetizzante. Come se volesse levare sofisticazione: meno carrelli, meno grandangoli, un montaggio meno appariscente, un cinema meno emotivo e cinéphile, più spoglio. Un film sulle banlieu fatto per la prima volta da uno delle banlieu. Un respiro più reale.
I tre protagonisti della cité di Kassovitz si sono persi in una coralità di facce a cui Ladj Ly dà voce moltiplicando le sfaccettature di quella realtà (i ragazzini, i musulmani, i gitani, gli afro, prima generazione di immigrati e seconda…).
Sono due i momenti che ci sollevano letteralmente su questo melting pot confusionario e sempre urlato, come se il regista ci volesse regalare una coscienza sulla storia: la sequenza iniziale del film con il tifo che accomuna tutti, che vorrebbe accomunare tutti sotto lo stesso tricolore e sotto lo stesso simbolo della Tour Eiffel. E poi c’è un altro momento: un volo aereo che è tutto cinema. L’occhio di un drone che si muove sulla cité pilotato da un ragazzino che fa una cosa da ragazzino (spiare le ragazze dalle finestre) ma poi finisce per filmare un abuso della polizia, un momento di tensione fra i tre poliziotti protagonisti della storia e una banda di ragazzini che sfogano la loro rabbia contro quel sistema di guardie e ladri a cui sono condannati. La polizia spara senza motivo a Issa ferendolo all’occhio.
Questo sguardo dall’alto sorvola il dettaglio, le differenze, costruisce una coscienza unica, poetica. è lo sguardo innocente che i bambini di quei quartieri sono destinati a perdere troppo presto. Ci solleva dalla microstoria, come se in una visione totalizzante e più ampia questa potesse contare meno, a favore di un valore unico più alto. Come quel tifo che i primi minuti del film fanno sognare. Due respiri che vorrebbero dire Umanità con un’unica parola. Non ci sono buoni e cattivi in questo dramma contemporaneo, ma solo una situazione che sembra autogenerarsi per le condizioni socio-economiche.
Una “notte”, scriveva Hugo, che la società produce e di cui deve rispondere. Nell’800 come oggi.
Prima scena: nelle piazze di Parigi sventolano le bandiere tricolori e i cittadini - bianchi, neri e arabi - cantano tutti assieme a squarciagola la Marsigliese. Si sta celebrando la vittoria della Nazionale francese ai mondiali del 2018 contro la Croazia, trionfo che veicola l' illusione di vivere in un Paese multietnico, unito dai suoi simboli più popolari e riconoscibili.