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sabato 30 maggio 2020

Alexis Manenti

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Alexis Manenti
Cesar 2020
Nomination miglior attore esordiente per il film I Miserabili di Ladj Ly

Lumiere Awards 2020
Nomination miglior attore esordiente per il film I Miserabili di Ladj Ly

Lumiere Awards 2020
Premio miglior attore esordiente per il film I Miserabili di Ladj Ly

Cesar 2020
Premio miglior attrice esordiente per il film I Miserabili di Ladj Ly



venerdì 22 maggio 2020 - Ladj Ly racconta la periferia di Montfermeil, un’altra Gomorra senza bellezza e senza speranza, la sua complessità, la sua ferocia, le sue leggi. Disponibile in streaming su MioCinema. GUARDALO SUBITO SU MIOCINEMA

I miserabili, un'opera prima memorabile che cattura e stordisce, come un pugno dritto in faccia

Giovanni Bogani cinemanews

I miserabili, un'opera prima memorabile che cattura e stordisce, come un pugno dritto in faccia Si inizia con la felicità. Un’enorme, possente vibrazione collettiva. Parigi, la Francia ha vinto i Mondiali. Bandiere tricolori ovunque, una folla che ribolle di gioia e di grida. Un immenso respiro collettivo. Volti, sorrisi, grida. Forse sono qui, in questa gioia collettiva, in questo enorme sussulto di emozione, le parole chiave della rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité. Vediamo la folla, l’Arc de triomphe. E mentre vibriamo anche noi di questa gioia, imponente, implacabile, il titolo: I miserabili.
 

È una bellissima sequenza di apertura, col titolo che cala come una ghigliottina, implacabile, a rovesciare il colore emotivo delle immagini che stiamo vedendo.
Giovanni Bogani, MYmovies.it
Eccolo, il film che ha vinto a Cannes il Premio della Giuria, il film che ha travolto pubblico e critica francesi, che ha dardeggiato, con la sua forza, fra i film candidati all’Oscar per il Miglior Film Internazionale. I miserabili non è una versione aggiornata e riadattata del grande romanzo popolare di Victor Hugo: è un film d’esordio teso, un pugno dritto in faccia.

Il pugno lo sferra Ladj Ly, regista di origine maliana al suo esordio nel lungometraggio. Ma non è un ragazzino, ha quarant’anni, alle spalle molti premi per i suoi documentari. E sulla pelle e negli occhi ha quella banlieue. A Montfermeil, hinterland parigino, 40 chilometri dalla capitale, lui è cresciuto, lì ha visto scoppiare i disordini nel 2005, ci ha fatto un film documentario, 365 jours à Clichy-Montfermeil. E in quei luoghi è anche finito nei guai con la giustizia, per oltraggio alle forze dell’ordine. 

Montfermeil è un’altra Gomorra senza bellezza e senza speranza, che Ladj Ly racconta con attenzione alla sua complessità, alla sua ferocia, alle sue leggi. A Montfermeil – dove, per un gioco del caso, Victor Hugo ha ambientato alcune pagine dei "Miserabili" – vive il ragazzino Issa, uno dei milioni di dimenticati da Dio, di "olvidados", come nel film di Luis Bunuel. Lì arriva Stéphane, poliziotto appena assegnato alla Brigata anti criminalità: poliziotti senza divisa, con un’auto senza insegne, in strade senza regole. Non ha neanche il tempo di ambientarsi e viene subito immerso, sommerso, travolto dalle tensioni del quartiere. 

Viene da pensare a Training Day di Antoine Fuqua, con Denzel Washington e Ethan Hawke poliziotto "da svezzare", in un giorno devastante di perdita dell’innocenza. E in effetti, anche qui si tratta di qualcosa di simile. Ma nei film polizieschi americani, i poliziotti sono due: qui sono tre. Stéphane, interpretato da Damien Bonnard, sta sul sedile di dietro, un po’ come noi spettatori. Guarderemo la vicenda con i suoi occhi. Con lui, un poliziotto di origine africana, Gwada – Djibril Zonga, ex calciatore, fisico imponente, da anni amico di Ladj Ly – e Chris, bianco e razzista, interpretato da Alexis Manenti, che del film è anche co-sceneggiatore. Non è una differenza da poco, il fatto che i poliziotti siano tre: la dinamica "poliziotto buono/poliziotto cattivo" qui si fa più sfumata e complessa. E forse, in questo film buoni e cattivi non ce ne sono: niente è così semplice. La banlieue è un sistema complesso, come la felicità. 

Il film è come una mappa, un mosaico. Che mostra, piano piano, tutti i rapporti umani, religiosi, ideologici che si intrecciano nella città. Ci sono i poliziotti, ci sono i ragazzini come Issa, c’è un boss del quartiere che chiamano "il Sindaco", che tiene i rapporti fra polizia e comunità locale, e gestisce i traffici nel quartiere; ci sono gli imam del quartiere, tendenzialmente non violenti; c’è un ex jihadista, Salah, che ora ha un negozietto di kebab, ed è rispettato da tutti; ci sono i rom di un circo ambulante che si chiama "Zeffirelli" – chissà se con qualche intenzione.
Appena il tempo di entrare in questo mondo, e un episodio rischia di scatenare una violenza indicibile: un cucciolo di leone sparisce dal circo, e non è cosa da nulla. Occorre ritrovarlo, se non si vuole vedere esplodere quell’universo. Non è che il primo movimento della sinfonia della violenza che suona Ladj Ly: che racconta tutto con un ritmo veloce ma non convulso, con immagini dinamiche ma non "sporche". Insieme al direttore della fotografia Julien Poupard, non si lascia fregare dall’estetica del "vissuto", del traballante, della macchina a spalla quando non serve. Cerca il Cinema, quando si inoltra con lucidità nella Babele di Montfermeil, immensa prigione a cielo aperto. Fino al momento in cui le immagini si alzano, prendono un punto di vista nuovo: quello di un drone, manovrato da un ragazzino, un nerd di quartiere. Un drone che vede qualcosa che non doveva vedere. 

Siamo all’ultimo atto. Se il ragazzino con gli occhiali che manovra il drone ricorda un piccolo Spike Lee, è tutto il film che ricorda Fa’ la cosa giusta del regista afroamericano: anche lì c’erano vari gruppi etnici, anche lì c’era un equilibrio precario, anche lì la tensione cresce, cresce, cresce.

Non è uno sprovveduto, Ladj Ly, e lo si vede in alcune scelte: il tappeto musicale, per esempio. Potremmo immaginare rap a palla, come in altri film del genere: e invece sceglie le sonorità elettroniche dei Pink Noise. E convince anche la scelta di mettere il naso anche in casa dei poliziotti, frugando nella loro umanità, sia pure per pochi istanti.  

Del film, ci porteremo dietro lo sguardo teso di Damien Bonnard, come a fiutare da dove possa arrivare il pericolo; la tensione palpabile nel negozietto di kebab di Salah, l’ex jihadista che la sa lunga sulla violenza, specialmente ora che l’ha abbandonata; il furore dei rom del circo Zeffirelli, i muscoli del "Sindaco" interpretato da Steve Tientcheu, che sembra tenere in pugno quel microcosmo pronto a esplodere. E la sensazione che Montfermeil sia lo specchio di ogni banlieue francese, di ogni periferia di ogni città dell’Occidente. 

lunedì 18 maggio 2020 - Il film di Ladj Ly è un grido di esasperazione che trascende il film de banlieue con un cast magistrale. Premiato al Festival di Cannes e ora in streaming su MioCinema. GUARDALO SUBITO SU MIOCINEMA

I Miserabili: un'avventura collettiva, un film implacabile

Marzia Gandolfi cinemanews

I Miserabili: un'avventura collettiva, un film implacabile Adolescente nella cité des Bosquets a Montfermeil (a est di Parigi), Ladj Ly ha acquistato a diciassette anni la sua prima videocamera per registrare le tensioni sociali e raccogliere le prove dei metodi della polizia contro i ragazzi del suo quartiere. Un giorno del 2008, la violenza ordinaria passa il limite e Ly filma il pestaggio di un minore ammanettato. Segue uno scandalo, un’indagine e la sospensione dal servizio di alcuni agenti. Quel video è l’origine dei Miserabili (guarda la video recensione), declinato in un cortometraggio nel 2017 e nella versione in lungo due anni dopo.

Nella figura del bambino col drone (interpretato dal figlio del regista, Al-Hassan Ly) riconosciamo Ladj Ly, sentinella del quartiere e guardiano delle immagini. Ma il punto di vista morale del regista sulla storia che racconta passa sorprendentemente per un poliziotto (Damien Bonnard), appena sbarcato da Cherbourg e testimone futuro delle rivalità del quartiere e delle ‘bravate’ dei suoi colleghi. È lui a incarnare lo sguardo esteriore che frena gli ardori di un cowboy della BAC (brigata anticriminalità) caricato a molla contri i ragazzini della Cité. 
 

Affiancando con una certa empatia la pattuglia e i loro interventi, l’approccio del regista apporta un equilibrio singolare tra le forze in campo. È rara la misura nel trattare un soggetto così esplosivo nei ‘territori perduti’ della Repubblica dove Ladj Ly ha aperto una scuola di cinema e promette di far nascere nuovi sguardi.
Marzia Gandolfi, MYmovies.it
Altro segnale forte è far dipendere gerarchicamente da una donna i tre poliziotti della brigata. Jeanne Balibar, eccezionale nell’unica e lunga scena in commissariato piazzata al debutto del film, incarna un’autorità misurata, calma e non priva di umorismo e di charme. Dopo di lei le dimostrazioni di forza dei suoi poliziotti su campo suoneranno scordate. Ladj Ly va oltre il virilismo esasperato sovente tradito dal genere, si pensi ai polar di Olivier Marchal o ai poliziotti di Stefano Sollima (A.C.A.B.), applicando al suo soggetto una sensibilità decisamente femminile.

Il nuovo arrivato biasima di fatto il machismo fascista del suo collega, il poliziotto di Alexis Manenti (Chris), interprete e co-sceneggiatore del film. È lui ad attirare immediatamente lo sguardo dello spettatore. Nella versione ‘corta’ dei Miserabili, i personaggi erano appena schizzati e le responsabilità ripartite in parti uguali. Ma a questo giro di ronda tocca a lui incarnare l’agente aggressivo ossessionato dalla difesa del suo statuto nel territorio che controlla. Alexis Manenti ne fa un uomo abitato dalla paura e sopraffatto dagli eventi che affianca Gwada (Djebril Didier Zonga), suo doppio ‘positivo’ che vive con la madre con cui parla soninke, lingua mande parlata in Sierra Leone. 

Poliziotto nero nato a Montfermeil, scritto in opposizione a Chris, poliziotto bianco e razzista, Gwada è interpretato da Djebril Didier Zonga. Come Ly, è cresciuto nello stesso quartiere e dall’altra lato della legge, come Ly ha provato a comprendere cosa passi nella testa di un poliziotto arruolato in un mondo abbandonato ai suoi espedienti. Nei film americani, i poliziotti ‘arruolati’ sono sempre due e tutti e due accomodati nei sedili anteriori. Ladj Ly rompe lo schema e aggiunge un terzo agente sul sedile posteriore, formando un trio eterogeneo ‘in tour’ per le vie delle banlieue. Una macchina infernale che carbura testosterone e adrenalina, una trappola per gli attori che non avevano né modelli né stereotipi a cui riferirsi. Perché di poliziotti che assomiglino a quelli che potremmo incrociare sulla strada, non ne incontriamo mai sullo schermo.

Ly ne fa dei personaggi di fiction complessi che abitano lo stesso quartiere di quelli che sorvegliano e si ritrovano la sera negli stessi interni privi di qualsiasi lusso. Né bastardi fascisti, né modelli di virtù, non sono mai d’accordo tra loro sulla maniera di svolgere i loro interventi. È l’errore di uno di loro, un tiro di flash-ball (proiettili di gomma) che colpisce in pieno volto un bambino nel quadro di un’inchiesta sul rapimento di un cucciolo di leone in un circo gitano, a innescare la violenza. A Damien Bonnard (Pallottole in libertà) spetta il ruolo del terzo poliziotto (Stéphane), il candidato candido sbarcato dalla provincia che si ritroverà a occupare il centro del racconto. Confrontato con tutti i mali delle banlieue, Damien Bonnard interpreta un piccolo personaggio che acquista progressivamente spessore fino a imporsi con la sua presenza lunare. 
Precipitato nel cinema di Ladj Ly, il suo personaggio scoprirà in 24 ore i rapporti di forza esplosivi di una banlieue povera lasciata al suo destino. Tutto sgomento e rabbia trattenuta, Stéphane passa in rassegna la vita del quartiere con la sua difficoltà ad accettare la legge repubblicana o a sottomettersi ai regolamenti interni, imposti da una parte dall’Islam e dai suoi rappresentanti e dall’altra da un ‘sindaco’ che si arroga il potere di amministrare gli affari della Cité. Attraverso i suoi occhi scorre la galleria di coloro che ‘tengono la cité’, una cartografia sensibile alla diversità degli abitanti in risonanza con tre poliziotti altrettanto differenti.

Questo paesaggio instabile si disintegra sotto i colpi della collera dei più giovani, quelli che non hanno ancora appreso l’arte del compromesso con l’ordine stabilito, quelli intrappolati tra le ingiunzioni dei rappresentanti della Moschea e gli abusi della polizia, i regolamenti oscuri e i divieti del quartiere, i rimproveri dei genitori e le sentenze di esclusione. Il quartiere diventa una polveriera che poliziotti e rivoltosi finiscono per condividere, infilando un cul-de-sac incendiario. Un faccia a faccia tra due forze, un campo e controcampo finale tra due punti di vista, dove vittima e carnefice si scambiano di posto. Un gioco dove tutti perdono, dove tutti sono miserabili, ma certi più colpevoli di altri. Ed è a questo punto che Ladj Ly sceglie, in ultimo gesto sublime, di sospenderli, di sospendere. Il peggio può attendere e una chance infinitesimale dimorare. 

mercoledì 13 maggio 2020 - Ly racconta la sua Francia e il suo film, in uscita il 18 maggio su MioCinema. GUARDALO SUBITO SU MIOCINEMA

Il regista de I Miserabili Ladj Ly: «Il mio è un film sull’infanzia e sul futuro dei giovani di periferia»

Tommaso Tocci cinemanews

Il regista de I Miserabili Ladj Ly: «Il mio è un film sull’infanzia e sul futuro dei giovani di periferia» Ne sono successe di cose dal Festival di Cannes del 2019, dove il regista Ladj Ly, radicato nella periferia parigina di Montfermeil in cui è nato da genitori maliani, si affermò vincendo il Gran Premio della Giuria. Film dalla carica incendiaria ma calcolato nelle scelte drammaturgiche, I Miserabili (guarda la video recensione) funziona come ottimo thriller urbano in lotta contro il tempo ma soprattutto aggiorna alla contemporaneità il genere specifico del ritratto di vita nelle banlieue parigine, quel rompicapo unico e annoso in Europa in termini politici, sociali e urbanistici, riportato periodicamente in prima pagina da eventi straordinari (come le rivolte del 2005) o da opere generazionali, come fu L’odio di Kassovitz nel 1995 e come è ora I Miserabili.

La Storia, però, corre veloce e lo stesso vale per la pandemia che ci ha investito. In occasione dell’uscita italiana del film, il 18 maggio su MioCinema, Ladj Ly, in videoconferenza, non può che testimoniare gli effetti di mesi di confinamento sulla comunità in cui ancora oggi risiede.


"È una vera catastrofe perché come sempre sono i più poveri a pagare il prezzo più alto, e nel mio quartiere sono tutti in difficoltà, cosa che aumenta il rischio di problemi sia interni che con la polizia".
Ladj Ly
La definisce “una polveriera”, oggi forse ancor più del solito, nonostante “la solidarietà che vedo affiorare un po’ ovunque, con persone che cercano di aiutarsi in modo generoso. Anche io faccio il possibile sostenendo personalmente un’associazione che si occupa di distribuire cibo ai bisognosi.”

Nato come documentarista, Ly non è un regista cinefilo, ma ha sperimentato sulla sua pelle il potere e l’urgenza delle immagini. Le ha usate come forma di attivismo, filmando gli abusi di polizia nel quartiere e denunciando gli agenti alle autorità (un modello che ritorna nel film, in cui tre poliziotti rincorrono un ragazzo in possesso di un video che li metterebbe nei guai), e ora gli dà valore soprattutto di testimonianza: “Sento la responsabilità di illustrare la verità del mio mondo al pubblico, ma senza prendere posizioni. Denuncio un problema, nella speranza che i politici facciano qualcosa.”

Già, i politici. Quelli che Ly ritiene inefficaci oggi (“la gestione dell’emergenza coronavirus in Francia è stata disastrosa, non siamo riusciti a far avere nemmeno le maschere alla gente”) come ieri, quando in calce al film riportava la frase di Victor Hugo sui “cattivi coltivatori” e rifiutava l’invito del presidente Macron - che pure si disse molto colpito dalla forza del film - a una proiezione all’Eliseo. Gli chiedo di entrare nel merito sulle macro-iniziative che vorrebbe vedere promosse nelle banlieue, ma Ladj Ly si ritrae. “A ognuno il suo mestiere”, afferma. “Non sono un politico, e chi lo è ci dice da trent’anni che interverrà ma poi ci abbandona. Se avessi la bacchetta magica ovviamente punterei sulla cultura, come cerco di fare con la mia scuola di cinema, libera, aperta a tutti.”

Dal collettivo che ha ispirato la scuola, Kourtrajmé, nasce la forza de I Miserabili, frutto di una sensibilità hollywoodiana (“mi sono ispirato a Training Day per il senso di tensione costante”) ma espressione di un territorio specifico, nei luoghi e nei volti di attori non professionisti, anche bambini: “era importante perché il mio rimane un film sull’infanzia e sul futuro di quei giovani. Cercavo l’autenticità di chi conosce la realtà del quartiere, in cui lavoro da vent’anni.” 
Adulto e professionista è invece Alexis Manenti, attore francese sempre intrigante, membro del medesimo collettivo e autore della sceneggiatura con Ly. Nel film interpreta Chris, il più duro dei tre poliziotti protagonisti ed espressione di quel potere perverso che il regista vuole condannare: “di poliziotti come il suo ne esiste uno in ogni quartiere di periferia. La polizia francese agisce con violenza inaudita, come se avesse carta bianca, e mi sembra che vada sempre peggio. Ora se ne sono accorti tutti, con il fenomeno dei gilet gialli e gli episodi di violenza che hanno subito. Ci dicevano sempre che il problema eravamo noi, la causa d'ogni male. Finalmente la Francia, paese in cui la maggioranza degli abitanti non conosce la realtà delle banlieue, ha capito. Credo che I Miserabili abbia contribuito.

E dopo aver fatto il suo per alimentare il dibattito politico, qual è la direzione futura? “Ho avuto molte offerte, anche dall’America con delle grandi serie e un film della Marvel, ma per il momento ho rifiutato tutto.” La direzione futura sembra quindi guardare al passato: “Voglio concentrarmi sulla trasformazione de I Miserabili in una trilogia, tornando indietro nel tempo alle rivolte del 2005” dice facendo riferimento agli scontri che investirono il dipartimento di Seine-Saint-Denis e gran parte della Francia. “E come episodio conclusivo vorrei arrivare agli anni novanta.” Alla radice di quelle promesse e di quelle disillusioni che hanno accompagnato la sua intera vita adulta.

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