Tra lucido naturalismo e stilizzazione elegante, un film tremendamente efficace. In Concorso alla Berlinale.
di Tommaso Tocci
Durante una corsa mattutina nel parco, una bambina di otto anni sfugge all'attenzione del padre Damien quel tanto che basta per ritrovarsi da sola di fronte a dei bagni pubblici, dove assiste a una violenta scena di stupro. Nei giorni successivi la bambina inizia a mostrare segni di disagio e paura, oltre ad avere visioni dell'uomo che la accompagna ovunque vada. Mentre i genitori, ognuno a suo modo, cercano di aiutarla a processare quanto accaduto, diventa chiaro che Josephine è l'unica testimone che può identificare il responsabile e dovrà apparire in tribunale.
Potente e dettagliata esplorazione del trauma infantile, la seconda regia della statunitense Beth de Araújo segue un percorso lineare nell'analizzare il rapporto tra una bambina e i suoi genitori in seguito a un evento sconvolgente.
Sempre in bilico tra lucido naturalismo e una stilizzazione elegante, la macchina da presa lavora fluidamente e costruisce una tensione autentica, con uno sbocco in aula di tribunale che ingigantisce le familiari convenzioni da legal drama e le fa vivere allo spettatore come se lui stesso avesse otto anni e fosse costretto alla sbarra.