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Ultimo aggiornamento martedì 12 settembre 2017
Guy Ritchie dirige un film d'avventura ispirato a "Le Morte d'Arthur" di Thomas Mallory pubblicato nel 1485. In Italia al Box Office King Arthur - Il potere della spada ha incassato 6 milioni di euro .
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Un tempo uomini e maghi convivevano pacificamente, ma quel tempo è finito: ed è subito guerra. Inizia in medias res King Arthur: Il potere della spada, durante la battaglia cruciale per Camelot, con l'assalto finale di Mordred al castello di Uther Pendragon. Elefanti gargantueschi, soldati inceneriti dalla magia, mura e ponti che crollano come fossero costruiti con il lego, ma nemmeno un nemico tanto spaventoso può alla fine nulla contro il potere di Excalibur. Sarà invece un tradimento a segnare le sorti del regno e a far sì che il giovane figlio del Re, salvato dal fiume come Mosé, cresca tra i vicoli e i bordelli di Londinum. L'usurpatore teme il prescelto capace di estrarre la spada dalla roccia e obbliga tutti gli uomini in età a fare il tentativo circondati da guardie pronti a catturarlo e farlo immediatamente giustiziare.
Il film di Guy Ritchie mantiene gli elementi del mito arturiano ma li rimescola, in un (troppo) concitato mix di epica, magia, corti, foreste e combutte tra gangster.
Succede così che Mordred sia un nemico del padre di Artù anziché suo figlio, che Merlino non incontri nemmeno Artù e che altri personaggi chiave della saga non appaiano né siano citati. Questo anche perché il progetto, fin da quando si è iniziato a parlarne nel 2014, prevedeva di dipanarsi su sei film, e dunque ci sarà tempo (se lo vorrà il box office) per gli eclatanti assenti come Ginevra, Lancillotto e Morgana. Su Merlino poi Ritchie deve aver cambiato idea strada facendo, visto che aveva cercato senza successo di dare la parte a Idris Elba e dunque doveva avere un ruolo assai più sostanzioso della piccolissima comparsa rimasta nel film, dove nemmeno lo si vede in volto (rimandando così la questione del casting). A differenza di altri blockbuster e franchise dove il regista è spesso l'ultimo arrivato, quando ormai la sceneggiatura è già stata ritoccata infinite volte da scrittori e produttori, qui Ritchie è coinvolto fin quasi dal principio e si vede che il film è del tutto suo. Trasforma infatti Artù nel più tipico dei suoi personaggi, un piccolo gangster di Londra (qui Londinum), astuto e dalla faccia tosta, ma in fondo pure dal cuore d'oro - non per niente è soprannominato Art, che in inglese suona un po' come Heart.
E con l'ambientazione urbana arrivano anche situazioni tipiche del cinema di Ritchie a partire dall'interrogatorio in cui, a uno dei capi delle guardie (interpretato da Michael McElhatton, il Roose Bolton de Il trono di spade), Art i suoi due compari raccontano una loro impresa saltando avanti e indietro tra inezie e cose rilevanti. L'infanzia di Art in città è poi riassunta in una sequenza da videoclip, dove vediamo la crescita accelerata del ragazzo tra pestaggi e piccoli furti, ma fin da piccolo già con la saggezza di nascondere il proprio denaro. Questi elementi dovrebbero nelle intenzioni dare una ventata d'aria fresca a una saga arcinota, ma il risultato è controproducente perché sono espedienti che erano già derivativi quando Ritchie era ancora un regista alle prime armi, figuriamoci ora.
Molto meglio il prologo, che riesce davvero a mostrare ad altezza d'uomo fatti titanici e poteri devastanti, ma successivamente non c'è più traccia di questo spirito epico, la musica diventa costante e incalzante come fosse rock (sebbene composta anche con strumenti storici da Daniel Pemberton). Allo stesso modo il racconto corre disperato bruciando personaggi e situazioni: non hanno quasi alcuno spessore la gran parte dei comprimari, tolto il solo Will interpretato da Aidan Gillen (il Ditocorto de Il trono di spade). In particolare una figura chiave come la maga rimane avvolta nel totale mistero, non ha infatti neppure un nome, perché Art ha di meglio da fare che parlare con lei, per esempio giocare a fare l'eroe riluttante anche dopo che proprio lei gli ha salvato la vita.
Ci sarebbe poi una sezione del film con tanto di viaggio iniziatico verso la montagna, dove l'eroe da solo dovrebbe affrontare varie creature e giungere a scoprire la verità su se stesso, ma il primo a cui sembra non importare è proprio Guy Ritchie, che la stringa in un montaggio veloce di scene accelerate a tempo di musica. Del tutto superfluo appare poi Tom Wu, nei panni di Kung Fu George, che non sappiamo perché sia a Londinum, e le cui doti di artista marziale sono del tutto sprecate, preferendo affidare le sequenze d'azione a un montaggio quasi epilettico (utile solo a evitare di mostrare il sangue e mantenere il tasso di violenza al di sotto dei divieti) oppure a effetti speciali da film di supereroi, con tanto di slow motion a profusione.
In quei momenti, in puro stile Warner, King Arthur: Il potere della spada sembra diretto più da Zack Snyder che da Guy Ritchie, come pure nello scontro finale che vira in zona Sucker Punch. Talmente simile alle introduzioni di certi videogame fantasy che alla fine si rimane delusi di non aver in mano un controller, per iniziare a giocare, e si ha la sensazione un po' frastornante e vacua di aver assistito a una partita giocata invece solo da Guy Ritchie e dove si è divertito soprattutto lui.
Dopo aver aggiornato, con meno sfumature ma più energia di Steven Moffat (Sherlock), le leggendarie indagini di Sherlock Holmes, Guy Ritchie mette mano al ciclo bretone ed è subito blockbuster ri-creativo. Un film ludico che offre, al primo sguardo e al primo trailer, svago e divertimento mentre rilegge e riscrive per il pubblico contemporaneo la cavalcata epica di Artù. Sulla carta la ricerca metafisica del racconto mitico è rimpiazzata dalla ricerca di sé e del proprio destino in un universo anti-realista. Il giovane Arthur ignora il proprio lignaggio e gestisce i suoi affari a Londinium fino a quando non estrae Excalibur, la spada nella roccia che emerge il suo passato e il sentimento eroico.
Precipitato in piedi nel suo 'regno' dovrà combattere i suoi demoni e guidare il suo popolo contro il tiranno Vortigern, l'uomo che ha ucciso i suoi genitori e usurpato il trono del padre.
Questo il plot. Il trailer anticipa invece la visione anacronistica della cavalleria e dei cavalieri potenziata naturalmente a colpi di effetti speciali. Fight, fun and fuck you attitude sono di nuovo l'irresistibile cifra stilistica di Guy Ritchie che dirige il primo di sei sequel previsti in cantiere. Sempre che la cavalcata del brand 're Artù' non trovi ostacoli alla sua ambizione. Quello che è certo e desumibile dalle prime immagini è che King Arthur - Il potere della spada assomiglia a un assordante concerto rock che combina il mito classico con la retorica del cinema d'azione hollywoodiano contemporaneo. Lontano dallo spirito contemplativo e wagneriano di Excalibur di John Boorman, il blockbuster di Ritchie scaraventa lo spettatore in un universo digitale che procede per accumulazioni deliranti e frulla la materia di Britannia con una concezione puramente spettacolare dell'azione. Action che ancora una volta passa per l'alterazione dell'eroe. Alla maniera dello Sherlock Holmes di Robert Downey Jr., l'Arthur di Charlie Hunnam è un bad boy lontano dal saggio Artù di Nigel Terry o di Sean Connery.
Guy Ritchie sembra contaminare l'Alto Medioevo fondamentalmente mitico con una forma di ideologia democratica e individualista tipicamente americana. Questa ideologia, la stessa che ha nutrito (e nutre) Hollywood e la sua storia, passa sempre per il corpo dei suoi eroi, siano essi investigatori (Sherlock Holmes), agenti speciali (Operazione U.N.C.L.E.), trafficanti nomadi (Snatch - Lo strappo) o cavalieri (King Arthur - Il potere della spada). Esemplare su tutti, quelli passati e quelli a venire, è Holmes. Holmes secondo Ritchie non è soltanto il prodotto e il guardiano di una società conservatrice che ha assistito al trionfo del capitalismo industriale (Sherlock Holmes - Gioco di ombre) e in cui le differenze di classe sono particolarmente violente e la nozione di aristocrazia ancora vigente. Del modello letterario l'investigatore di Robert Downey Jr. mantiene il gusto per il travestimento e il mutamento frenetico ma aggiunge il valore dell'individuo irriducibile a qualsiasi determinazione sociale o storica. L'Holmes di Guy Ritchie frequenta tutte le sfere della società, dai bassi fondi, nei quali è a suo agio, fino alle alte sfere, dove è inesorabilmente sgradito. Perché è la rappresentazione incarnata della maniera popolare di essere un eroe del cinema. Barba incolta e perennemente scompigliato dentro vestiti sempre inzaccherati, è un ragazzaccio che si sbarazza di quella forma tipica di distinzione britannica, e rappresentativa di una classe sociale supponente, per indossare gli 'stracci' dell'uomo qualunque ma geniale. Stracci che dissimulano (anche) Artù e dietro ai quali si rivela la sua 'nobiltà'. La stoffa del cavaliere lanciato all'improvviso in un destino avventuroso dalla spada del titolo. Spada fallica, omaggio alla mascolinità come forza portatrice di ordine e civiltà, oggetto totemico centrale, simbolo del potere e di una saga che non conosce tramonto ma conosce un numero considerevole di trasposizioni sullo schermo. Più elettrizzante che mistico, il King Arthur di Ritchie è un salto nel vuoto che promette meraviglie e conferma un cast nobile. Accanto al son of anarchy Charlie Hunnam si schiera Eric Bana (Uther Pendragron), padre di Artù, contro si dispone Jude Law (Vortigern), despota sanguinario dai poteri magici e lo sguardo blu.
Se il ciclo arturiano avvince da sempre l'immaginario collettivo è perché affonda le radici nei miti fondatori della civiltà occidentale. Esistono diverse letture della materia di Britannia e del Graal. Chi la considera una leggenda della Chiesa cristiana, chi ritiene che provenga dal folclore celtico, chi ancora, spingendosi più indietro nel tempo, pesca negli antichi culti della fertilità dei progenitori ariani. La spada portentosa di Artù e la robusta lancia di Lancillotto sono evidentemente simboli virili, mentre la roccia e la coppa (il Graal), oggetti contenitori, rappresentano il principio femminile. La spada nella roccia, la lancia e la coppa alludono all'atto sessuale, il più comune dei riti di fertilità. Strumenti per accedere al codice velato dell'esistenza, non stupisce che il cinema ne sia sedotto, producendo negli anni numerose versioni e fornendo film dopo film la chiave per una riflessione sul mito. Dal Lancillotto e Ginevra di Robert Bresson ai fotogrammi preziosi di Eric Rohmer (Il fuorilegge), da I cavalieri della tavola rotonda di Richard Thorpe al Camelot di Joshua Logan, dal film-opera di Hans Jürgen Syberberg (Parsifal) a Il primo cavaliere di Jerry Zucker, passando per la versione animata della Disney (La spada nella roccia) e per la rilettura timida di Antoine Fuqua (King Arthur), interpretata da Clive Owen e promossa come il frutto di una ricerca archeologica e un 'ritorno' alla verità storica del sovrano di Camelot. Ad oggi però la traduzione più sorprendente, per bellezza plastica, ricchezza simbolica e forza emozionale, resta Excalibur di John Boorman. Un film di portata epica e fusioni suggestive con la mitologia wagneriana. Accompagnato dalle melodie del "Siegfried" e ispirato al romanzo di Thomas Malory pubblicato nel 1485 ("La Morte di Artù"), Excalibur sposa l'elaborazione fantastica dello scrittore inglese fondata sugli elementi cardini della storia arturiana: la terra desolata, la ferita, il re agonizzante, la coppa e la spada. A corona un drago nel cui ventre giace Merlino. Artù estrae la spada e l'avventura ha inizio saltando da un'epoca all'altra nel medesimo spazio. Difficile fare meglio di Boorman ma non impossibile come dimostra La leggenda del re pescatore, che trasferisce le coordinate del mito dalla natura alla geografia urbana. Film visionario di Terry Gilliam, alla ricerca del Sacro Graal e della redenzione tra draghi e torrioni, La leggenda de re pescatore svolge la storia di un conduttore radiofonico di successo (Jeff Bridges) che smarrisce il senso della vita e perde tutto fino al giorno in cui incontra Parry (Robin Williams), "un cavaliere in missione speciale" sul green di Central Park. Singolare esemplare di cavaliere errante, convinto che la sacra coppa sia nascosta nella casa di un miliardario newyorkese, il Parry di Robin Williams conferma che il mito è ancora vivo e non smette di trovare riscontro al cinema. Linguaggio per eccellenza moderno che lo riattualizza, perdendone qualche volta la specificità storica ma mantenendone il nucleo di verità, che nemmeno modi narrativi incompatibili riescono a cancellare. In questo senso Indiana Jones e l'ultima crociata, pur lontano dall'immaginario medievale, è un esempio aderente. Nel film di Steven Spielberg il Graal perde la sua valenza religiosa, vanificata dalla progressiva laicizzazione del mondo contemporaneo, ma la sua ricerca è tutt'altro che un espediente narrativo. Catalizzatore di una serie di peripezie, il cui scopo è contrastare le mire del Führer, è piuttosto l'intelligente variazione di uno dei miti centrali della letteratura medievale, di cui ripropone il valore di perenne verità umana. Ieri come oggi sembra impossibile resistere ai sortilegi dell'incantatrice Morgana, alla tentazione di Lancillotto, all'inquietudine di Artù, al richiamo di un ciclo narrativo antico che si rinnova l'undici maggio col cavaliere-gangster di Guy Ritchie e con le straordinarie avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda. Quelli che faranno l'impresa a colpi di spada e di cool.
Non è sempre facile produrre un lungometraggio dignitoso e interessante affrontando temi infinite volte riportati in libri, video, canzoni, film, telefilm ecc... Il Ritchie non sementisce la sua vena registica, confezionando un pacchetto su buoni livelli, con un cast di discreta qualità e un cattivo come Jude Lowe tutto sommato verosimile in un contesto fantasioso.
Sarà esistito davvero King Arthur/Artù? Sul tema si è dibattuto così tanto e a lungo da indurre l'archeologo John Nowell Linton Myres a osservare che non c'è figura in bilico fra storia e leggenda «che abbia fatto perdere più tempo agli studiosi». Ma che importa? Quel che conta è la forza di un mito che affonda nel buio dell'Inghilterra pre-medioevale, abbandonata dai Romani e flagellata da guerre [...] Vai alla recensione »