| Anno | 2025 |
| Genere | Documentario, Biografico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 90 minuti |
| Regia di | Jonathan Stiasny |
| Attori | David Bowie, Gary Kemp, Goldie, Moby, Hanif Kureishi Chris Hadfield, Earl Slick, Tony Visconti, Mike Garson, Jason Lindner, Reeves Gabrels. |
| Uscita | lunedì 25 maggio 2026 |
| Distribuzione | Madison Pictures |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 3 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 25 maggio 2026
La carriera di David Bowie raccontata tra andirivieni temporali, tra la crisi degli anni '90 e il ritorno in grande stile poco prima della morte nel 2016. Bowie - The Final Act è 113° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 106,00 e registrato 10.149 presenze in totale.
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CONSIGLIATO SÌ
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A dieci anni dalla scomparsa, il documentario ricostruisce la carriera di David Bowie a partire da uno spunto originale: la crisi che il grande musicista visse negli anni '80, dopo il successo di "Let's Dance" dell'83, e che a fine decennio lo portò a fondare un gruppo di hard rock, i Tin Machine, in cui il suo nome era confuso con quello degli altri. Cosa resta oggi di quell'esperienza, e soprattutto di ciò che è venuto dopo, negli anni '90 e all'inizio dei 2000, quando Bowie improvvisamente "non era più cool", e dopo ancora, negli anni Dieci del Duemila, in cui approcciando la morte, "l'uomo delle stelle" chiuse la carriera con un grande album?
Punto di svolta dell'ultima parte di carriera di Bowie fu il concerto che tenne al festival di Glastonbury nel 2000, che gli permise di fare pace con il suo vecchio repertorio e lo portò definitivamente nel futuro.
Il tempo è del resto l'elemento centrale del film, a partire dalla struttura narrativa che passa con disinvoltura da un decennio all'altro. Il racconto procede come di consueto attraverso interviste e filmati d'archivio, frammenti di videoclip, performance live e situazioni da studio. A parlare ci sono diversi collaboratori di Bowie, come i chitarristi Gary Kemp, Earl Slick e Reeves Gabrels, il pianista Mike Garson, il suo manager degli anni '80 e '90 e vari giornalisti, produttori, scrittori o altri musicisti (Haneif Kureishi, Moby), nel tentativo di capire chi fosse, nel bene e nel male, quell'essere camaleontico che in più di cinquant'anni di carriera ha saputo cambiare pelle più e più volte.
In modo piuttosto originale, il film inizia dal punto, non più basso, ma più strano della discografia di Bowie, quando a fine '80, stanco della svolta commerciale innescata da Let's Dance (un grande album che generò però un appiattimento creativo), Bowie si mise a fare con altri musicisti "la musica che gli piaceva ascoltare", un "rock da pub", come si scrisse impietosamente, che durò per due album e quasi affossò la sua carriera.
Da questo punto di partenza (che criticamente andrebbe riconsiderato, in realtà), il film scende alle origini di Bowie, alla rivoluzione di Changes, al primo Glastonbury del '71, ovviamente a Ziggy Stardust, a un mitologico concerto all'Hammersmith Odeon di Londra nel '73 e poi, tra vari andirivieni, salta alla metà degli anni '90, al ritorno in solitaria con la svolta, non più rock, ma disco, alla quasi sparizione dai radar e poi al ritorno in grande stile proprio a Glastonbury, dove, di fronte a migliaia di persone, Bowie si presentò quasi titubante, spaventato, incredibilmente insicuro (è il momento più bello del film, la visione di questo materiale d'archivio) e poco alla volta ritrovò la sua forza e tirò fuori una versione da brividi di Life on Mars?.
Il tono del film è come sempre in questi casi - ne ha un'idea precisa chi d'abitudine guarda documentari come questo su Sky Arte o Rai 5 - è celebrativo, un tantino eccessivo e romanzato, come se la vita di un cantante non fosse quella di una persona, ma quella di una celebrità a ogni ora del giorno e della notte: eppure Bowie - The Final Act ha il merito per una volta di dare molto peso alla musica e alle complessità, nella carriera di un artista, del rapporto tra passato e futuro, tra repertorio e novità, classici e sperimentazione.
L'ultima parte del film è infine dedicata alla malattia di Bowie, alla depressione che lo colse in un momento di ripresa nei Duemila, alla sparizione dalle scene per nove anni prima del ritorno nel 2013 con The Next Day e soprattutto nel 2016 con Blackstar, album capolavoro scritto e distribuito quando già Bowie sapeva di dover morire. Una chiusa inevitabile, giusta e incredibilmente simbolica (cosa che il film non si fa sfuggire, aprendo e chiudendo nel segno delle stelle...) per chi aveva portato il rock nello spazio e trasformato l'uomo in una creatura polimorfica, dal corpo, alla voce, al suono.
La scomparsa di David Bowie nel 2016 è stata un congedo artistico tra i più spiazzanti. Bowie si è spento il 10 gennaio, due giorni dopo aver pubblicato il suo disco più oscuro, Blackstar: un testamento artistico in cui aveva elaborato la sua grave malattia in un riserbo assoluto, come un'annunciazione da lasciare in dote alla musica stessa. Il doc di Stiasny si propone ora di raccontare la genesi [...] Vai alla recensione »