| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 89 minuti |
| Al cinema | 44 sale cinematografiche |
| Regia di | Massimo Nardin |
| Attori | Yeva Sai, Vincenzo Pirrotta, Magdalena Grochowska, Fabrizio Romagnoli, Mattia Antognini Natalia Kovalchuk. |
| Uscita | giovedì 26 marzo 2026 |
| Distribuzione | White Lion Media |
| MYmonetro | Valutazione: 2,50 Stelle, sulla base di 2 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 26 marzo 2026
Una storia di memoria, segreti e rinascita.
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CONSIGLIATO NÌ
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Ancona, notte di Halloween. Pochi giorni dopo la morte del padre, ex sindaco della città molto amato e rimpianto, Christian, pasticciere cinquantenne, solitario e affetto da diabete, si chiude in casa per terminare una grande torta nuziale. Nell'oscurità del suo grande appartamento disadorno, in una notte d'inspiegabile blackout, l'uomo si vede piombare in casa Nina, una giovane ucraina che la madre - un'ex bambina di Chernobyl ospitata più volte a inizio anni '90 dalla famiglia dell'uomo - ha mandato in Italia per recuperare una busta dal contenuto misterioso. L'adulto perseguitato dai suoi fantasmi e la giovane spaesata ma affascinante ingaggeranno uno scontro di potere disperato, frutto di anni di dolore, silenzio e segreti ormai impossibili da nascondere.
Diretto nella sua città da Massimo Nardin, il film è una noir dei sentimenti che si concentra sullo scontro tra due interpreti, Vincenzo Pirrotta e Yeva Sai, che esprimono, soprattutto fisicamente, la condizione interiore dei loro personaggi.
Attore affermatosi grazie a una stazza corpulenta trasformata in un attestato d'identità (ad esempio, in Spaccaossa), Pirrotta delinea con pochi sguardi e gesti lenti il protagonista del film, un uomo sconfitto e solo, in lutto per la morte della persona più importante, ridotto dalla vita a una fragilità inattesa o forse a una violenza ancora in attesa di essere sfogata. Di contro, Yeva Sai, attrice della fortunata serie Mare fuori, col suo fisico nervoso, i suoi toni strafottenti e la sua aria ambigua, inizialmente nascosta sotto un cappuccio nero, alla deriva e al tempo stesso in cerca di riscatto o vendetta, è una presenza sconvolgente, una straniera che, in realtà, non è affatto estranea alla vita dell'uomo da cui si reca e che giunge da lontano per riportare in vita un passato mai dimenticato, ma nemmeno mai rielaborato.
All'origine della trama c'è l'attività benefica del padre di Christian, sindaco anch'egli pasticcere, responsabile di un'associazione nata dopo la tragedia di Chernobyl e forse non così immacolata come la gente ha sempre creduto: una macchia che ha segnato la vita d'entrambi i protagonisti di La bambina di Chernobyl, titolo dal doppio significato, uno rivolta al passato e uno al presente, come se le radiazioni nucleari ancora colpissero chi vi è stato esposto, direttamente o meno.
Lo dice in fondo Nina, citando le parole della madre a proposito di un uomo colpevole di non averla amata: «è morto, punito dalle radiazioni». Frasi come questa, didascalica e sentenziosa, sono del resto disseminate lungo tutto il film, scritto dallo stesso Nardin con Luca Caprara: le intenzioni sono quelle di scavare nei non-detti di vite soffocate («È tutta la vita che mi nascondo, che soffoco», dice Christian), ma il simbolismo di tanti, troppi dettagli, dal diabete del pasticcere al blackout, dalla città deserta alla funzione oppressiva della torta nuziale, non fa che appesantire un racconto mai adeguatamente servito da una regia in grado di reggere l'ambizione di una vicenda con due soli personaggi (o quasi) e una città che da luogo reale si deve trasformare in spazio astratto.
I momenti più autentici del film sono quelli in cui i due protagonisti - sorretti comunque dalla prova forse un po' troppo caricata, ma comunque autentica dei loro interpreti - si parlano con gli occhi, con il corpo, con la loro semplice presenza. E non è un caso che Christian e Nina nel corso del racconto si vestano, svestano e rivestano di continuo, interpretando idealmente diverse versioni di sé, arricchendo così, agli occhi dello spettatore un po' distratto dal tono monocorde della narrazione, un dramma inevitabilmente diretto verso la redenzione.
A un pasticciere diabetico (!), che vorrebbe suicidarsi mangiando un'enorme torta nuziale, cade letteralmente tra le braccia una giovane modella ucraina, scampata alla guerra, figlia di una donna ospitata dall'uomo trent'anni prima. L'esordio di Massimo Nardin, al Bif&st 2026, ha due soli personaggi, si svolge tra quattro mura e le analogie coi drammi da camera alla Fassbinder finiscono qua.