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Ultimo aggiornamento lunedì 18 novembre 2019
Quando un imprenditore gli propone di rivivere un giorno della sua vita, il sessantenne Victor accetta senza ripensamenti: vuole tornare al 16 maggio 1974, il giorno in cui conobbe la donna della sua vita. Il film ha ottenuto 11 candidature e vinto 3 Cesar, 3 candidature a Lumiere Awards, In Italia al Box Office La belle époque ha incassato 1,6 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Victor e Marianne sono sposati e 'inversi'. Lui vorrebbe ritornare al passato, lei andare avanti. Disegnatore disoccupato che rifiuta il presente e il digitale, Victor è costretto a lasciare il tetto coniugale. A cacciarlo è Marianne, psicanalista dispotica che ha bisogno di stimoli e ne trova di erotici in François, il migliore amico di Victor. Vecchio e disilluso, Victor accetta l'invito della Time Traveller, una curiosa agenzia che mette in scena il passato. A dirigerla con scrupolo maniacale è Antoine, che regala ai suoi clienti la possibilità di vivere nell'epoca prediletta grazie a sontuose scenografie e a un gruppo di attori rodati. Tutto è possibile, bere un bicchiere con Hemingway o sparare sull'aristocrazia del XVIII secolo. Victor sceglie di rivivere il suo incontro con Marianne, una sera di maggio del 1974 in un café di Lione ("La belle époque"). Sedotto dal fascino dell'attrice che interpreta la sua consorte a vent'anni, Victor col passato trova il futuro.
Con La Belle Époque arriva sullo schermo un bastimento carico di idee e di attori celebri, una commedia nostalgica che risale il tempo e solleva lo spirito.
Nicolas Bedos, ossessionato dal passaggio del tempo (Un amore sopra le righe), torna sui soggetti di predilezione: l'usura dei sentimenti e il rimpianto delle occasioni perdute. A sopportare gli oltraggi degli anni questa volta sono Fanny Ardant e Daniel Auteuil che interpretano con smalto una coppia sull'orlo di una crisi di nervi. Un uomo e una donna che da troppo tempo non condividono più niente e conducono vite parallele. Intorno a loro gravitano Guillaume Canet, regista tirannico e nevrotico, comme d'habitude, e Doria Tillier, compagna a intermittenza del personaggio di Canet che innamora il vecchio disegnatore di Auteuil. Convocate tutte le celebrità del cinema francese maggiore (Pierre Arditi e Denis Podalydès) e tutte le convenzioni della commedia degli equivoci, La Belle Époque è una messa in scena gioiosa del cinema che consente a Daniel Auteuil di ritrovare l'umorismo toccante dei vecchi ruoli e a Fanny Ardant la luccicanza sentimentale dei film di Truffaut, quella che la faceva svenire in un parcheggio dopo un bacio e le lasciava le cicatrici sui polsi perché in definitiva l'amore fa male. Convinti di non poter più stare insieme, le loro mani allacciate nel gran finale non intendono ragione. Perché Victor e Marianne sono fatti per accendersi e le loro mani per afferrarsi. Fatti per bruciare sempre e probabilmente ferirsi ancora.
Bedos sceglie l'amore che dura e la riconciliazione di una coppia e di un uomo col suo tempo, regalando un sorriso persistente allo spettatore e tante sorprese. Sorprese che accumula tra andate e ritorni, recriminazioni e rievocazioni, carezze e schiaffi. Irriducibilmente brillante e ruffiano, l'enfant terrible della televisione (e non solo) porta sulla coppia uno sguardo tenero e fiducioso, incalzato da repliche e battute che fanno sognare o ridere di gusto. Trascendendo i limiti del reale col suo esercito di decoratori e un senso spiccato della messa in scena, l'autore rievoca il passato per offrire all'avvenire uno sguardo nuovo. Sguardo che contagia i suoi attori al servizio di un superbo gioco cinematografico. Sullo sfondo degli slittamenti temporali sfilano le performance di un cast virtuoso ed eclettico ma perfettamente omogeneo. La forza del film non risiede solo nell'eccellenza degli interpreti ma altresì nella sceneggiatura di una precisione quasi ineccepibile, che si destreggia coi talenti convenuti fino a concludersi sulla riconciliazione di rigore. Se Nicolas Bedos domina così bene la materia è perché il personaggio di Guillaume Canet è fondamentalmente il suo doppio. Antoine è un regista che deve accordare un ensemble di rivali e di persone che hanno in comune solo una rappresentazione (d'epoca), quella che devono allestire ma che minaccia sempre di volgere in catastrofe. La disposizione benevola di Bedos fa lo charme di questa commedia romantica in astinenza d'amore, concepita come una successione di parole, baci e lacrime legati da un ritmo sostenuto. La bella meccanica gira a pieno regime, regalando ai suoi attori il registro di predilezione e rammentando agli spettatori che qualche volta i 'bei vecchi tempi' sono adesso.
La vita è sogno (Calderòn de la Barca), un film è sogno, ergo la vita è un film. Lo sceneggiatore e regista di La belle époque, Nicolas Bedos, si è addirittura inventato di far rivivere alle persone in un film di cui sono protagoniste - con set cinematografico appropriato, interni, esterni, pantaloni a zampa di elefante, capelli lunghi e auto dell'epoca [...] Vai alla recensione »
Camicia bianca, gonna lunga aderente, stivaletti, capelli raccolti e mani tempestate di gioielli. Non c'è niente da fare: dal vivo Fanny Ardant mantiene intatto il suo fascino, proprio come sul grande schermo. Lo dimostra per l'ennesima volta nel film di Nicolas Bedos La belle époque, in cui interpreta la grintosa Marianne, che di se stessa dice: «Bevo, vivo, vado avanti», per poi schiaffeggiarsi selvaggiamente e darsi della 'cattiva' quando, in una delle scene più memorabili del film, caccia di casa il marito affaticato dagli anni (un dolente e magnifico Daniel Auteuil). Un personaggio che, racconta l'attrice, l'ha stregata come pochi: «La ricchezza di un personaggio è la sua contraddizione».
Custodisce un segreto per mantenere intatto il fascino negli anni?
Mi basta amare fino in fondo quello che faccio. Ogni giorno come fosse il primo. Adoro il mio mestiere come una pazza, quando non lo amerò più mi ritirerò in una grotta sperduta. Oui, lo giuro. Finora è stata una gioia stare sul set e ricominciare sempre. Ogni film è il primo, devo azzerare tutto, resettare, aspettare che scatti una nuova magia. Non so mai cosa potrà accadere, lo trovo stupendo.
Ha mai avuto un'icona, un modello, una donna che l'ha ispirata più di chiunque altra al mondo?
Anna Magnani, senza ombra di dubbio. Giocava duro, recitava forte e ha saputo diventare indimenticabile.
C'è invece un personaggio, tra i tanti interpretati, che le è rimasto dentro?
Direi Maria Callas. Chi avrebbe mai sognato di poterla interpretare? Era una donna pazzesca, alla ricerca dell'assoluto. Eppure mai riusciva ad arrivare alle cose. Ma ho amato moltissimo anche l'esperienza che ha segnato tutta la mia carriera, e anche la mia vita personale. La signora della porta accanto di Francois Truffaut. Tutto era perfetto: era un grande film, fu un grande amore... l'allineamento astrale dei pianeti.
Lavorare con Nicolas Bedos è come lavorare con un direttore di orchestra, ha detto. Perché?
È un regista appassionato e preciso, ha scritto le scene e i dialoghi con un ritmo e una musicalità che diventano una gioia per un'attrice. Lavorare con lo sguardo di un regista che sa esattamente dove andare è tutto. Un bravo regista è un grande giardiniere che lascia crescere le sue piante, ma sa bene che è meglio piantarle qui o là...
Proseguendo sul territorio delle similitudini, come dev'essere un'attrice?
Come una coppa di champagne: non devi essere mai troppo seria, nella vita ci vuole leggerezza.
Se dovesse indicare i suoi registi del cuore, oggi, quali nomi farebbe?
Purtroppo non sono così esperta di cinema, di certo non sono un critico, ma confesso di aver avuto sempre un debole per il cinema di Martin Scorsese e di Roman Polanski.
Dal cinema alla vita: qualche anno fa è diventata nonna. Che effetto le fa?
Amo il caos, l'amore e il furore che abitano una famiglia. Le grida, i pianti, le discussioni. Cerco di trasmettere il mio amore per il cinema: ho visto ventisette volte Ballando Ballando di Scola con mio nipote di 8 anni.
Tutti pazzi per La belle époque: uscita il 7 novembre, la commedia di Nicolas Bedos raccoglie consensi sempre più ampi e trasversali, arrivando a raddoppiare dopo una settimana le sale in Italia.
"La cosa che più mi ha colpito di questa pellicola così interessante è la sua grande, fantasiosa sceneggiatura - dice il conduttore Pippo Baudo, fan della prima ora del film - che regala una miniera di piccoli particolari e di atteggiamenti d'epoca grazie ai quali rivivere lo spirito degli anni '70. Io sono da sempre un grande ammiratore di Fanny Ardant, che conobbi assieme a Truffaut quando furono miei ospiti in una trasmissione. È un film molto godibile sul sogno di un personaggio, Daniel Auteuil, che vuole rivivere il giorno più bello della sua vita. Una storia davvero romantica".
Conquistato da Bedos anche il cantante Frankie hi-nrg mc: "Mi è piaciuta la delicatezza della scrittura e della storia, trattata con grande eleganza, ironia e leggerezza. Il personaggio di Auteuil è vincente dal secondo fotogramma in poi, empatico e senza mai un calo. E Fanny Ardant con il suo personaggio fa una grandissima tenerezza, è una donna che affronta la sconfitta con grazia e sorriso - ammesso che si tratti di una sconfitta, perché La belle époque è soprattutto il racconto di una rinascita. Ho la sensazione che possa diventare un piccolo classico, più aggraziato e meno muscolare di un Truman Show con cui condivide senza dubbio dei tratti. Durerà nel tempo".
Ma La belle époque convince anche gli addetti al settore, come la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan: "È un film davvero delizioso, si ride e ci si emoziona, lo si guarda con un sorriso costante sulle labbra. Da tanto non vedevo una regia così piena di inventiva, di ritmo e di idee. Un film estremamente giocoso, nonostante parli dell'argomento più straziante di tutti, ovvero il tempo che ci cambia e fa finire le cose belle. Molto romantico senza essere sentimentale, i protagonisti sono tutti in qualche modo detestabili come siamo noi e perciò li adoriamo. Sono uscita e ho chiamato mia mamma per dire di andarlo a vedere e portarci mio papà. Non posso organizzare per loro una rievocazione del loro incontro, ma sono certa che i baffi di Daniel Auteuil faranno la loro parte".
Sulla stessa linea il produttore Valerio De Paolis: "Una commedia francese divertente, spiritosa e intelligente, con protagonisti fortissimi e sorprendenti. Un film da cui esci con un senso di gioia, contento di aver visto qualcosa che non ti aspettavi".
Entusiasmo condiviso dalla giornalista Renata Ingrao: "Mi è piaciuto veramente tanto. Un film brillante, pieno di trovate e intelligente. Di fronte a un film francese temo spesso l'intimismo, apprezzabile ma non sempre. Invece La belle époque mi ha spiazzato. Mi ha fatto lo stesso effetto di Perfetti sconosciuti: una commedia intelligente, divertente e malinconica, con attori strepitosi. Una bella idea, raccontata in modo originale, che funziona bene e riscuote unanimi consensi".
Immergersi nella finzione come se fosse reale, e commercializzare il prodotto che ne risulta, è da qualche decennio un terreno creativo molto florido per l'industria dell'intrattenimento. Lo abbiamo visto declinato in chiave digitale, tra realtà virtuali più o meno volontarie, più o meno ingannevoli, più o meno rivelatorie di un'ansia da fine millennio per un'informatica che prometteva di fagocitarci tutti.
Lo abbiamo anche però interpretato con maggior allegria come un fatto analogico, felici di rincorrere l'illusione di set-mondi costruiti a mano, abbastanza grandi da contenere le moltitudini delle narrative possibili. Nell'era che stava introducendo la reality tv nelle nostre case, Peter Weir e Ron Howard portavano l'elemento satirico alla base di quell'impulso fino alle sue naturali conseguenze, in The Truman Show e in EdTv, rispettivamente del 1998 e del 1999.
Vent'anni dopo, la fascinazione televisiva è stata soppiantata da quella capitalistica, in cui la satira si sposta da chi guarda a chi può permettersi di comprare una perversione tanto elaborata. È una sottile linea che da The Game di Fincher arriva fino a Westworld, serie futuristica su un parco giochi per ricchi popolato da cowboy robot.
Nicolas Bedos, con La belle époque, propone una versione romantica, sgualcita e un po' cialtrona di un genere che solitamente ci tiene molto a simulare la perfezione prima di sfociare nel disastro.
"Le voyageurs de temps" è l'organizzazione dal nome altisonante che promette di portare il quasi settantenne Victor ovunque lui voglia nel passato, e che si trova invece ad affrontare l'insolita specificità della sua nostalgia. Non la corte di Maria Antonietta, non una guerra mondiale, bensì Il 16 maggio del 1974, in un caffè di Lione, dove Victor ha incontrato per la prima volta sua moglie Marianne. Perché la Storia è di certo affascinante, ma il cuore non può che strattonarci all'indietro, verso quel periodo in cui "non era orribile essere me".
Quell'immersione da parco giochi, in cui l'esperienza è reale ma le proibizioni scompaiono, non cerca più il brivido dell'altro da sé, come nella precisione stantia di Westworld, ma il conforto di un ricordo - e pazienza se la combinazione del personale (invece del nuovo di Westworld) e del tempo passato (invece di un presente in divenire, come in The Truman Show) dà a Victor un controllo della messa in scena troppo intenso per godersi appieno l'artificio. La belle époque fa centro costruendo un gioco approssimativo e fallace ma senza patemi, in cui gli attori dimenticano i dettagli dei loro personaggi, facendosi correggere in corso d'opera, e il protagonista si fa prendere la mano chiedendo licenze poetiche improvvise, come un po' di pioggia che non c'era nel 1974, mentre inseguiva Marianne all'uscita del bar.
Le pretese vengono via come una carta da parati posticcia su questo set gestito dal maniaco regista Antoine e illuminato dalla star Margot. Il senso di disillusione collettiva, sentimento così francese, non è mai un ostacolo quanto un invito a godersi il momento, proprio perché tutto sta cadendo a pezzi.
"Sei tu che hai chiesto una storia d'amore" dice l'attrice al cliente. "Ma non il dolore che viene dopo", risponde lui. E sarà per questo che il film è così riuscito, andando a indagare il "dopo" della premessa iniziale, che così velocemente si spende, si rovina e si contamina. Il gioco di coppie specchiate, con il riverbero delle finzioni tra i quattro personaggi principali, prosegue ben oltre il suo limite: come lo stesso Victor, che sa andare così tanto indietro da fare il giro e ritrovare il suo presente.
La memoria del cuore elimina i cattivi ricordi e magnifica quelli buoni e, grazie a questo artificio, siamo in grado di superare il passato. Lo sosteneva Gabriel Garcia Marquez, lo ribadisce oggi Nicolas Bedos con un film garbato e intelligente che è un vero inno alla memoria del cuore, appunto. Pochi film sanno raccordare presente e passato come La belle époque. Da una parte Marianne, una donna moderna, indipendente, in carriera, allergica al retrogusto stantio di relazioni datate e capace di rilassarsi solo quando inforca i suoi occhiali VR. Dall'altra Victor, un fumettista d'altri tempi che disegna a mano e guarda con sospetto le diavolerie contemporanee come, per dirne una, certe serie tv. Nel mezzo, un regista di oggi, fantasioso e creativo, in grado di (ri)portare in vita epoche lontane. Il quando non importa, conta solo il chi e che cosa, in altre parole il volere del "cliente", che descrive al dettaglio l'epoca in cui vorrebbe tornare. A pagamento, si intende, ma chi non cederebbe alla tentazione di poter, di fatto, viaggiare nel tempo?
Chi guarda non può che rimanere sedotto da ciò che vede: un protagonista che si ritrova immerso in un passato fatto di ricordi, nostalgie, antiche follie, brividi di gioventù. Va in scena il suo passato, privato, personale: l'unico tempo in cui è stato felice.
Daniel Auteuil, attore per cui ogni superlativo è a merito già stato usato, incarna perfettamente lo scetticismo iniziale e poi la totale adesione emotiva allo strampalato progetto. Suo malgrado diventa un cliente affezionato di queste "messe in scene" temporali, perdendosi nell'ebbrezza dei ricordi fino - addirittura - a (ri)innamorarsi. Che brutti scherzi fa la memoria, che spettacolari scherzi fa il cinema. Riesce a far tornare ciò che non è più.
Scriveva bene Jacques Derrida: il cinema è l'arte di rievocare i fantasmi. Fantasmi di ieri, spettri di amori che il logorio degli anni ha fatto appassire. Lo sa più di tutti Fanny Ardant, questa volta nei panni di una moglie stufa di una passione spenta, smaniosa di riprovare sulla propria pelle il furore degli inizi. Già, gli inizi. Quando di una storia d'amore si apprezza tutto, i gesti, i non detti, le sospensioni, le scelte, i sospiri, ma anche tutto ciò che sarà. Il binomio amore e memoria ha reso grande tanto cinema di spessore, dalla trilogia sentimentale firmata Linklater (Prima dell'alba, Before sunset, Before Midnight) fino a titoli come Se mi lasci ti cancello, o il nostro Ricordi? (guarda la video recensione) di Valerio Mieli.
Riacciuffare l'altro nel mare magnum dei ricordi, rinnamorarsi da capo, smarrirsi nelle vertigini di ieri e, nel frattempo, nel pieno del languore nelle memorie più dolci, ignorare un fattore fondamentale: tutto ciò che è stato ci cambia, inevitabilmente. Il giorno successivo nessuno è più lo stesso. Il loop della finzione cinematografica ignora questo passaggio, fondamentale per apprezzare, invece, quella realtà da cui entrambi i protagonisti di La belle époque vogliono fuggire a gambe levate. Incapaci di accettare l'avanzare degli anni, la noia, la passività di un quotidiano diventato sempre più grigio. Accettare se stessi, le proprie e le altrui mancanze, le zoppie che ogni relazione più o meno sana porta con sé: sembra volerci suggerire tutto questo, La belle époque. Un film che prosegue nella testa di chi lo guarda anche una volta usciti dalla sala.
Un film che è una riflessione sulla recitazione, sul cinema, sulla nostalgia. Sulla nostra voglia di fermare il tempo, sulla ricerca del tempo perduto. Sull'amore, sul bisogno di ritrovare il nostro io, sotto le scorie della disillusione, del cinismo, delle amarezze. Funziona tutto, in questo film, e quasi preghi che non ne facciano un remake americano più costoso e meno sottile. Funziona lo spunto narrativo: che un bravo regista allestisca per te un viaggio nel tempo su misura, nell'epoca che vuoi. Che ti permetta di tuffarti in una pagina della Storia, o magari anche in una pagina della tua storia personale.
Funziona una sceneggiatura che organizza il gioco delle finzioni e delle rivelazioni con grande precisione. E brillano gli attori: Daniel Auteuil sommesso, sgualcito, divorato dallo sgomento prima, dalla nostalgia poi; cuore in inverno, come il titolo di un film in cui amava intensamente e dolorosamente, come qui. Brillano Fanny Ardant, imperiosamente infelice, e Doria Tillier: quando c'è lei sullo schermo, tutto vive un po' di più.
Se Il mio profilo migliore racconta una donna cinquantenne che cerca di rinascere, inventando una se stessa più giovane su Facebook, ne La belle époque un uomo sessantenne - e anche qualcosa di più - cerca di rinascere "recitando" un se stesso più giovane nella messa in scena perfetta di un giorno di maggio del 1974.
Un abile regista l'ha ricreato per lui: il bistrot dei suoi vent'anni, le Citroen DS per strada, i pacchetti di Gauloises sui tavolini, le minigonne, il coq au vin nel menu scritto col gesso sull'ardesia. E nel bistrot arriva, come una folata di vento, la donna della sua vita. È un'attrice, l'ha istruita il regista. Ma non importa: lui sa benissimo che è una finzione, ma è una finzione dolce, può flirtare con il suo passato. La sospensione dell'incredulità non è totale, non è assoluta, lui non è scemo; ma è un leggero stordimento, e il naufragar è dolce in quel mare. Per lui, come per noi.
E del resto, se avessimo diecimila euro al giorno da spendere in questo gioco, non lo faremmo anche noi? Non vorremmo rivivere il giorno del nostro bacio più bello, di quell'amore che sembrava il primo - e l'ultimo? Il giorno in cui la vita sembrava rivelarsi?
Chissà se c'entra qualcosa, per la genesi del film, Midnight in Paris di Woody Allen, in cui il protagonista finisce nella Parigi degli anni '20 a dialogare con Hemingway: e anche qui, curiosamente, c'è un attore che impersona Hemingway per un gruppo di clienti. E come in Midnight in Paris, c'è un'auto che passa al volo, trascinando il protagonista ad una festa.
Non importa. È comunque un'idea entusiasmante, quella di una realtà virtuale, ma artigiana: teatrale, fisica, concreta. Creare dei viaggi nel tempo organizzando dei set personalizzati. Un'idea che però poteva funzionare cinque minuti e poi spegnersi; il film poteva compiacersi delle sue ricostruzioni, di far sentire lo spettatore finito in un film di Bertolucci, o in Effetto notte di Truffaut. E invece, il film non si ferma mai più del necessario sugli oggetti d'epoca, perché non è quello il centro del film. Il centro del film è il percorso che compiono i protagonisti per ritrovarsi. Per ritrovare il ventenne innamorato che abita in loro, qualunque sia la loro età.
Sono quattro personaggi, tutti bisognosi di amore. Un sessantenne che cerca di vivere con stile il suo declino, una psicanalista che non è ancora riuscita a capire il paziente più difficile, se stessa; un regista isterico e perfezionista, che non riesce a dirigere la donna che ama; e una donna bellissima che non vuole esserne l'ostaggio. In tutto questo, la sintonia che Auteuil e Doria Tillier riescono a costruire, la tensione delle anime, il desiderio di sfiorarsi, di raggiungersi sapendo che non è possibile, è qualcosa di fantastico. Sarebbe bastato un dettaglio, uno sguardo sbagliato, una frase detta male, e tutto sarebbe saltato. Per fortuna, non accade. E noi spettatori amiamo tutti: Auteuil, Doria Tillier, il regista zoppo, perfezionista e isterico, e una psicanalista che chiude la porta di casa e si prende a schiaffi, sibilando a se stessa "méchante", cattiva.
Nella cornice del Festival Lumière di Lione, Daniel Auteuil ha tenuto la settimana scorsa una masterclass davanti a un pubblico entusiasta e numeroso. Dosando sapientemente ricordi, pragmatismo e humour, si è assunto la responsabilità dei film fatti, soprattutto i 'peggiori', da cui giura di aver appreso di più sul mestiere dell'attore. Distillando la sua lezione di cinema ha rivendicato le sue scelte, guidate sempre dal piacere e mai dalla carriera. Gli crediamo sulla parola ma è soprattutto per Un cuore in inverno, il film più crudele, più bergmaniano e più bello di Claude Sautet, che è conosciuto e amato dal pubblico italiano. Personaggio antiromantico e antitriffautiano che offre le sue carezze solo agli oggetti e che solo la musica emoziona perché lo allontana dalla vita, il liutaio di Daniel Auteuil è uno di quei personaggi che restano per sempre aggrappati all'immaginario dello spettatore. Personaggio assente, che non ha accesso ai sentimenti, che è chiuso dal di dentro. Un profilo introverso che l'attore francese, nato ad Algeri, ha declinato negli anni, alternandolo a ruoli comici, perché Daniel Auteuil resta ostinatamente simpatico.
Lo sa bene Nicolas Bedos che con La belle époque (guarda la video recensione) regala all'attore una nuova primavera. Un'esperienza totalmente inedita in una commedia drammatica in cui Auteuil interpreta un disegnatore depresso a cui offrono la possibilità di rivivere il maggio del '74 e l'incontro con la donna della sua vita. Se da Sautet ha appreso il rigore e la semplicità, da Bedos impara a lasciare andare e a lasciarsi andare.
Figlio di cantanti di operetta, Daniel Auteuil non nasce per poco in un teatro d'opera ma cresce nelle quinte di un teatro lirico. La musica e le arie cullano la sua infanzia e gli regalano quella relazione naturale con la scena, dove è sicuro che niente di male può accadere perché tutto è già stato previsto.
A quattro anni era il figlio di Madame Butterfly, a sei anni marciava a testa alta con le sigaraie della Carmen sulla scena, dove incontra Yves Montand e Michel Simon, Annie Cordy e Luis Mariano, e coltiva il mestiere che da grande farà con eccellenza diretto da autori maggiori. Il soldato agricoltore per Claude Berri (Jean de Florette), l'edonista Enrico di Navarra per Patrice Chéreau (La regina Margot), l'inaccessibile liutaio per Claude Sautet (Un cuore in inverno), il fratello troppo tenero di Catherine Deneuve per André Téchiné (La mia stagione preferita), il borghese parigino per Michael Haneke (Niente da nascondere), Daniel Auteuil ha una carriera ragguardevole (e fluida) ma resta umile, muovendosi tra il registro dell'interiorizzazione, l'empatia pudica e la riservatezza divertita.
Come il bel personaggio che gli serve Nicolas Bedos, l'attore ha visibilmente lavorato su stesso per risolvere i suoi dilemmi. Meno angosciato e più filosofo ne La belle époque approfitta della vita e del piacere di recitare accanto alla più bella, Fanny Ardant, l'ultimo grande amore di François Truffaut e l'unico grande amore di Victor. A fianco della leggenda bruna del cinema francese e nella commedia gioiosa del fils prodige di Guy Bedos, Auteuil passa a una velocità superiore facendosi perdonare l'arcaismo fallocratico della sua ultima regia (Sogno di una notte di mezza età).
Attore imprescindibile del cinema popolare francese (Quasi nemici - L'importante è avere ragione, negli ultimi anni ha avviato un significativo ritiro qualitativo e quantitativo sul fronte della scena cinematografica. È con soddisfazione allora che lo ritroviamo in un film che abita a pennello e in cui dimostra ancora una volta di essere un irriducibile animale da palcoscenico. Un ruolo in cui fa letteralmente scintille, un personaggio che è come un vecchio amico che accompagna sul set. Un plateau che ricostruisce un'epoca e ripara una vita sentimentale.
Daniel Auteuil è oggi il simbolo dell'attore di qualità francese che ha imparato a mettersi in pericolo, recitando come respira. Un attore dégagé in un mondo di attori engagé che recita una cosa alla volta, una vita alla volta. Un attore istintivo col naso tordu, il cui fascino viene dallo sguardo, dal suo barlume, da una fissità e una concentrazione che sentono bene l'inquietudine. Ci sono attori che aderiscono a un gruppo, a un'immagine, a una causa. Daniel Auteuil non sposa niente. "Non prendetevi per quello che dicono che siete", confessa al pubblico, chiudendo qualsiasi discorso sulla stigmatizzazione di un attore.
Ne La belle époque di Nicolas Bedos è un'attrice, Margot, incaricata di interpretare Marianne, la donna che Victor conobbe in un caffè di Lione una sera del maggio 1974, innamorandosene perdutamente. Un ruolo romantico (ma non troppo) che calza a pennello sul volto incantevole di Doria Tillier, la Julia Roberts di Francia, che del regista, oltre che musa e cosceneggiatrice - è la compagna dal 2015. "Siamo una coppia molto riservata - dice lei, nelle rare interviste in cui accetta di parlare del partner - lavorare insieme alla persona che si ama è un privilegio, e capisco che la gente possa essere curiosa di noi".
Avevate già collaborato in Un amore sopra le righe. Com'è stato tornare insieme sul set?
Bellissimo. Adesso ci conosciamo perfettamente anche a livello artistico. Lo capisco al volo. So quello che vuole. E lui sa cosa sono in grado di fare.
Il ruolo di Margot l'ha scritto per lei?
So che Nicolas ha pensato subito a me. Margot non mi somiglia, anche se ci sono alcuni aspetti del suo carattere che condivido. Piccole cose che mi hanno fatto sentire a mio agio fin dalla prima lettura del copione. E poi interpretare un'attrice è bellissimo: è come recitare dieci ruoli in uno.
Nel film Margot è diretta da un regista ossessivo. Sul set lei preferisce essere più libera?
Se sono diretta da un regista di cui mi fido, come Nicolas, la sensazione di essere controllata non mi dispiace. Abbiamo gli stessi gusti e le stesse opinioni artistiche. Ma mi è capitato anche di lavorare con persone piene di talento di cui non condividevo la visione. In quel caso è stato difficile lasciarmi andare. Mi è servito più tempo.
Ha un mentore nella vita?
Non la definirei una mentore, perché non le ho mai chiesto esplicitamente un consiglio, ma piuttosto una ispiratrice. Mi piace Fanny Ardant. Tutto quello che dice è interessante. Non è mai banale.
La belle époque parla di nostalgia. Lei è nostalgica?
Molto. Così tanto che non riesco a rispondere a questa domanda senza commuovermi.
Se dovesse rivivere un momento della sua vita quale sarebbe?
La prima del film a Cannes. Ero così emozionata che non mi ricordo nulla. Vorrei riavere indietro quel momento, per riviverlo in maniera tranquilla.
Negli anni Settanta ci tornerebbe?
Sì. Adoro i vestiti e la musica di quell'epoca. E mi piace pensare a una vita libera dalla schiavitù della tecnologia.
L'amore trionfa su tutto, si dice nel film. Lei ci crede?
Di certo l'amore muove ogni cosa. Qualsiasi cosa facciamo, alla fine l'obiettivo è sempre lo stesso: essere amati. E mi creda: è l'unica cosa che interessa anche me.
Esistono film che, pur senza essere capolavori, sfiorano la perfezione. Due anni dopo il suo esordio - il "feel-good movie" Un amore sopra le righe, cronaca di quarant'anni d'amore malgrado tutto e malgrado tutti - Nicolas Bedos ha affilato le armi e ci consegna una piccola, amabile parabola che sfiora temi sensibili come la nostalgia, il passare degli anni, la difficoltà di vivere insieme senza cadere [...] Vai alla recensione »