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La belle époque, una commedia garbata e intelligente che è un vero inno alla memoria del cuore

Chi guarda non può che rimanere sedotto da ciò che vede: un protagonista, i suoi tormenti e il ricordo dell'unico tempo in cui è stato felice. Dal 7 novembre al cinema.
di Claudia Catalli

La belle époque

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Daniel Auteuil (69 anni) 24 gennaio 1950, Algeri (Algeria) - Acquario. Interpreta Victor Drumond nel film di Nicolas Bedos La belle époque. Al cinema da giovedì 7 novembre 2019.
martedì 5 novembre 2019 - Focus

La memoria del cuore elimina i cattivi ricordi e magnifica quelli buoni e, grazie a questo artificio, siamo in grado di superare il passato. Lo sosteneva Gabriel Garcia Marquez, lo ribadisce oggi Nicolas Bedos con un film garbato e intelligente che è un vero inno alla memoria del cuore, appunto. Pochi film sanno raccordare presente e passato come La belle époque. Da una parte Marianne, una donna moderna, indipendente, in carriera, allergica al retrogusto stantio di relazioni datate e capace di rilassarsi solo quando inforca i suoi occhiali VR. Dall'altra Victor, un fumettista d'altri tempi che disegna a mano e guarda con sospetto le diavolerie contemporanee come, per dirne una, certe serie tv. Nel mezzo, un regista di oggi, fantasioso e creativo, in grado di (ri)portare in vita epoche lontane. Il quando non importa, conta solo il chi e che cosa, in altre parole il volere del "cliente", che descrive al dettaglio l'epoca in cui vorrebbe tornare. A pagamento, si intende, ma chi non cederebbe alla tentazione di poter, di fatto, viaggiare nel tempo?

Chi guarda non può che rimanere sedotto da ciò che vede: un protagonista che si ritrova immerso in un passato fatto di ricordi, nostalgie, antiche follie, brividi di gioventù. Va in scena il suo passato, privato, personale: l'unico tempo in cui è stato felice.
Claudia Catalli

Daniel Auteuil, attore per cui ogni superlativo è a merito già stato usato, incarna perfettamente lo scetticismo iniziale e poi la totale adesione emotiva allo strampalato progetto. Suo malgrado diventa un cliente affezionato di queste "messe in scene" temporali, perdendosi nell'ebbrezza dei ricordi fino - addirittura - a (ri)innamorarsi. Che brutti scherzi fa la memoria, che spettacolari scherzi fa il cinema. Riesce a far tornare ciò che non è più.

Scriveva bene Jacques Derrida: il cinema è l'arte di rievocare i fantasmi. Fantasmi di ieri, spettri di amori che il logorio degli anni ha fatto appassire. Lo sa più di tutti Fanny Ardant, questa volta nei panni di una moglie stufa di una passione spenta, smaniosa di riprovare sulla propria pelle il furore degli inizi. Già, gli inizi. Quando di una storia d'amore si apprezza tutto, i gesti, i non detti, le sospensioni, le scelte, i sospiri, ma anche tutto ciò che sarà. Il binomio amore e memoria ha reso grande tanto cinema di spessore, dalla trilogia sentimentale firmata Linklater (Prima dell'alba, Before sunset, Before Midnight) fino a titoli come Se mi lasci ti cancello, o il nostro Ricordi? (guarda la video recensione) di Valerio Mieli.

Riacciuffare l'altro nel mare magnum dei ricordi, rinnamorarsi da capo, smarrirsi nelle vertigini di ieri e, nel frattempo, nel pieno del languore nelle memorie più dolci, ignorare un fattore fondamentale: tutto ciò che è stato ci cambia, inevitabilmente. Il giorno successivo nessuno è più lo stesso. Il loop della finzione cinematografica ignora questo passaggio, fondamentale per apprezzare, invece, quella realtà da cui entrambi i protagonisti di La belle époque vogliono fuggire a gambe levate. Incapaci di accettare l'avanzare degli anni, la noia, la passività di un quotidiano diventato sempre più grigio. Accettare se stessi, le proprie e le altrui mancanze, le zoppie che ogni relazione più o meno sana porta con sé: sembra volerci suggerire tutto questo, La belle époque. Un film che prosegue nella testa di chi lo guarda anche una volta usciti dalla sala. 


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In foto una scena del film La belle époque.
In foto una scena del film La belle époque.
In foto una scena del film La belle époque.
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