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![]() A volte la vita non ci dà le cose come noi le vogliamo… ma l'importante è che ce le dia.
dal film Baciami ancora (2010)
Pierfrancesco Favino è Marco
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Siamo rimasti stupiti nel vederlo in un ruolo così oscuro. Lui che di solito è sempre sorridente, un po' impacciato, ma molto sicuro, ha vestito i panni più positivi dell'italiano medio. E dopo aver inscenato performance degne di lode, Placido decide di sporcargli gli abiti di sangue e sudore, di mettergli in bocca le urla della ribellione sociale e la sussurrata ambizione. Piefrancesco Favino indossa così il suo ruolo più bello, quello di un'ombra che sta dietro a una mano che vuole afferrare Roma nella sua morsa di terrore e di delinquenza. E scrive il primo capitolo di un romanzo criminale che ha fatto applaudire critica e pubblico. È un mostro del nostro cinema. Aprite gli occhi...
Formazione e anni giovanili a teatro, televisione e cinema
Dopo essersi diplomato all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, segue qualche corso di perfezionamento diretto da Luca Ronconi e una manciata di seminari di recitazione che lo porteranno a teatro diretto da Luigi Proietti ne "Il dramma della gelosia", seguito da "Verso Pee Gynt", "Quel pasticciaccio brutto...", "Davila Roa" e "I Fratelli Karamazov", tutti per la regia di Ronconi. Passa poi alla televisione interpretando il film tv Una questione privata (1991) di Alberto Negrin, con Luca Zingaretti. Poi, entra nel cast della serie tv italiana Amico mio (1993) di Paolo Poeti (e nel suo seguito) nel ruolo di Giuseppe "Beppe" Vanni.
L'esordio cinematografico avviene nel 1995, quando Lino Capolicchio lo inserisce nel film Pugili, con Antonella Attili. Da quel momento in poi comincerà a recitare per diversi registi, molti dei quali anche alla loro opera prima. Per Stefano Reali interpreta In barca a vela contromano (1997), passa poi al cinema d'autore di Marco Bellocchio con Il principe di Homburg (1997). Recita perfino in un film tv americano Bonanno: A Godfather's Story (1999) di Michel Poulette, accanto a Martin Landau.
Ricky Tognazzi lo sceglie per I giudici - Vittime eccellenti (1999), poi passa alla fiction, quella religiosa, entrando nel cast di Padre Pio (2000) di Carlo Carlei, che vede Sergio Castellitto nei panni del frate con le stigmate.
Anni del successo ed esordio in America
Dopo essere entrato nel cast de La carbonara (2000) di Luigi Magni, sceglie L'ultimo bacio (2000) di Gabriele Muccino, nella parte, quasi invisibile (ma non troppo) di un amico di Stefano Accorsi che vede nel matrimonio e nell'unione duratura di un uomo e di una donna una ribellione al conformismo di oggi. Seppur brevissima, la sua recitazione è intensa e illuminante. Bersagliere nella miniserie tv Cuore (2001), reindossa i panni del soldato nel bellico El Alamein (2002) di Enzo Monteleone. Il ruolo del padovano sergente Rizzo, fra noia, mancanza d'acqua e dissenteria, gli procura una nomination ai David di Donatello come miglior attore non protagonista.
Da zero a dieci (2002) di Luciano Ligabue e il film tv Gli insoliti ignoti (2003) arricchiscono la sua filmografia, come del resto riluce Le chiavi di casa (2004) di Gianni Amelio. E dopo il mediocre Mariti in affitto (2004) con Maria Grazia Cucinotta, fa incetta di premi con Romanzo criminale (2005) di Michele Placido nel ruolo de "Il libanese", criminale della banda della Magliana che ha come unico sogno quello di conquistare Roma in una morsa di racket, prostituzione e spaccio di stupefacenti. Impossibile non premiarlo con il David per il miglior attore non protagonista e il Nastro d'Argento come miglior attore protagonista.
Fra i fondatori dell'Actor's Center di Roma, torna alle origini, diretto ancora una volta da Negrin per la fiction Gino Bartali - L'intramontabile (2006) e cerca la strada americana, all'inizio nella piccola parte di un bronzeo Cristoforo Colombo in Una notte al museo (2006) di Shawn Levy e poi nella parte dell'oscuro Lord Glozelle ne Le Cronache di Narnia - Il principe Caspian (2008).
Gli anni recenti
Ma non dimentica l'Italia, e dopo aver recitato per Giuseppe Tornatore ne La sconosciuta (2006), interpreta un intenso omosessuale in lutto in Saturno contro (2006) di Ferzan Ozpetek.
Nel 2008 lo vediamo ne L'uomo che ama di Maria Sole Tognazzi, dove interpreta Roberto, in Pane e libertà di Alberto Negrin e nel film di Spike Lee che racconta la tragedia dei soldati americani nel peasino toscano di S. Anna di Stazzema durante la Seconda Guerra Mondiale, Miracolo a Sant' Anna.
Nel 2009 torna in America per recitare nel thriller diretto da Ron Howard e basato sull'omonimo romanzo best-seller di Dan Brown, Angeli e Demoni.
Nel 2010 è ancora protagonista con ben tre film: Figli delle stelle di Lucio Pellegrini, Cosa voglio di più di Silvio Soldini e con il sequel de L'ultimo Bacio di Gabriele Muccino, Baciami ancora. Poi Lucio Pellegrini ne fa il cardine delle proprie creazioni, rendendolo protagonista della commedia La vita facile (2011). L'anno successivo è il protagonista del drammatico L'industriale, nel quale recita al fianco di Carolina Crescentini e del poliziesco ACAB - All Cops Are Bastards, nel quale viene diretto da Stefano Sollima. Partecipa, inoltre, alla commedia Posti in piedi in paradiso, diretto da Carlo Verdone, nel ruolo di un padre separato che condivide un appartamento con altri due amici per far fronte alle difficoltà economiche. È inoltre nel cast del drammatico Romanzo di una strage, film diretto da Marco Tullio Giordana che racconta i retroscena della stage di Piazza Fontana e dell'inizio dei cosìddetti anni di piombo.
Doveroso ricordare che non sbaglia nulla nei confronti della sua recitazione. Non è ancora un mito, ma lasciatelo fare. La critica e il pubblico non vedono l'ora di scoprire quali altri risvolti professionali porterà la sua carriera.
David di Donatello 2012
David di Donatello 2012
Nastri d'Argento 2012
Nastri d'Argento 2012
David di Donatello 2010
Nastri d'Argento 2010
Roma Fiction Fest 2009
Roma Fiction Fest 2007
Nastri d'Argento 2006
David di Donatello 2006
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Rush
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Genere Sportivo, - USA, Gran Bretagna, Germania 2013. Uscita 12/09/2013. |
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C'è chi lo paragona a L'odio di Mathieu Kassovitz e chi torna a ragionare sui poliziotteschi dell'Italia anni '70, Roma a mano armata di Umberto Lenzi, La polizia incrimina, la legge assolve di Enzo Castellari. Chi se la prende perché con questi film invece non c'entra niente, e pare piuttosto un Romanzo criminale al contrario, fatto di guardie farabutte quanto i criminali che dovrebbero acchiappare.
Tratto dall'omonimo libro inchiesta di Carlo Bonini, ACAB - All Cops Are Bastards di Stefano Sollima, al cinema da venerdì, fa discutere in capannelli critici e giornalisti. Il ritorno al cinema di genere accende la fantasia del cinefilo, i riferimenti all'attualità eccitano il cronista. Nel pubblico c'è anche un poliziotto, venuto per guardare in anteprima il film sulla Celere che da settimane infiamma i blog della Polizia di Stato. Il cast (Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti e Domenico Diele) non nasconde un certo nervosismo accendendo i microfoni per l'incontro con la stampa romana, perché l'uscita in sala, in 300 copie, si prevede burrascosa: la Polizia «non ha ostacolato le riprese - dice il regista - ma non le ha nemmeno agevolate», e il ritratto impietoso della Capitale, stretta in una morsa di cattiva politica e violenza, potrebbe andare di traverso (anche) agli amministratori capitolini. Continua »
"Forse è vero. Forse potrebbe sembrare un film vagamente misogino". La nuova commedia di Lucio Pellegrini, La vita facile, ha diviso il pubblico e lui lo sa. Perché una metà del cielo, quella che (al cinema) non porta ancora i pantaloni, ieri è uscita dalla sala un po' meno contenta dell'altra. "Il film si focalizza sui personaggi di Favino e Accorsi, perché è la loro amicizia che volevo raccontare – ha detto Pellegrini a margine della conferenza stampa romana - Capisco che il personaggio di Vittoria Puccini possa innervosire, che sia difficile empatizzare con una dark lady viziata, capricciosa e pariolina. Ma questo è un film di maschi".
Anche in conferenza stampa i mattatori sono Pierfrancesco Favino e Stefano Accorsi. Irresistibile il primo, spalla sorprendentemente vivace il secondo, invisibili le donne: la Puccini che si limita a trovare la sua dark lady "buffa e divertente, un po' manipolatrice e un po'ragazza fragile", e la sempre più brava Camilla Filippi, capace di dare corpo al carattere più involuto, madre e santa donna "la cui consapevolezza serve a far risaltare la natura complessa degli altri".
Storia d'amore e amicizia tra medici, impegnati in un ospedale del Kenya settentrionale, per Pellegrini "il film non fa retorica sul mondo africano. Mi interessava l'Africa come teatro in cui far emergere per contrasto le caratteristiche di questi uomini così profondamente italiani. Personaggi sfaccettati, complessi e anche negativi". Favino dribbla con eleganza l'inevitabile paragone con la vecchia commedia all'italiana, "un ritorno sociologicamente preoccupante – dice – perché se ancora oggi continuiamo a rappresentare italiani simpatici e farabutti, vuol dire che forse siamo proprio così". Il clima da spogliatoio, che ha regalato al film ottimi momenti di improvvisazione, si respira anche dal vivo. Vola qualche battuta sul calcio, Favino lancia stoccate alla Roma, squadra del cuore, e l'emigrante Accorsi ricorda gli insulti dei francesi "subito dopo i maledetti Europei". Applausi a fine conferenza, il team funziona, il film è benedetto in chiusura dal produttore Domenico Procacci. La sala si svuota e Pellegrini resta accanto alla moglie, Camilla Filippi, impegnata in un'intervista. "Il prossimo film – promette sottovoce, e c'è da credergli – lo faccio con un cast tutto al femminile. Una storia di donne, che tocchi temi che il nostro cinema, purtroppo, non riesce ancora a raccontare".
Dopo liceali "seriali" e famiglie disfunzionali, Lucio Pellegrini torna sul grande schermo con una commedia corale che riflette sul precariato e sulla difficoltà degli italiani ad aderire ai politici che li rappresentano. Ispirato dallo sguardo empatico di Monicelli e influenzato dalla migliore commedia all’italiana, Pellegrini alza il tiro e realizza un film amaro addolcito da un cast in stato di grazia. Pierfrancesco Favino, Giuseppe Battiston, Paolo Sassanelli, Giorgio Tirabassi, Fabio Volo e Claudia Pandolfi costituiscono un gruppo (anti)eroicomico deciso a cambiare lo stato delle cose e, per questo, a sequestrare un celebre quanto impopolare ministro della salute. Niente andrà come previsto e l’improbabile banda di precari muoverà lungo una serie di prove e di imprese che non li condurranno alla gloria ma a uno scacco e a un più modesto "piatto di pasta e ceci". A Roma per presentare il loro film, Pellegrini e il suo cast ci raccontano il malessere sociale e una generazione che ripiega sulla nostalgia e sulla canzone vintage.
Commedia & realtà
Lucio Pellegrini: Considero Figli delle stelle una commedia fortemente radicata nella realtà quotidiana. In Italia si producono molte commedie ma quasi mai aderenti al periodo storico che stiamo vivendo. Così ho pensato ai miei registi preferiti, da Monicelli a Pietrangeli, e ho creato una banda di magnifici perdenti che credono di poter fare qualcosa di buono e di reggere lo stress di un’impresa senza senso. Ma la loro naturale vocazione alla "sfiga" è evidente da subito e così finiscono per sequestrare uno dei pochi uomini politici che crede davvero nel suo lavoro e che cerca di farlo nel modo migliore. Sarà proprio la relazione con l’onorevole Stella di Giorgio Tirabassi ad alimentare e illuminare le loro coscienze.
Cast stellare
Lucio Pellegrini: Nel mettere insieme il cast e la mia banda improvvisata di rapitori ho pensato senza ombra di dubbio ai Soliti ignoti di Monicelli. Ho sempre ammirato lo sguardo empatico del maestro sui perdenti della terra, sguardo troppo poco praticato dal nostro cinema. Del magnifico risultato raggiunto devo ringraziare tutti i miei attori che, nonostante le diverse esperienze e provenienze, hanno saputo creare sul set una sintonia perfetta. L’armonia tra gli attori era fondamentale per la riuscita del film dal momento che Figli delle stelle si sforza di partire proprio dai personaggi, precari dell’esistenza che condividono un disagio comune da cui vorrebbero emanciparsi.
Il cuore della commedia
Lucio Pellegrini: Il cuore della mia commedia sta tutto nell’applauso finale che scroscia dopo la liberazione dell’onorevole Stella. Quell’applauso racconta molto bene l’ipocrisia diffusa in questo Paese. Volevo esprimere col sorriso che quello che abbiamo è quello che in fondo ci meritiamo, perché gli italiani sono come la comunità valdostana descritta nel film: prima partecipano al rapimento e prendono i soldi e poi applaudono la scarcerazione di un innocente. Prima partecipano a un’azione illegale e poi si scandalizzano per quella stessa azione.
Alan Sorrenti e i favolosi anni Ottanta
Lucio Pellegrini: Il titolo del mio film nasce in seconda battuta. Avevo deciso di chiudere un gruppo di rapitori improvvisati dentro una casa che non veniva aperta dagli anni Ottanta. A quel punto mi sono chiesto, cosa avrebbero trovato i miei protagonisti in quell’appartamento? Quali dischi? Quale musica? E così oltre a Finardi ho pensato a Sorrenti e alla sua canzone, probabilmente simbolo di quella generazione. Volevo che a unire in un corpo solo i personaggi non fosse soltanto il disagio sociale ma anche una canzone. Una canzone da condividere dentro una pausa ludica.
Il padano
Fabio Volo: Sono entusiasta di aver partecipato a un film che ha qualcosa di importante da dire. Il mio ruolo mi ha subito appassionato soprattutto perché mi offriva l’opportunità di indossare dopo trenta lunghi anni una giacca di jeans col pelo. Quando, dopo la lettura della sceneggiatura, Pellegrini mi confessò che avrei indossato quella giacca per tutto il film il mio cuore ha esultato perché negli anni Ottanta ne avevo una uguale a cui ero affezionato e che mia madre finì per buttare a mia insaputa. Ho chiesto alla fine delle riprese che mi venisse regalata e così è stato, adesso quella giacca è nella mia casa di Roma. Mi vergogno a indossarla a Milano ma a Roma è ancora di moda. Scherzi a parte trovo che Lucio abbia reso onore alla sceneggiatura con la sua regia, realizzando una commedia sul precariato non tanto professionale quanto esistenziale. Tutti i personaggi, compreso il mio, vivono in attesa di qualcosa e di qualcuno, e in quella sospensione si finisce spesso per fare qualsiasi cosa.
Il rivoluzionario
Giuseppe Battiston: Il mio personaggio è un disgraziato vero, un assistente di sociologia livoroso e rancoroso che cerca in ogni modo di ribaltare i piani dei suoi strampalati compagni. Bauer è però un puro di cuore, un rivoluzionario che come me comprò un eskimo tanti anni fa convinto che prima o poi gli sarebbe servito. Quello che indosso nel film è davvero mio ma mai avrei pensato che un giorno mi sarebbe stato utile per girare un film.
Il bravo ragazzo
Pierfrancesco Favino: Mi piaceva l’idea di partecipare a una commedia che affrontasse il disagio sociale con il sorriso e una buona dose di cinismo. Il mio personaggio ha superato i trentacinque anni ed è un istruttore ISEF precario, sogna di aprire un ristorante e di trovare una posizione nel mondo ma finisce con un gruppo di compagni sghembi come lui per rapire un onorevole. Pepe è soltanto un bravo ragazzo che spera con un rapimento di cambiare il mondo, un mondo in cui da troppo tempo si sente spaesato.
Lo so è un titolo strano per essere un film di Silvio Soldini. Sembra più un film giovanilista" sono gli sceneggiatori ad ammettere subito la stranezza, Cosa voglio di più infatti era il titolo di lavorazione del film (anche se di solito i film di Soldini durante la lavorazione si chiamano con il nome della protagonista) scelto da Doriana Leondeff per caso "mi sembrava triste solo 'Anna e Domenico', così per associazione di idee con la canzone di Battisti ho pensato a Cosa voglio di più, ma non era una cosa definitiva, invece poi è piaciuto così a tanto a tutti, produttori inclusi che l'abbiamo mantenuto". E pure il regista ha gradito la scelta perchè "in certi momenti è una domanda che i personaggi sembrano chiedersi, in altri invece è un'affermazione che potrebbero fare".
Passato fuori concorso a Berlino e centrato sui due attori protagonisti, Alba Rohrwacher e Pierfrancesco Favino, Cosa voglio di più sembra proseguire il discorso di Giorni e nuvole, cioè la descrizione di una vita ordinaria resa difficile dal contesto sociale ed economico. Ed in effetti di cose che i due protagonisti "vogliono di più" ce ne sono tante e in molti momenti è proprio il non sapere a cosa tengano maggiormente a portare avanti il racconto di Anna e Domenico, individui "sistemati" nel grande incastro sociale-metropolitano ma relegati ai margini della città e del mondo lavorativo, precari ognuno a modo proprio, dotati di una stabilità economica non di ferro (specie Domenico) e con una vita inquadrata in una famiglia o in una convivenza.
L'incontro casuale tra i due scatena però l'amore imprevisto, si piacciono subito e progressivamente si amano sempre di più, sempre di nascosto, fino per l'appunto a chiedersi se tengano di più alla vecchia vita o alla nuova.
Carlo, Giulia, Marco, Paolo, Adriano, Alberto, Livia e Veronica hanno dieci anni in più. Ce li ha anche Gabriele Muccino, che in mezzo ha visto Hollywood e le peripezie della vita, la propria e quella degli amici. Nell’idea di riprendere con Baciami ancora -come Bergman o Arcand o Solondz- i fili delle storie inaugurate da L'ultimo bacio, si affaccia ancora l’ambizione, la sana ambizione dell’ex ragazzo prodigio, che per il resto evita di scivolare sul personale e manda avanti i suoi attori. Sono loro ad animare la conferenza stampa, facendo gruppo e testimoniandogli fedeltà e gratitudine.
Il film uscirà in sala il 29 gennaio in più di 600 copie, alcune delle quali per la prima volta sottotitolate per i non udenti. "Ci sono persone che non riescono mai a vedere un film italiano al cinema, sono costrette ad aspettare l’uscita in dvd o il passaggio tv –spiega il produttore Domenico Procacci- sarebbe bello che le sale si attrezzassero d’ora in poi con dei display appositi, se c’è qualche non udente in sala; ci vorrà del tempo, ma speriamo che questo impegno vada avanti." Per ora, hanno aderito l’Apollo di Milano, il Modernissimo di Napoli, l’Astra di Padova, il Piccolo di Bari e il Politecnico Fandango di Roma.
Il film racconta di un gruppo di quarantenni squinternati. È un gruppo particolarmente sfortunato o rappresenta uno spaccato reale?
Muccino: Non voglio che si pensi che questo è un film sui quarantenni come non volevo che all’epoca dell’Ultimo bacio si pensasse che facevo un film sui trentenni: non mi posso mettere in cattedra, la mia è una visione limitata. Ma quel che vedo è una generazione in cui il rapporto di coppia è più nevrotizzato e complesso di anni fa, alle donne si chiede moltissimo e gli uomini vivono un profondo disorientamento e hanno bisogno di parlare tra loro per cercare di capire le loro donne.
Nel suo film i bambini sono testimoni muti, vittime che ci guardano?
Muccino: La responsabilità di chi siamo e cosa tramandiamo ai nostri figli è una responsabilità grande, i collassi famigliari fanno dei bambini degli adulti con dei problemi quasi certi. È un fenomeno nuovo, mai come ora ci sono in Italia tanti figli di coppie separate o divorziate e cosa ne sarà dei bambini di oggi quando saranno adulti non lo possiamo sapere, non ancora.
Grande attesa per la messa in onda della fiction che narra le "gesta" di Giuseppe Di Vittorio, fervente sindacalista, amico di Gramsci e di Togliatti che, fino alla fine, combatté per i suoi ideali. A dargli corpo e voce è lo straordinario Pierfrancesco Favino, attore ormai affermato che ha reso questo personaggio al meglio, sotto la guida registica di Alberto Negrin.
Una co-produzione Rai Fiction-Palomar-Endemol, prodotta da Carlo Degli Esposti. Presenti, oltre al cast (Raffaella Rea, che interpreta Carolina, la moglie di Di Vittorio; Danilo Nigrelli, Massimo Wertmuller, Giuseppe Zeno, Frank Crudele, Francesco Salvi, etc...), Nichi Vendola, presidente della regione che, a Di Vittorio, diede i natali: la Puglia (che è anche co-produttrice), ma anche il Presidente della "Fondazione Di Vittorio", Carlo Ghezzi (in rappresentanza, in questa sede, anche della CGIL).
In onda su Rai Uno domenica 15 e lunedì 16 marzo, quella di Di Vittorio è la storia di un uomo, così introduce Tinni Andreatta (responsabile Rai Fiction), che ha combattuto per i massimi principi della nostra costituzione e della nostra vita democratica e l'ha fatto sin dall'inizio del secolo, per i diritti dei braccianti, ma poi, durante il fascismo e nell'Italia democratica, per i diritti di tutti i lavoratori. E' la storia di un uomo che aveva una forza "rocciosa", un combattente che si è sempre esposto ed ha rischiato in prima persona, un condottiero che sapeva parlare alla gente e che difendeva i diritti di tutti e, per questo, aveva un'idea della politica estremamente alta e nobile, assoluta, certe volte anticonformista, trovandosi "stretto" anche all'interno del suo stesso partito. La storia di questo film è il racconto del suo coraggio, dei suoi ideali, della sua forza morale. Nella prima parte del film, è raccontato lo "scontro" epico tra Di Vittorio e il latifondista di Cerignola per i lavoratori che combattono per i diritti più elementari: il pane e la libertà. Di Vittorio, che era un autodidatta, aveva capito che il padrone proprio nelle parole aveva la sua forza sul lavoratore spesso analfabeta. Segue, quindi, l'avvento del fascismo con gli scontri che ne derivarono, fino a giungere alla fase democratica, in cui Di Vittorio manifesta quello che è il suo massimo pensiero: l'unità dei lavoratori.
Duecentonovantunomilioni e settecentonovemila e rotti dollari è l'incasso raggiunto in patria dal primo capitolo de Le cronache di Narnia, portato sul grande schermo grazie agli sforzi di Douglas Gresham, figlio della moglie dell'autore della saga nonché responsabile creativo ed artistico della fondazione C.S. Lewis e della C.S. Lewis Company. Dopo il notevole successo de Il leone, la strega e l'armadio, Gresham si è immediatamente attivato per trasformare anche il secondo capitolo "di un sogno durato tutta la vita" in un film che potesse ricreare il regno di Narnia e ottenere gli stessi risultati. È ancora una volta Andrew Adamson (già regista di Shrek uno, due e tre) ad assumersene la responsabilità, circondandosi dello stesso staff che lo aveva affiancato nel primo adattamento cinematografico. Gli sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely, i produttori Mark Johnson e Philip Steuer, lo scenografo Roger Ford, l'ideatrice dei costumi Isis Mussenden, nonché Georgie Henley, Skandar Keynes, Anna Popplewell e William Moseley, in altre parole i fratelli Lucy, Edmund, Susan e Peter Pevensie, tornano a far parte della squadra (vincente) di Adamson. E se il secondo capitolo si arricchisce di nuovi personaggi, non mancano le new entry nel cast che vanta, tra gli altri, i volti di Sergio Castellitto e Pierfrancesco Favino nei ruoli del cattivissimo Re Miraz e del suo braccio destro Lord Glozelle.
Facile sarebbe in questo caso giocare sulla confusione: politica dell'autore o dell'attore? Trattandosi di Michele Placido, 67 anni il prossimo 19 maggio, una cosa vale l'altra. Adesso ci interessa il regista: dal 1990, anno del suo esordio dietro la macchina da presa con Pummarò, spirito inquieto che attraversa i generi e gli stili, bulimico di storie, volti, idiomi, memorie che appartengono al suo vissuto personale, a quello della storia con la s maiuscola come nel caso del 68 di Il grande sogno (2009), alla sua esperienza di interprete (oltre 90 titoli all'attivo). Il Placido irruento e furioso che si prende anche un po' in giro nel Caimano di Nanni Moretti, dalla biografia frastagliata. Ex poliziotto nella Celere romana, poi attorgiovane di bellissime speranze, nome sempre più significativo a teatro e soprattutto al cinema, di nuovo in polizia ma questa volta sul piccolo schermo, commissario Cattani in La piovra, anno di grazia 1984, regia Damiano Damiani. Un successo internazionale senza precedenti per una produzione italiana. Continua »
Più vicino sei alla morte, più ti senti vivo". In queste parole recitate da Chris Hemsworth (James Hunt) si riassume tutto lo spirito dell'adrenalinico trailer di Rush, dramma d'azione diretto dal premio Oscar Ron Howard che racconta la storia vera di due rivali sportivi negli anni '70. Il film è incentrato infatti sulla rivalità tra il pilota austriaco Niki Lauda (interpretato da Daniel Brühl) e James Hunt (Hemsworth), due uomini determinati e vincenti in quell'epoca al punto massimo delle loro capacità. Un capitolo importante è riservato al grave incidente di Lauda sul circuito di Nürburgring nell'agosto del 1976. Solo sei settimane dopo l'incidente, l'austriaco tornò a guidare la sua Ferrari per competere ancora una volta contro Hunt, che, a bordo della McLaren, vinse la finale del campionato di Formula 1 per un punto di vantaggio. Nel cast del film, che uscirà nelle sale italiane il 12 settembre distribuito da 01 Distribution, c'è anche Pierfrancesco Favino nei panni di Clay Regazzoni, compagno di squadra di Lauda in Ferrari.
(Photo Credit: Jaap Buitendijk © Rush Films Limited / Egoli Tossell Film and Action Image)
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