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John HurtUn trasformista molto britishNome: John Vincent Hurt73 anni, 22 Gennaio 1940 (Acquario), Chesterfield (Gran Bretagna) |
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![]() È incredibile quanta parte della vita si spenda ad aspettare…
dal film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008)
John Hurt è Abner Ravenwood
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Un attore tipicamente britannico per riservatezza ed eleganza ma, con i suoi numerosissimi ruoli al cinema e a teatro, ha saputo discostarsi da questo stereotipo ed è diventato un attore di livello internazionale, con doti eccezionali di trasformismo.
Notizie dall'infanzia
Figlio di Phyllis Massey, ingegnere e attrice dilettante, e di Arnould Herbert Hurt, un matematico che divenne il vicario della chiesa di St. Stephen a Woodville nel South Derbyshire, John Hurt viene mandato alla scuola privata St. Michaels a Sevenoaks nel Kent all'età di otto anni. L'anno successivo decide di voler diventare un attore: il suo primo ruolo è la parte di una bambina nello spettacolo di Maurice Maeterlinck "L'Oiseau Bleu", in una recita scolastica. I suoi genitori però disapprovano questa scelta e gli consigliano di diventare un insegnante d'arte: a 17 anni infatti si iscrive alla Grimsby Art School dove studia arte. Nel 1959 vince una borsa di studio per un diploma da insegnante d'arte al Central St. Martins College di Holborn.
In fuga con il Golden Globe
All'inizio si dedica alla pittura e poi al teatro, frequentando l'Accademia d'arte drammatica di Londra e specializzandosi nella produzione letteraria di Shakespeare. Alla sua terza apparizione cinematografica è già nel cast di Un uomo per tutte le stagioni (1966) di Fred Zinneman, dramma storico vincitore di cinque premi Oscar. Dopodiché passa al leggero Alla ricerca di Gregory (1969), alla commedia d'avventure hustoniana La forca può attendere (1969) e, dopo aver affiancato Richard Attenborough in L'assassino di Rillington Place n. 10 (1970), è protagonista anche del fiabesco Il pifferaio di Hamelin (1972). Ruoli più o meno importanti che preparano la strada verso il successo di Fuga di mezzanotte (1977) di Alan Parker, film intenso e tagliente ambientato nell'orrore di un carcere turco, che lo premia con il Golden Globe come miglior attore non protagonista.
Mostri alieni e terreni
È nel cast dell'originale L'australiano (1978) di Jerzy Skolimowski, poi si imbarca sull'astronave vittima di un mostro di Alien (1979) di Ridley Scott. Ma l'interpretazione più sofferta è senza dubbio quella del deforme protagonista di The Elephant Man di David Lynch, dov'è un emarginato sociale dal cranio enorme, figura infelice per la quale ci sono volute 7 ore di trucco ogni giorno. Seguono personaggi e collaborazioni con registi fondamentali per la storia del cinema: diretto da Michael Cimino, è in I cancelli del cielo (1980), partecipa all'esilarante La pazza storia del mondo (1981) del comico Mel Brooks, è nell'ultimo film di Sam Peckinpah Osterman Weekend (1983) e non si vieta di far parte del mondo futuristico di Orwell 1984 (1984) di Michael Radford.
La "contessa" di Gus Van Sant
Rimane nella cara terra d'origine per lavorare con il regista Stephen Frears nel suo secondo lungometraggio Vendetta (1984) e poi passa alla televisione dove veste i panni di un narratore che racconta al suo cane storie leggendarie in Storyteller (il programma vince l'Emmy Award come migliore trasmissione per ragazzi). Prosegue la carriera con il drammatico Colpo di scena (1987) e sorprende il suo pubblico con un genere nuovo per le sue corde, e cioè l'horror di Frankenstein oltre le frontiere del tempo di Roger Corman. Poi si traveste da "contessa" nella commedia amara di Gus Van Sant Cowgirl - Il nuovo sesso (1993), a fianco di una strepitosa e imprevedibile Uma Thurman. Partecipa all'avventuroso Rob Roy (1995) di Michael Caton-Jones (regista con il quale aveva già lavorato in Scandal - Il caso Profumo), affiancando la memorabile coppia Liam Neeson e Jessica Lange, dopodiché fugge nella fantascienza di Contact (1997) di Robert Zemeckis.
Un talento che si esprime in tutti i generi cinematografici
Dopo il minore Amore e morte a Long Island, in coppia con il divo del teleschermo Jason Priestley, lo vediamo nel pessimo horror Lost Souls - La profezia (2000) e nell'opposto, per genere e risultati, Il mandolino del Capitano Corelli (2001) di John Madden. Partecipa al monumentale Harry Potter e la pietra filosofale (2001), con Christina Ricci è in Tripla identità (2002) e tempo dopo si sposta negli Stati Uniti per Hellboy (2004) di Guillermo Del Toro. Ma le implicazioni da paura e mistero non finiscono qui: è nel fantascientifico mondo dittatoriale di V per vendetta (2005), l'anno successivo diventa un vecchio paralizzato a letto da un ictus nella terrificante casa dispersa di Skeleton Key ed è la voce narrante dell'inquietante trama di Profumo - Storia di un assassino (dopo altre esperienze simili tra le quali ricordiamo quella della voce fuori campo dei due lavori di Lars Von Trier, Dogville e Manderlay). Inoltre è un prete cattolico in Shooting Dogs (2005), spicca nel cast tutto al femminile del sentimentale Boxes (2007), poi ritorna ai misteri irrisolti di Oxford Murders - Teorema di un delitto (2008) di Álex De La Iglesia.
Le incredibili storie di un interprete rocambolesco
Lo spirito avventuroso dell'attore si esplicita nel ritorno di Indiana Jones (Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo di Steven Spielberg) e nel seguito Hellboy 2: The Golden Army, sempre diretto da Guillermo Del Toro. Lo troviamo anche in Nuova Zelanda alle prese con Outlander (2008), film realizzato con un budget di 30 milioni di dollari e nell'indipendente lavoro The Limits of Control di Jim Jarmusch. Ma è anche nell'esordio dietro la macchina da presa dello scrittore Alessandro Baricco, Lezione 21, dove ha il ruolo del professore universitario Mondrian Kilroy, figura eccezionale e appassionata che rievoca la vita del compositore Beethoven. Tra il 2010 e il 2011 partecipa agli ultimi due capitoli della saga finale di Harry Potter ( Harry Potter e i doni della morte - Parte I e II), ma è anche nel cast del drammatico e surreale Melancholia dell'amico Von Trier. Sempre nel 2011 è nelle sale con l'epico Immortals 3D, nel quale interpreta la parte di Zeus.
Golden Globes 1981
Premio Oscar 1980
Golden Globes 1979
Premio Oscar 1978
Gli 007 svedesi piacciono, eccome, alla Mostra di Venezia. Accolto da un lungo applauso in sala stampa, il regista di Stoccolma Tomas Alfredson e il produttore Tim Bevan hanno portato oggi in concorso Tinker, Taylor, Soldier, Spy (in Italia a gennaio con il titolo La Talpa), che lo sceneggiatore Peter Straughan ha tratto dal romanzo capolavoro sul mondo delle spie di John Le Carré. Già adattato per il piccolo schermo nel 1979 in una miniserie in 7 puntate, La Talpa ha portato al Lido anche un cast di altissimo livello: Colin Firth, John Hurt, Benedict Cumberbatch, Mark Strong e Gary Oldman, che nel film di Alfredson veste i panni del personaggio interpretato trent’anni fa da Alec Guinness nella miniserie tv. «Se Guinness potesse vedere la prova d’attore di Oldman – ha detto il regista – sarebbe il primo a fargli una standing ovation». Continua »
«Forse questo film è una schifezza. O forse no. Comunque è abbastanza probabile che non valga la pena vederlo. E quindi? Adesso che facciamo? Parliamo de L'Uomo Ragno?». Lars Von Trier, eccentrico e provocatorio per contratto: impossibile prenderlo sul serio, persino nel serissimo contesto del Festival di Cannes. Il suo film Melancholia, immaginifica storia sulla fine del mondo presentata oggi in concorso e accolta in sala da qualche fischio e applausi, sarebbe bastato a fornire sufficiente materia di discussione. Ma la performance del maestro danese, celebre per la personalità complessa («autovenerativa», dice lui), oltre che per la sua fertile e controversa produzione artistica, raramente si conclude in sala: se l’anno scorso, in competizione con Antichrist, si ritenne personalmente offeso dai giornalisti «che hanno applaudito solo per gentilezza – disse – dopo aver sghignazzato tutto il tempo», quest’anno sul palcoscenico di Cannes ha scelto di polemizzare soprattutto con se stesso. Accanto a lui i suoi attori, Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Jesper Christensen, John Hurt, Stellan Skarsgård, vinti dalla personalità dell’istrionico regista e serenamente disposti ad assecondarlo: uno come Von Trier, del resto, non si può certo arginare.
LARS VON TRIER
Perché un film sulla fine del mondo?
Von Trier: Per me non è esattamente un film sulla fine del mondo ma una riflessione su uno stato mentale, quello della malinconia, che conosco benissimo. Non ho tanto da dire su questo film. Sono felice di essere qui e sono felice che Melancholia non arrivi sugli schermi del pianeta Terra prima di un mese.
Perché questo titolo, Melancholia?
Perché è una bella parola, anche se abusata. Il sentimento della malinconia pervade le arti, e nel mio film è molto presente. L’idea di Melancholia è venuta da là, dal titolo.
Altre fonti di ispirazione?
Mi sono ispirato ai dipinti classici, agli artisti tedeschi e preraffaelliti. E anche ad Antonioni, a Bergman e Tarkovski. Piango sempre, quando vedo i film di Tarkovski. Però a me adesso piacerebbe parlare del mio prossimo film, si può?
Come sarà il suo prossimo film?
Kirsten Dunst mi ha convinto a fare un porno: in Melancholia ho ripreso la sua vagina, ma non le basta. Ha detto di sentirsi pronta per il nudo e di voler fare di più. Ne vuole sempre di più. Vuole un vero film hardcore, farò del mio meglio per accontentarla.
Pensa di trovare altre attrici per il suo porno?
Figuriamoci, ma certo. Siamo già al lavoro sul soggetto: io voglio i dialoghi, ma alle mie attrici non gliene frega niente. Vogliono solo sesso. Vi prometto che il mio prossimo film durerà 4 ore. Sarà un film a capitoli, posso già rivelare il nome del primo: "East/West Church".
Tornando a Melancholia, può raccontare come ha lavorato sulla luce?
L’unico consiglio che mi ha dato il mio direttore della fotografia è stato quello di non fare l’errore tipico dei registi di mezza età, che ingaggiano donne sempre più giovani e sempre più nude. L’ho mandato a quel paese, io faccio quello che voglio. Mi sento un uomo libero, soprattutto da quando ho smesso di bere e mi sono dato alla lettura. Sono diventato più noioso ma mi sento bene, anche se filosoficamente sono contrario al non bere.
Si parlava della luce...
La luce divina è qualcosa di molto importante, ma la luce in generale è importante, perché è il cuore del cinema. Per questo quando guardo Tarkovski piango, perché per me è come avere a che fare con lo Spirito Santo. Sono un uomo molto sensibile alla sofferenza e al senso di colpa cattolico, per quanto ci sia in me anche un lato più leggero che di tanto in tanto, con film come Melancholia, riesco a far emergere.
Melancholia parla della fine del mondo: le sembra un tema leggero?
A me non pare così terribile pensare al fatto che il pianeta muoia. Tutti dobbiamo morire prima o poi. Per me in un certo senso Melancholia è una commedia: se avessi voluto farne una tragedia, vi sareste spaventati.
Perché ha scelto di cominciare il film con la fine del mondo?
Si dice che i film si guardano per sapere come andranno a finire, ma secondo me non è così: sappiamo che James Bond rimarrà vivo alla fine, eppure le sue avventure sono sempre emozionanti. Ho voluto essere chiaro sin dall’inizio: quando vedi Melancholia sai come finisce, almeno non ti illudi.
È soddisfatto del risultato? Che effetto le fa rivedere il suo film a Cannes?
Forse tutta quella musica di Wagner era esagerata, ci siamo fatti prendere la mano e il film è diventato troppo romantico. Quando ho visto i primi fotogrammi, ho pensato che questo film fa veramente schifo. Spero di no.
La sua vita privata influenza la sua ricerca stilistica?
Non lo so. L’unica cosa che posso dire è che per tanto tempo ho pensato di essere ebreo e ne ero molto felice, ma da quando è arrivata Susanne Bier ho perso tutta l’allegria. Ho scoperto recentemente di avere origini tedesche, nella mia famiglia ci sono anche dei nazisti. Noi nazisti in effetti abbiamo una certa tendenza alla megalomania.
KIRSTEN DUNST e CHARLOTTE GAINSBOURG
Cosa vi ha spinte a lavorare con Von Trier?
Kirsten Dunst: Per me Lars è l’unico regista capace di scrivere grandi film per donne, ruoli magari complicati ma unici: la cosa più interessante del mio personaggio è che mentre il mondo sta per finire, lei diventa più forte. A volte i depressi nelle situazioni tragiche tirano fuori una forza inaspettata.
Charlotte Gainsbourg: Rispetto ad Antichrist è stata un’esperienza molto diversa. Non ho l’impressione che ci affidi ruoli particolarmente “da donna”: in Antichrist io interpretavo lui, e in Melancholia è toccato a Kirsten.
Umanamente come avete interagito con Von Trier?
Dunst: Il fatto che Lars si presenti in maniera un po’ bizzarra non mi ha impedito di trovare in lui anche un grande amico.
Gainsbourg: Il problema è che Lars non risponde mai a nessuna delle mie domande sulla sceneggiatura, quindi ho lavorato all’oscuro di tutto. Devo dire che mi è piaciuto.
Com’è stato il lavoro sul set?
Dunst: Lars crea sul set una grande intimità, che rende gli attori emotivamente disponibili. Il processo delle riprese è molto creativo, giriamo anche scene di cinque minuti. C’è totale libertà sulla scena.
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