| Titolo originale | Illusions Perdues |
| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 144 minuti |
| Regia di | Xavier Giannoli |
| Attori | Benjamin Voisin, Cécile De France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Salomé Dewaels Jeanne Balibar, Gérard Depardieu, Louis-Do de Lencquesaing, Alexis Barbosa, Marie Cornillon, Jean-François Stévenin. |
| Uscita | giovedì 30 dicembre 2021 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,71 su 31 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 23 dicembre 2021
Un giovane provinciale deve fare i conti con le sue ambizioni che vede infrangersi contro la spietata società parigina. Il film ha ottenuto 13 candidature e vinto 7 Cesar, 5 candidature e vinto un premio ai Lumiere Awards, 1 candidatura a Goya, In Italia al Box Office Illusioni Perdute ha incassato 352 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Lucien Chardon, de Rubempré da parte di madre, si sogna scrittore nella campagna di Angoulême. A incoraggiare i suoi versi e la sua ambizione è Madame de Bargeton, sposata a un uomo molto ricco e troppo vecchio per lei. Lui scrive poesie per elle, lei è sedotta dalla poesia. Lo scandalo provocato dalla loro relazione, lo spinge a lasciare la provincia per Parigi e la fama letteraria. Ma la capitale non fa sconti a Lucien, che passa dalle braccia di Madame de Bargeton a quelle di Coralie, attrice plebea a cui si consacra. A cambiargli la vita sarà l'incontro con Étienne Lousteau, redattore corrotto e corruttore di una piccola gazzetta di successo, che lo inizia al mestiere: fare il bello e il cattivo tempo sul mondo del teatro e dell'editoria. Fresco nel suo stupore, Lucien impara presto 'la commedia umana' e supera il maestro in perfidia. A colpi di penna abbatte l'aristocrazia che lo ha rifiutato e gli nega il titolo nobiliare che vorrebbe dannatamente riprendersi. A sue spese imparerà che tutto si compra e tutto si vende, la letteratura come la stampa, la politica come i sentimenti, la reputazione come l'anima.
Ogni generazione ha le sue illusioni perdute. Xavier Giannoli ha messo in scena le sue, facendo esplodere sullo schermo l'incredibile modernità di un classico.
Opera capitale dentro un'opera monumentale, "Illusioni perdute" è il vertice e il cuore battente de "La Commedia umana", manifesto balzachiano per eccellenza. Giannoli si è gettato sul romanzo di Honoré de Balzac come ci si getta sul ring, con la volontà di combattere, di sperimentare e di comprendere cosa ne è dell'ambizione nella Francia divisa tra la provincia e Parigi, sedotta dal successo e dal denaro. Cosa ne è della stampa oggi con la moltiplicazione dei titoli e dei supporti, l'invenzione di format e di rubriche, la diversificazione dei lettori potenziali. Perché non c'è rivoluzione senza crisi e perché certe rivoluzioni 'ritornano' ai fondamentali della stampa: il giornalismo partecipativo, il dialogismo, la conversazione, lo spazio social, il romanzo sociale.
Due secoli dopo, l'opera mostro di Balzac parla della nostra epoca. La Francia del 1820, che cercava di dimenticare la Rivoluzione e le guerre imperiali riempiendo i teatri, dialoga con quella contemporanea. Le parole di Balzac raccontano di oligarchie finanziarie, di compromessi tra politica e stampa, di banchieri al governo...
Classico nella forma, moderno sul fondo, Illusions perdues è abitato da un cast solido. Benjamin Voisin, Cécile de France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar, Gérard Depardieu, André Marcon, Louis-Do de Lencquesaing, Jean-Francois Stévenin donano al film lo slancio di un racconto accessibile a tutti. Fuori intanto Parigi brucia quello che non incensa, secondo l'umore del momento e con la complicità della stampa.
Sappiamo tutto il male che Balzac pensava dei giornali. Maltrattato da gens de sac e di piuma, raccolta in piccoli cenacoli ciarlieri e rivali che pubblicavano fogli effimeri e sovente ricattatori, lo scrittore aveva riservato a questa nascente corporazione un risentimento profondo. Non sorprende che l'acredine di Balzac faccia ancora centro, riattivando la sfiducia sempre attuale nella stampa.
Ma Balzac è altrimenti la più fiammante incarnazione dello scrittore-giornalista, della tensione della parola tra scrittura periodica, dentro al flusso dell'attualità, e volontà di creare un'opera finzionale che resista al tempo e passi alla Storia. Una contraddizione che l'autore francese mutò in ricchezza.
Balzac non si accontentò mai di essere un volgare "mercante di frasi", accompagnando le mutazioni dell'insorgente era mediatica, partecipando alla rivoluzione del romanzo d'appendice e dirigendo due giornali. Si spiega così l'empatia per Lousteau, piccola star dei media, specializzata nelle bons mots e nelle formule che uccidono, o per Dauriat, editore senza cultura che non legge, non scrive ma sa far di conto. Balzac non era certo un polemista, dietro al sarcasmo o al gusto della battuta, le sue pagine creano mondi ossessionati dal fantastico sociale e dall'alchimia delle relazioni umane. Da quella palude di fango, sangue e brame emerge personaggi come Étienne Lousteau, diavoli immorali e irresistibili.
Giannoli, da par suo, non è populista. Il giornalismo critico ("Il giornale considera vero tutto quello che è probabile"), al suo debutto nel XIX secolo, non si fai mai argomento demagogico ma rivelatore di una meccanica essenziale nell'ascesa e poi nella caduta di Lucien. Il Lucien febbrile di Benjamin Voisin è un ragazzo del nostro secolo che cerca il suo posto nel mondo, vuole avere successo e si domanda come soddisfare la sua ambizione senza compromettersi.
Giannoli sembra scartare le allusioni troppo datate a favore di un crinale che leghi passato e presente, denaro e potere, lealtà e tradimento. Il volto bello e levigato del suo eroe, che naviga a vista tra aristocrazia e circoli artistici, si sgualcisce progressivamente, il candore si sporca lungo i marciapiedi fangosi della capitale. In una scena all'Opera, Giannoli (di)mostra come si può essere brillanti in provincia ma insignificanti a Parigi, dove la strada per pubblicare un libro volge in via crucis. Per riuscire e far progredire il sogno, bisogna essere acrobati, destreggiarsi tra gli interessi delle parti. La regola del gioco è crudele, l'illusione mortale.
Lucien è costantemente preso in trappola, senza cinismo e nemmeno romanticismo da parte di Giannoli, che filma sempre alla giusta distanza, lasciando che quattro generazioni di attori francesi si confrontino sullo schermo e intorno a un apprendistato letterario. Formidabilmente efficaci, accompagnano e provocano Benjamin Voisin. 'Debuttante' come il suo personaggio, conosce ancora poco le cose del mondo. Ventidue anni, faccia d'angelo, tutto jeu e fiamme, è una primavera che si scontra contro i mille inverni di Depardieu (Dauriat), è il cinema francese di domani che inciampa sul carisma indolente e scaltro di Lacoste (Étienne Lousteau), soltanto un poco più grande ma già 'grande'.
Primizia inquieta, Voisin attraversa il film in stato di allerta mentre attorno esplode una sarabanda chiassosa, una coreografia di iniziazione convulsa e abbagliante che i compagni di gioco spingono all'acme. Battezzati a suon di Champagne, personaggio e attore comprendono presto che il loro mestiere non è una prova di velocità ma una gara di resistenza. E raramente si vince. Coralie, l'attrice pop che sognava Racine, riceverà uova marce, Lucien, che ha scommesso i suoi ultimi franchi sul successo dell'amata, perderà tutto.
Gettato nella fossa dei 'giornalisti', Lucien Chardon è al centro di un processo tragico di disillusione e di un romanzo di formazione in cui non apprende niente, votato com'è alle emozioni. Giannoli adatta il 'primo romanzo totale' e disegna un affresco sociale dominato dalla parabola dell'enfant perdu: un angelo caduto dalla seduzione inalterabile, una preda facile nel ventre di Parigi. Lucien non sarà mai Rastignac e nemmeno il suo creatore, grand homme della provincia a Parigi che fece del borghese Honoré Balssa (originario di Tours) Honoré de Balzac. Così va la commedia umana, nel suo splendore e nella sua miseria.
È la trasposizione cinematografica dell'omonimo capolavoro di Honore' de Balzac. Xavier Giannoli dirige il suo film basandosi soprattutto su una messa in scena molto accurata, dove spicca la bellezza dei costumi, l'uso appropriato delle luci che tendono al giallo e, in generale, un ambientazione che si adatta molto bene alla ricostruzione del periodo della Restaurazione.
“Non posso demolire questo libro: ha forza, ha emozione, è sincero”, dice il protagonista di Illusioni perdute (ora al cinema), giornalista giovane, talentuoso, nella Parigi del primo Ottocento. Nei suoi piani, e in quelli del suo giornale, quel libro avrebbe dovuto stroncarlo. E qui inizia un dialogo meraviglioso, per amarezza, per cinismo, per chirurgica esattezza. Un dialogo fra il giovane giornalista interpretato da Benjamin Voisin e il suo collega, appena più grande, ma già laureato all’università del cinismo, interpretato da Vincent Lacoste, bravissimo.
“É sempre questione di punti di vista”, dice all’amico idealista. “Se una frase è tanto bella da sembrare Corneille, ‘probabilmente gli è stata rubata’. Un libro è commovente? Lo definirai sentimentale. È classico? Allora è ‘accademico’. È divertente? Sarà ‘superficiale’. È intelligente? Scrivi ‘pretenzioso’. Se è ben strutturato, è ‘prevedibile’. E se proprio non c’è altro, ci si può appellare alla lunghezza: tutto è sempre troppo lungo!”. I due ridono, liberati dall’obbligo della verità.
In questo dialogo c’è tutta la scintillante crudeltà, c’è tutta la lucidità di sguardo di Illusioni perdute, il film che Xavier Giannoli ha tratto dalla decima delle “Scene di vita di provincia” di Honoré de Balzac, parte della sua “Commedia umana”. Ed è anche, questa scena, un manuale sul giornalismo, sulla critica.
“Un romanzo è controllato? Manca di fantasia. Al contrario, è fantasioso? La fantasia è incoerenza!” esclama, trionfante, Etienne Lousteau. Non c’è gesto artistico che non possa essere attaccato, irriso, crocifisso. Come oggi sui social. E anche nel giornalismo. Balzac, nel 1837, secerneva veleno contro i giornalisti di allora. Quasi duecento anni dopo, non è cambiato niente. E colpisce ancora più, la sua amarezza, dato che Balzac il giornalismo lo conosceva bene: era lui stesso giornalista, ed era quello il mestiere che dava da mangiare. Ma aveva capito. Aveva capito che il giornalismo, e la critica, sono un’allegoria del mondo. E che il mondo segue delle ragioni che la ragione non conosce. “Nel nome della malafede e della notizia infondata, io ti battezzo giornalista!” annuncia il direttore a Benjamin Voisin.
Come Barry Lyndon di Stanley Kubrick, ambientato alcuni decenni prima – Barry Lyndon è ambientato nella seconda metà del Settecento, Illusioni perdute negli anni Venti dell’Ottocento – questo film è la storia di qualcuno che cerca di entrare nei salotti buoni, venendo dalla provincia, contando solo sulla sua forza. Che si fa strada con la penna, dove l’altro con la spada, in duelli non meno crudeli. Ma che, alla fine, scopre che quell’aristocrazia non lo considererà mai uno dei loro.
Allegoria sul giornalismo, allegoria sul presente. Su come, oggi come ieri, tutto si compri, tutto sia in vendita. Una buona recensione su un giornale; i fiori, gli applausi e i “bravò!” alla prima a teatro, forse persino un titolo nobiliare.
Inizi a guardare Illusioni perdute, e pensi: costumi ottocenteschi, cittadine di provincia, parole vergate sulla carta con la penna d’oca che fa criiik, voce fuori campo onnipresente. “Ecco, sono finito in un polpettone in costume”, pensi. Una cosa da serialità televisiva. E invece no. Piano piano vieni travolto da questo film fiume di due ore e mezza, dalle sue acque limacciose, cadi in un girone dantesco di cinismo, spregiudicatezza, e purezza violata. E capisci che il film ha la lucidità di sguardo, la nitidezza del grande cinema d’autore.
La nostra epoca, si sa, non è gentile con la critica, che sia essa letteraria o cinematografica o di qualunque altro tipo. Decentralizzato, delegittimato e anche un po’ desolato, il sistema culturale globale ha sgonfiato l’ideale ottocentesco dell’autorevolezza intellettuale. Tanto l'abbiamo commiserata da rendere il dibattito stantio, ed è proprio per questo che ci serve l’iniezione vitale e sferzante di Illusioni perdute, film di Xavier Giannoli in uscita il 30 dicembre.
Il regista francese torna alla fonte realista e disincantata di Honoré de Balzac adattando la storia del giovane poeta di provincia Lucien Chardon, affamato d’arte e di nobiltà, che nella fervente e spietata arena editoriale di Parigi si ritrova giornalista al soldo di un complesso mercato editoriale. È la Francia di Balzac degli inizi dell’ottocento, quella post-rivoluzionaria in cui la borghesia la fa da padrone, senza che nulla possa metterne in scacco l’improvvisa bramosia di potere e soprattutto di ricchezza.
Nella prosa seriale e vibrante di Illusioni perdute, Lucien incontra e poi diventa egli stesso autore, giornalista, editore. Tutti ruoli che Balzac conosceva bene, avendo avuto esperienza personale di ognuno di essi e avendo sperimentato gli eccessi di un “sistema” in cui le lettere non dovevano semplicemente sottostare alle leggi del commercio, com’è anche oggi, ma da esse discendevano come ultimo degli accessori. Recensioni, articoli e romanzi interi pesati a parole, assegnati a breve scadenza dai creditori, barattati come merce di scambio. Parole che donano e tolgono potere (nel romanzo come nel film, è caccia aperta alla reputazione e al successo artistico dei propri rivali, che si possono affondare sulla carta o perfino a teatro manipolando gli applausi), ma che restano più che mai una risorsa da tramutare in denaro.
Calibrato alla perfezione per il grande pubblico, al quale deve fornire un’introduzione all’epoca oltre che una parabola narrativa di dimensioni epiche, il film dona un’enfasi sensazionalistica e quasi febbrile all’universo di Balzac, che non perdeva mai di vista il centro morale delle sue storie pur documentandone in modo analitico e ultra-dettagliato le storture societarie (del resto questo particolare ambiente sarà pochi anni dopo oggetto ancor più approfondito della sua “Monografia della stampa parigina”).
In un mondo in cui i quotidiani “prendono per vero tutto ciò che è probabile”, i giornalisti diventano acrobati della prostituzione e offrono un’iperbole grottesca dei dilemmi contemporanei, in cui il pubblico non legge, la stampa si estingue, e il consenso si traccia con i big data. Il senso di fastidio - tutto autobiografico - con cui Balzac descrive il circo mediatico dell’epoca (esplicitamente paragonato a un inferno dantesco pur mentre gli viene riconosciuta una certa “esuberanza di spirito”) trova un riflesso catartico e forse perverso quando viene rielaborato sul grande schermo da un film come quello di Giannoli nel 2021.
Ecco allora che le vicende del giovane Lucien (e con lui dello spietato giornalista Étienne Lousteau, dell’autore rivale Raoul Nathan e dell’editore Dauriat) si fanno tragedia esemplare, non soltanto per l’entusiasmo di un ragazzo di provincia che viene corrotto dalle menzogne e dai tradimenti di Parigi, ma anche per la poesia che lui stesso rappresenta: portatrice di un’eredità culturale gloriosa ma ormai superflua in un assetto economico che necessita solo di prosa - possibilmente breve, maledetta e subito.
È un giovane attore dall’aspetto ancora fanciullesco a portare sulle spalle un film storico di due ore e trenta. Xavier Giannoli adatta Balzac e affida a Benjamin Voisin uno dei personaggi più emblematici della letteratura, Lucien de Rubempré. Piccolo poeta, cullato dalla speranza di diventare un giorno un grande scrittore, lascia la provincia per tentare la sua chance nella Parigi del XIX secolo. Benjamin Voisin, prodigiosa apparizione nell’estate vintage di François Ozon, non si tira indietro e accetta la sfida.
Se Illusioni perdute elude le rigidità del film in costume lo deve principalmente al suo interprete e a un parterre di attori imperiali al servizio di un terrificante teatro della crudeltà. Gérard Depardieu, Jean-François Stévenin (nel suo ultimo ruolo), André Marcon, Jeanne Balibar, Cécile de France, Salomé Dewaels, Xavier Dolan, Louis-Do de Lencquesaing, Vincent Lacoste fanno corona a un apprendistato senza sconti dentro un film di impressionante densità narrativa, cadenzato da brani di musica classica che ancorano il racconto alla sua epoca. Tra Bach e Rameau ‘risuona’ come un’evidenza il protagonista, sempre in campo, innocente e candido, esuberante e agile nel servire l’evoluzione di una giovane artista verso lo status di antieroe.
Illusioni perdute è un’opera risolutamente moderna, di cui il regista esplicita le ombre mettendo in scena con evidente giubilo la corruzione esercitata dal capitale sull’idealismo ingenuo di Lucien. Guidato da Étienne Lousteau nei corridoi di un mondo che giura sul profitto e sulla finzione, Lucien si fa presto “mercante di frasi e trafficante di parole”, fino a perdere la sua integrità e il suo avvenire. Mentore, prima di diventare antagonista acerrimo, Lousteau è incarnato da Vincent Lacoste, appena più grande di Voisin ma con già trenta film all’attivo e numerose proposte declinate alle spalle. Perché Lacoste è l’attore più richiesto della sua generazione, il cinema gli è piombato addosso all’improvviso e ha imparato presto a gestirne i capricci, preferendo lavorare in un film di Christophe Honoré che in una commedia popolare per cui sarebbe senza dubbio pagato meglio. La scaltrezza e la sensibilità cinéphile, che riposano sulla nonchalance e l’allure lunare della sua silhouette, gli hanno permesso di sopravvivere ancora adolescente nell’industria cinematografica, rendendolo perfetto nel ruolo dell’astuto e diabolico Lousteau, che ci rivela con letizia gli arcani del giornalismo nascente.
In coppia, Voisin e Lacoste fanno scintille, più complici che rivali, oscillando tra umorismo e tradimento. Ma la chimica è alta ed evidente con tutti gli attori in campo perché Benjamin Voisin ha una freschezza che anima i compagni della commedia umana balzacienne, li provoca, li scuote. Che si tratti del triangolo sentimentale con Cécile de France e Salomé Dewaels, che dona al film tutto il suo romanticismo, o degli scambi ruvidi con Gérard Depardieu, che tuona come un temporale nei panni dell’editore Dauriat, il giovane interprete rivela un istinto animale dietro la faccia d’angelo.
Con buona pace dei puristi, Giannoli modifica, trasferisce, introduce o elimina nomi, un’idea luminosa di distribuzione dei ruoli che riattualizza i propositi di cui i personaggi sono portatori, lasciando immutato l’essenziale. L’idea più brillante è quella di affidare a Xavier Dolan il personaggio immaginario di Nathan Anastasio, il protégé dell’editore illetterato di Depardieu. L’autore sceglie per il ruolo un’icona della sua epoca ma anche un attore e un regista di un’intensità quasi intollerabile che dona una vibrazione supplementare al personaggio. Condensando due caratteri, il giornalista Raoul Nathan e lo scrittore Daniel d’Arthez, Nathan Anastasio incarna la virtù e la coscienza di Lucien, assolvendo anche il ruolo di narratore onnisciente attraverso una voce off onnipresente.
Per Marcel Proust “Illusioni perdute” era il capolavoro nel capolavoro, il punto più alto della “Comédie humaine” in cui Honoré de Balzac ha scandagliato i turbamenti, le inquietudini e le storture dell’animo umano. La parabola in tre volumi di Lucien sussume tutti i temi cari al romanziere francese e li colloca in un’epoca di fondamentale transizione storica: quella della Restaurazione post-napoleonica, in cui l’ancien régime si riappropria degli antichi privilegi e gira all’indietro le lancette dell’orologio della Storia. Lucien Chardon, figlio di un farmacista che nasconde le proprie origini sotto il cognome della madre nobile, de Rubempré, è un giovane provinciale, ambizioso e ingenuo, amante della Marchesa de Bargeton e poeta, smanioso di essere accolto nell’alta società dell’aristocrazia.
L’affresco maestoso di Xavier Giannoli esalta i rimandi alla contemporaneità del romanzo, ma mantiene un linguaggio classico che si avvale della colonna sonora per contestualizzare e rafforzare i passaggi narrativi e i saliscendi della parabola di Lucien. Vivaldi, Schubert, Bach e Rossini, tra gli altri, accompagnano le gesta del giovane dalla campagna alla città. Il film ha inizio con il Concerto per 2 violoncelli e archi RV 523 di Vivaldi, introducendo la realtà decentrata in cui il protagonista, pieno di speranze, si affida alla Marchesa per cercare una affermazione letteraria.
Il preludio al terzo atto di Hippolyte et Aricie di Jean-Philippe Rameau, con i suoi bassi e i suoi ottoni, diviene il contraltare ideale per l’ambiziosa marcia verso il successo di Lucien de Rubempré, disposto a tutto, anche a rinnegare il cognome paterno per poter aspirare ai privilegi di un ceto sociale superiore. Lucien cerca riscatto e sembra trovarlo tra le pagine di giornali anti-governativi, come Satan, e nel mondo dello spettacolo. L’amore per la giovane Coralie, attrice squattrinata e animo candido e sincero, è accompagnato dalle note del 4° movimento per quartetto d’archi di Guillaume Lekeu, intitolato Romance. Intenso e malinconico, quasi a presagire l’amarezza che seguirà alla gioia del momento.
I primi passi di Lucien nel grand monde della mondanità parigina trovano riscontro ideale nella Polonaise per violoncello e orchestra D 580 di Schubert. Un’immersione nel piacere della notorietà e della dissolutezza, guidata da consigli di lingue biforcute e melliflue. Il Canto del cigno, la serenata di Schubert, suona come un ulteriore presagio del destino che attende Lucien, dopo aver sceso la china. Schubert diviene uno dei legami invisibili tra il film di Giannoli e l’opera di Stanley Kubrick a cui è stato accostato, Barry Lyndon, che aveva nel compositore tedesco un costante contrappunto. Là si raccontava una scalata sociale nel Settecento prima della Rivoluzione, in Illusioni perdute il tentativo, ancor più anacronistico e disperato, di compiere analoga impresa nell’Ottocento della Restaurazione.
La Parigi di Balzac non ha pietà per i parvenus, i meno fortunati e mal raccomandati, ancor più – ma con molte somiglianze – di quanto avviene oggi. Un mondo di selvaggi vestiti alla moda e istruiti, come quello che emerge dalla Danza dei Selvaggi di Jean-Philippe Rameau, estratto da Les Indes Galantes. Trionfali ma inquietanti, gli archi sembrano preludere alla crudeltà dei “selvaggi” che popolano un mondo di ipocrisia imbellettata, senza pietà né amore. Lucien de Rubempré si reca al gran ballo per assaporare il proprio riscatto e pascersi di illusioni, ostentando il raggiungimento del suo nuovo status sociale sulle note di Johann Strauss e del Valzer Wiener Bonbons.
Johann Strauss diviene così la colonna sonora dell’affermazione di Lucien nell’alta società, o dell’illusione della stessa. Il ballo è il momento in cui i limiti vengono sfiorati o violati, in cui la ricerca del migliore aspetto e portamento si traduce in esibizione e conquista. Lucien danza con Strauss e crede di avere il mondo ai suoi piedi, come un bambino in una fabbrica di caramelle prima dell’indigestione.
A concludere il film e a sancire il crollo delle speranze di Lucien, destinato a tornare in provincia indebitato e screditato, è la Sonata in tre parti di Henry Purcell, un adagio dai toni funesti che avvolge di tristezza la discesa del sipario sul nostro protagonista.
"Illusioni perdute" è uno dei grandi classici dell’ottocento firmato da Honoré de Balzac. Un testo che ha dettato cultura e sentimento. Attraverso il suo protagonista Lucien Chardon, giovane ambizioso, affascinante, col talento della scrittura, che ritiene che la provincia gli stia troppo stretta. Raggiunge Parigi ed entra in quella società. Ma sempre da “straniero”, e non basta il talento e il merito. Là ci sono altre regole. Ci sono tribù e salotti, invidie e donne pericolose. E, costante, c’è il problema del denaro. Lucien ha approcci che tutto promettono, ma, impietose, le illusioni finiscono per perdersi. Xavier Giannoli, ne ha fatto un film, pregevole: Illusioni perdute (dal 30 dicembre al cinema). Il regista francese ha eseguito, correttamente, tenendo le giuste misure, gestendo al meglio la regola dell’evoluzione temporale. Chardon può benissimo essere un ragazzo dotato che cerca di realizzare sé stesso. Può vivere in ambienti e in epoche che corrono e ricorrono. E dove tutto è complesso, dove se sei onesto devi accettare compromessi pesanti, e se hai buone idee non trovi il contesto per esprimerle. E comunque il potere è altrove, e non riesci a scalfirlo. Perché i mediocri si uniscono e formano un cordone, nel quale non ti lasciano entrare. Chardon è un carattere eterno.
Illusioni perdute. Balzac le scrisse in forma di trilogia fra il 1837 e il 1843. Il racconto segue Lucien Chardon dalla giovinezza fino al suo ritorno finale, prostrato, al suo villaggio. Come detto, divenne un’opera che di grande successo.
Abbiamo un riferimento importante in questo senso. Alessandro Manzoni, che, molto attento alla cultura francese – aveva vissuto a Parigi molti anni- lesse quei testi e li apprezzò. E così accolse con piacere la notizia che Honoré de Balzac sarebbe venuto a casa sua in via Morone. Ma l’incontro fu deludente. Balzac non gli piacque. Anche perché dichiarò, ingenuamente, di non aver letto "I promessi sposi". Ruggero Bonghi, che si può definire un cronista di allora, scrive di quell’incontro. “Balzac andò a far visita al Manzoni e gli disse parecchie cose insulse. Gli voleva dare di sé un gran concetto. Parlò sempre lui. Manzoni fece in modo che l’incontro fosse di breve durata".
Balzac mi offre l’occasione per allargare l’argomento “scuola francese di letteratura” straordinaria, dominante nell’Ottocento. Lucien Chardon non è l’unico modello, espresso dagli scrittori di quella stagione, che abbia contribuito alla formazione delle generazioni. Ritengo che sia opportuna, e dovuta, una retrospettiva.
Partendo dai personaggi protagonisti dei romanzi. E dalle loro indicazioni.
René (René, 1802, di François-René de Chateaubriand) è la vocazione a nuovi orizzonti, raggiungibili attraverso la “fuga”.
Fabrizio del Dongo (La Certosa di Parma, 1839, di Stendhal): lo spirito romantico, idealista, di colui che vuole cambiare le cose.
Edmond Dantès (Il conte di Montecristo 1845, di Alexandre Dumas padre): la grande vendetta, inutile, che alla fine lascia l’animo vuoto.
Armand Duval (La signora delle camelie 1848, di Alexandre Dumas figlio). L’amore con devozione e pietà. Incrollabili.
Rafhael (Raphael,1849, di Alfonse de Lamartine): l’esperienza cosmopolita per conoscere uomini e culture.
Jean Valjean (I Miserabili,1862, di Victor Hugo) il forzato evaso che si riscatta diventando benefattore dell’umanità.
Frédéric Moreau (L’educazione sentimentale, 1869, di Gustave Flaubert): il giovane ambizioso –come Chardon- che sogna intense passioni e grandi successi. E si affida a cattivi maestri. Fallimento.
In sintesi estrema, stando a quelle brevi didascalie, -il solito problema di spazio- credo emerga un’antologia di comportamento dettata da grandi maestri, Hugo, Flaubert, i Dumas e tutti gli altri, giganti inventori. Lucien Chardon, di Illusioni perdute, è stato lo spunto per evocare quei modelli, quegli esempi nei quali possiamo riconoscerci tutti noi. Anche adesso.
E c’è un altro auspicio. Che il film di Xavier Giannoli, esemplare e intenso, e il testo da cui è tratto, possano indurre a (ri)frequentare quei libri. Sarebbe, in questa brutta epoca un deterrente utile. E ci arricchirebbe.
Dietro la storia del giovane poeta Lucien - che sbarca dalla provincia nella Parigi ottocentesca, mondo di finzioni e opportunismi in cui quella del profitto è la sola legge che conta -si intravede la genesi dello strapotere mediatico, la nostra attualità manipolata dall'istigazione all'opinionismo, dalle polemiche inventate ad arte, dalle fake news, dalla disinformazione intagliata come un'arma politica. [...] Vai alla recensione »