Voglio una vita esagerata
Il 1996 è l'anno in cui un devastante incendio distrusse il Teatro La Fenice a Venezia; l'anno che vide la Germania campione agli europei di calcio; il periodo nel quale, gli scienziati del Roslin Institute di Edimburgo diedero alla luce il primo mammifero frutto della clonazione: la pecora Dolly.
Tuttavia, il millenovecentonovantasei sarà anche ricordato per l'avvento del semi-sconosciuto regista britannico Danny Boyle, che scioccò le platee di mezzo globo con il suo invasato disturbing-movie, Trainspotting.
Nasce nella patria del britpop - Manchester – da una famiglia proletaria, fervente cattolica: il padre Frank annovera radici "irish", cosi come la madre originaria di Ballinasloe (Contea di Galway).
La passione per la Settima Arte scaturisce quando è ancora un teen-ager, affascinato da lungometraggi di culto quali Apocalypse Now.
Determinato a studiare cinematografia, Danny si iscrive al Thornliegh Salesian College di Bolton nel Lancashire, dopodiché frequenta l'University of Wales presso Bangor.
Non appena maggiorenne, il giovane comincia a lavorare nell'ambito del palcoscenico e, ventiquattro mesi più tardi, è già regista per la Joint Stock Theatre Company. Si trasferisce poi nella capitale del Regno Unito, dove diviene direttore artistico della London's Royal Court Theatre.
Dopo una parentesi televisiva contrassegnata da pellicole come Scout, The Hen House nonché la miniserie Mr. Wroe's Virgins, Boyle, nel 1994, debutta sul grande schermo con la brillante black comedy Piccoli omicidi tra amici.
La macabra vicenda di tre ragazzi alla prese con un cadavere ed una valigia piena zeppa di contanti segna il sodalizio con lo sceneggiatore John Hodge ma, anche quello con il pupillo Ewan McGregor.
L'attore scozzese viene investito da una sfacciata notorietà proprio grazie al nostro abile filmaker che lo vuole davanti alla macchina da presa, nell'allucinato Trainspotting: qui incarna lo squinternato tossicomane Mark Renton che con tutto il suo insano fanatismo ci guida, in veste di visionario cronista, nei meandri di una sfasata Edimburgo.
Diventato un vero e proprio fenomeno mediatico, l'opera ottiene svariati riconoscimenti, come la candidatura agli Academy Awards per il miglior soggetto non originale.
Nel 1997 il cult-director viene chiamato negli Stati Uniti per girare le disoneste avventure amorose della super coppia McGregor-Diaz, in Una vita esagerata.
Successivamente, Ewan propone a Danny di realizzare la trasposizione cinematografica del romanzo di Alex Garland, The Beach.
La produzione, però, scrittura Leonardo DiCaprio, senza nemmeno consultare il regista, che aveva già promesso il ruolo all'amico McGregor: fu allora che ebbe fine il connubio tra i due.
Sebbene la pellicola, come la precedente, non convince abbastanza pubblico e critica, rimane tutt'ora un vero e proprio classico per i viaggiatori "backpackers".
Nel 2002, Boyle dirige Cillian Murphy (suo nuovo prediletto) nel thriller apocalittico 28 giorni dopo: l'interprete irlandese è stato ingaggiato anche in Sunshine, ultima fatica del cineasta.
Nel claustrofobico fanta-horror, Danny si trova alla sua terza collaborazione con lo screenplayer Garland.
Il divo ha tre figli con la direttrice di casting Gail Stevens.
127 HoursRegia di Danny Boyle. Genere Drammatico, produzione , 2009. |
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