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Ultimo aggiornamento sabato 24 febbraio 2024
Argomenti: Killers of the Flower Moon e gli altri film sulla ricerca del petrolio
Nel 1920 una tribù di indiani viene massacrata. L'Fbi indaga e risolve uno dei casi più difficili della storia. Il film ha ottenuto 9 candidature a Premi Oscar, 1 candidatura a David di Donatello, 7 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 9 candidature a BAFTA, 3 candidature a People's Choice Awar, Il film è stato premiato a National Board, 12 candidature a Critics Choice Award, 3 candidature e vinto un premio ai SAG Awards, 1 candidatura a Writers Guild Awards, 1 candidatura a Directors Guild, 1 candidatura a CDG Awards, 1 candidatura a Producers Guild, a AFI Awards, 1 candidatura a ADG Awards, 2 candidature e vinto un premio ai NSFC Awards, In Italia al Box Office Killers of the Flower Moon ha incassato 5,2 milioni di euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Oklahoma, primi anni Venti. Ernest Burkhart ha combattuto in guerra e torna nella nativa Fairfax in cerca di fortuna. Suo zio William Hale gli ha promesso un lavoro all'interno della Nazione Indiana degli Osage, che sono diventati improvvisamente ricchi perché sul terreno "risarcito" loro dagli yankee - perché sembrava infruttuoso - è comparso il petrolio in grandi quantità. Su consiglio dello zio, Ernest sposa una donna nativo-americana, Molly, in parte perché spera di appropriarsi delle sue ricchezze, in parte perché ne è davvero innamorato.
Nella Nazione Indiana gli Osage si stanno ammalando e muoiono uno dietro l'altro di una strana "consunzione", o di quella malinconia che i conquistatori sono ben contenti di far loro affogare nell'alcool. Quelle morti sono strategiche e stanno avvenendo anche nella famiglia di Molly. E la cittadina di Fairfax è piena di disperati pronti a commettere omicidi, furti e rapine, sapendo che la legge chiuderà un occhio su chi prende di mira i "pellerossa".
Killers of the Flower Moon, ispirato al romanzo omonimo di David Grann, stana il peccato originale degli Stati Uniti: quella avidità e prepotenza di cui i pionieri si autoassolvono raccontandosi un mare di bugie.
In questo senso va alle radici profonde dell'ethos (o della mancanza di etica) dell'epopea di conquista, generatrice di quel comportamento criminale che avrebbe in seguito preso varie forme, dal gangsterismo alla mafia ai crimini dell'alta finanza. Ciò accomuna il film di Martin Scorsese, che ne è regista e sceneggiatore insieme ad Eric Roth, ad altre "origin story" come Il petroliere che espongono senza mezzi termini il cinismo opportunista dell'America, ma lo apparenta anche a Casinò, che raccontava il gioco d'azzardo come istituzionalizzazione dell'avidità. Ma per restare nel mondo di Scorsese Killers of the Flower Moon rimanda oltretutto al recente Silence, che raccontava un altro annientamento di una "civiltà" conquistatrice su una indigena.
Rispetto al best seller cui è ispirato, Killers of the Flower Moon cambia il protagonista: non più un agente di quel Bureau of Investigation che va ad indagare sulle morti in Oklahoma e che sarebbe diventato il nucleo fondante dell'FBI, ma Ernest Burkhart, che "ama i soldi quanto sua moglie" e che viene manipolato dallo zio per venalità e ignoranza, mantenendo una perversa misura di sincerità contenuta nel suo stesso nome ("Earnest" significa "onesto" o "autentico"). Se Burkhart è la faccia parzialmente inconsapevole del Male, William Hale è il Male che giustifica se stesso sulla base di quel senso di innata superiorità che gli fa considerare inevitabile l'eliminazione di una comunità diversa dalla propria. La sua cattiva coscienza è più evidente, e agghiacciante, nei momenti in cui dichiara di amare il popolo Osage e di volersi scusare per "i tanti problemi che vi abbiamo causato", così come è agghiacciante la spietatezza prosaica con cui dichiara che per gli indiani d'America "il tempo è passato", rendendoli di fatto dispensabili.
Killers of the Flower Moon è un grande affresco che, prendendo le mosse da una serie di delitti, si libera della detection per illuminare le dinamiche dietro i comportamenti criminali, e il lato oscuro dell'animo umano che li razionalizza come "affari". Ma il senso di impunità e di autolegittimazione non è solo quello dei protagonisti di questa storia: è quello che ha consentito ad ogni sistema di potere di fare il bello e il cattivo tempo ritenendosi dalla parte giusta della Storia, e nel caso specifico è una critica sostanziale del sistema nordamericano.
La regia di Scorsese incalza i personaggi mentre la fotografia di Rodrigo Prieto li illumina di una luce allo stesso tempo calda e crudele; il montaggio dell'immancabile Thelma Schoonmaker collega inevitabilmente cause a conseguenze e il commento musicale di Robbie Robertson incorpora le sonorità nativo americane anche nei momenti più rock.
Leonardo DiCaprio è un Ernest inquietante e patetico nella sua grettezza e insipienza, e il suo primo sguardo è quello di un reietto in cerca di riscatto, animato dal rancore per non essere mai stato ritenuto all'altezza; l'attrice nativo-americana Lily Gladstone è un'oasi di quiete all'interno della frenesia ingorda degli uomini (bianchi) che la circondano. Su tutti giganteggia Robert De Niro, che nel ruolo di Bill "il Re" Hale fa confluire tante sue caratterizzazioni precedenti, da Al Capone a Max Cady, regalandogli un'ambiguità diabolica e una bonomia terrificante nella sua totale mancanza di reale empatia. E l'accoppiata De Niro-DiCaprio, a 30 anni di distanza dalla loro apparizione insieme in Voglia di ricominciare, dà la dimensione di quanto cinema sia passato per le mani di questi due attori, spesso sotto la cinepresa di Scorsese.
Killers of the Flower Moon è la storia della prevaricazione di un popolo su un altro, inflitta con quel senso di titolarità che fa accettare tanto ai vincitori quanto ai vinti lo stato delle cose come movimento necessario della Storia. Ed è al modo in cui queste prevaricazioni sono state per molto tempo ignorate, o trasformate in una narrazione "crime" invece che in una presa di coscienza collettiva, che il film di Scorsese vuole rendere giustizia.
Il nuovo film di Martin Scorsese, tratto da un libro di non-fiction di David Grann su una serie di omicidi di nativi americani che, negli anni Venti, furono al centro di una grande indagine. Il film, che inizialmente era una produzione Paramount, è stato largamente riscritto nel 2020 per dargli un taglio meno commerciale ed è passato a Apple TV+ (ma uscirà di certo anche nelle sale italiane). In linea con questo nuovo approccio DiCaprio ha chiesto e ottenuto di non interpretare l'agente FBI che indaga sugli omicidi, bensì il nipote del principale sospettato (che ha il volto di Robert De Niro). La parte dell'agente è stata così affidata a Jesse Plemons, che con Scorsese ha già lavorato in The Irishman.
Martin Scorsese, con un cast spaziale, Leonardo Di Caprio e Robert De Niro su tutti, porta sul grande schermo la storia degli Osage che pagarono a carissimo prezzo la scoperta del petrolio nelle loro terre. Infatti, il popolo degli Osage divenne improvvisamente ricchissimo, ma quella stessa ricchezza scatenò la consueta avidità dei bianchi.
Martin Scorsese non poteva che affidarsi a Robbie Robertson per la colonna sonora del suo ultimo e grandioso Killers of the Flower Moon. Non solo in virtù di un sodalizio che prosegue da mezzo secolo, ma per la conoscenza e la sensibilità da sempre dimostrata dal grande musicista verso la storia e le ragioni dei nativi americani. Nel 1994 Robertson, figlio di un’appartenente alla Nazione Mohawk, ha realizzato un album intitolato proprio Music for Native Americans: è il suo capolavoro da solista, oltre che un saggio in musica sulla cultura in via di estinzione dell’etnia oppressa nei secoli in America. Prima con i fucili dei pionieri e poi con quelli dei gangster dalla faccia gentile, al centro di Killers of the Flower Moon e della sporca storia di soldi e di petrolio immortalata da Scorsese.
La scomparsa di Robertson (nato a Toronto come Jaime Robert Klegerman, cambiò il cognome assumendo quello del padre adottivo) il 9 agosto, a 80 anni, rende la colonna sonora un lavoro postumo. Ancora una volta incentrato sui nativi americani e in particolare sul retaggio musicale della Nazione Osage, senza disdegnare iniezioni di rock-blues e il ricorso alla chitarra elettrica (Osage Oil Boom), di cui Robertson è stato da sempre maestro indiscusso e sperimentatore. Il ricordo di Scorsese – “La musica di The Band prima, e di Robbie da solista poi, sembrava provenire dal luogo più profondo del cuore di questo continente, delle sue tradizioni, tragedie e gioie” – conferma una volta di più il rapporto di profonda stima reciproca intercorso tra i due. Di Martin invece Robbie diceva che “è colui che può percepire quando qualcosa di ciò che suono ha una reale possibilità oppure sta andando nella direzione sbagliata. Gli basta darmi un segnale”.
Quasi inseparabili dal 2002 (Gangs of New York), Leonardo DiCaprio e Martin Scorsese formano al cinema il tandem più prolifico dell’ultimo decennio. Ma qual è il segreto del patto (un po’) faustiano che unisce la grande star di Hollywood e il suo mentore newyorkese? Alla vigilia dell’uscita di Killers of the Flower Moon, sesta volta insieme, facciamo un passo indietro e proviamo a raccontare la preistoria di un’alleanza artistica che ha marcato una nuova era. Al debutto degli anni 2000, Leo DiCaprio è il “re del mondo”. Ottenuto con Titanic (guarda la video recensione) lo statuto di star planetaria, non gli resta che capitalizzare un tale successo. Il passaggio di secolo però rimescola le carte, DiCaprio è diventato un idolo mondiale ma un attore insoddisfatto. Dopo tre tentativi a vuoto, tre film a grosso budget (La maschera di ferro, Celebrity, The Beach), DiCaprio sa di poter fare meglio.
Armato di una bella reputazione, e prima che questa svanisca troppo in fretta, decide di prendere in mano le redini della sua carriera e si concede il lusso di scegliere chi lo dirigerà nel prossimo futuro. Martin Scorsese è la scelta più ovvia. Le sue messe in scena virtuose e barocche sono il ‘laboratorio’ perfetto per le sperimentazioni di un attore esigente. La sua rigorosa cinefilia poi lo spinge a lavorare coi migliori, a fare di ciascuno dei film a cui partecipa un evento straordinario. In pieno crepuscolo degli dèi e dello star system, quando ogni nuovo volto spera di sfondare vendendo l’anima al primo cinecomic venuto, DiCaprio sa bene come eludere il rischio, privilegiando una singolarità sullo schermo che lo rende ancora più essenziale. Se anni fa avesse accettato l’invito di George Lucas a recitare nella ‘prelogia’ di Star Wars, le cose sarebbero forse andate diversamente. È tutta qui la forza di Leo, nessun bisogno di spade laser o di costume da supereroe per attirare le folle al cinema e affascinarle. Sfidando le mode, impone il suo magnetismo e stimola gli autori più grandi, per cui diventa una sorgente di rinnovamento. A colpi di ruoli culto compone una carriera d’oro massiccio.
Ciò che da sempre fa di Martin Scorsese un cattolico inquieto, è la prossimità dell'ebraismo. "Prossimità" qui va inteso in molti sensi, molti di essi intrecciati tra loro. Non c'è dubbio: a inquietare il regista italoamericano è, più di tutto, il sospetto che nel rifiuto dell'incarnazione ci sia qualcosa di più cristiano del cristianesimo stesso. Ma può essere una questione solo teologica una questione [...] Vai alla recensione »