| Titolo originale | Alien: Covenant |
| Anno | 2017 |
| Genere | Fantascienza, Avventura, Thriller, |
| Produzione | USA |
| Durata | 121 minuti |
| Regia di | Ridley Scott |
| Attori | Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride, Demián Bichir Carmen Ejogo, Jussie Smollett, Callie Hernandez, Amy Seimetz, Nathaniel Dean, Alexander England, Benjamin Rigby. |
| Uscita | giovedì 11 maggio 2017 |
| Distribuzione | 20th Century Fox Italia |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 14 |
| MYmonetro | 2,46 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 12 maggio 2017
Argomenti: Alien
Il film è il primo sequel di Prometheus. Seguiranno altri due film che creeranno una trilogia dedicata alle origini di Alien (1979). In Italia al Box Office Alien: Covenant ha incassato nelle prime 11 settimane di programmazione 2,6 milioni di euro e 1,1 milioni di euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO NÌ
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L'astronave Covenant trasporta migliaia di embrioni in direzione di un pianeta dalle caratteristiche idonee alla colonizzazione da parte degli umani. A causa di un'avaria l'equipaggio è costretto a interrompere il sonno criogenico: una volta svegliatosi, intercetta un segnale radio da un pianeta molto vicino, anch'esso conforme come caratteristiche atmosferiche e precedentemente non individuato.
Delle molte imprese revivaliste in atto nella Hollywood odierna, una delle più ardue consiste nel ridare vita a una saga procrastinata (e "brutalizzata") oltre il lecito. Ignorando per di più il risultato di un prequel, Prometheus, che ha messo d'accordo in negativo critica e pubblico. Ma Ridley Scott non si tira indietro di fronte alle sfide.
Nel titolo del film ricompare la dicitura "Alien", anche solo per risollevare l'incasso, ma fin dalle prime immagini è chiaro come il film sia un ibrido tra il prequel dedicato agli Ingegneri e il primo Alien, il thriller sci-fi che ha cambiato il volto del cinema di genere nel 1979. "Ibrido" è in effetti uno dei due termini-chiave a cui ricorrere per leggere tra le righe di Alien Covenant: l'altro è "creazione".
Il sequel-prequel di Scott si gioca tutto sull'equilibrio tra queste due polarità, creazione e contaminazione. Dall'incipit che sembra richiamare A.I. e L'uomo bicentenario di Asimov, in un ambiente asettico in cui l'intelligenza artificiale raggiunge il suo apice e si interroga sul libero arbitrio, al consueto viaggio interplanetario, che ripropone, in forme più complesse, i medesimi temi.
Una nuova, ennesima odissea nello spazio, un'infinita citazione in cui le variazioni sono impercettibili aggiustamenti: androide (buono o malvagio), rapporto con una nuova specie potenzialmente superiore, lotta dell'uomo contro lo xenomorfo per ribadire la propria intelligenza.
Ma interrogarsi sulla natura della ri-creazione della saga - remake, reboot o remix? - ha poco senso una volta preso atto che ognuna delle tre ipotesi rimarrebbe superflua. Alien sembra aver detto tutto ciò che andava detto e aver svolto un ruolo egregio, ma esauritosi, nella storia del cinema. Forse il quinto episodio (o meglio 3.1) di Neill Blomkamp avrebbe potuto aggiustare le storture di Fincher e Jeunet, ma nella sostanza le possibilità di creare un ponte invisibile, che da un singolo alieno raggiunga il monolito di Kubrick e l'origine della vita, sono naufragate insieme al Prometheus. Ad Alien: Covenant non resta che unire i puntini, scrivere il già scritto, replicare ad libitum. Con parentesi scult, come una scena sexy anni 80 sotto la doccia, degna di Zalman King, che risultano più godibili dei seriosi monologhi o dei corpo a corpo tra androidi, che invece strizzano l'occhio alle tendenze superoistiche dell'action odierno. Ha poco senso parlare di occasione mancata, quando l'occasione, in effetti, non è mai esistita.
Un'improvvisa tempesta di neutrini sconvolge i piani dell'astronave Covenant, diretta verso un pianeta da colonizzare con un piccolo equipaggio e migliaia di embrioni. L'incidente, cui assistono impotenti il "sintetico" e anaffettivo Walter (come Benjamin: l'umanità nell'epoca della sua riproducibilità tecnica) e l'intelligenza artificiale della nave, risveglia l'equipaggio dal sonno criogenico. Si capisce bene che a questo punto gli altri membri non hanno tutta questa voglia di tornare nelle capsule dopo aver sistemato i danni e così colgono al volo l'occasione di un misterioso messaggio proveniente da un più vicino pianeta, che misteriosamente non era stato valutato nella mappatura del sistema. Cambiano quindi percorso e finiscono per trovare un ecosistema apparentemente idilliaco ma pieno di trappole, dove il David di Prometheus regna sulle rovine citando l'Ozymandias di Shelley.
A cinque anni dal capitolo precedente, Scott torna a parlare di creazione della vita, intelligenze artificiali e xenomorfi. Lo fa con un impianto semplificato e più genuinamente di genere, elevato da grandiose scenografie ma pure macchiato da eccessive pretese filosofiche a fronte di personaggi dalla scarsa lucidità.
In una delle scene più ridicole del primo prequel - presa a emblema della sua stupidità un po' ovunque e pure dal fumettista Leo Ortolani, che da allora ha ribattezzato simili idiozie "premio Prometheus" - il biologo guardava un chiaramente minaccioso serpente alieno come avesse avuto di fronte un tenero e pacioso criceto, finendone massacrato. Qui accade che il capitano della squadra, come si vede già nei trailer, guardi curioso dentro un bacello alieno fidandosi di un personaggio che ha già scoperto essere una sorta di scienziato pazzo, animato dal disprezzo per l'umanità. Insomma, anche se molti elementi sono stati abbandonati, la lezione del film precedente è stata appresa solo fino a un certo punto.
La missione su cui si chiudeva il primo capitolo, in cui Shaw voleva raggiungere gli Ingegneri per chiedere perché volessero distruggere l'umanità, è liquidata in un breve flashback del vendicativo David. Scott dice di essere stato sorpreso dai fan, pensava infatti che l'alieno fosse ormai "bollito" e quindi aveva cercato di costruire tutta una nuova mitologia intorno alle creature, ma il pubblico si è invece lamentato della loro assenza. Il regista ha dunque deciso di fare piazza pulita di tutta la trama del film precedente, di certo involuta ma per lo meno originale, per rimettere gli xenomorfi sotto i riflettori. Non si vedeva una tale retromarcia indotta dai fan dalla morte di Nikki e Paulo in Lost o dall'improvviso rendersi conto dei danni collaterali degli scontri dell'Uomo d'Acciaio in Batman v. Superman.
Il sequel del prequel ne è dunque a suo modo un reboot, insomma un'aberrazione inimmaginabile prima della corrente era dei franchise cinematografici e, in parole povere, un pasticcio. In parte salvato dalle maestose e dettagliatissime scenografie costruite per il film e dalla tensione che, per quanto risaputi, gli xenomorfi sanno ancora scatenare nelle loro varie forme (qui appare l'inedito neomorfo, bianco e senza il robusto esoscheletro).
C'è infine, purtroppo, anche un eccesso di ingenuità vintage nella rappresentazione delle intelligenze artificiali: appare subito ridicolo che la IA della nave parli verbalmente con Walter come fosse HAL 9000 con l'equipaggio di 2001: Odissea nello spazio, al posto di passare dati in una silenziosa e immensamente più efficiente connessione, come ci si aspetterebbe da un film del 2017. Allo stesso modo i dialoghi tra Walter e David sono una drammatizzazione che ignora la natura realmente sintetica dei personaggi in favore di esposizioni narrative. Siccome proprio sulla loro alterità è costruita gran parte del film, rappresentarli in modo più moderno sarebbe stato davvero il minimo.
Già dal primo frame della prima clip estesa di Alien: Convenant, mostrata dalla 20th Century Fox (circa una 15ina di minuti) è evidente che siamo a casa. Il terzo film della serie di Alien firmato da Ridley Scott, dopo l'originale e lo strano prequel Prometheus, si avvicina ancora di più al format originale, porta impresso in ogni momento la mano del suo creatore e, almeno nelle premesse e nelle intenzioni di chi ha scelto di mostrare come prima clip proprio questa, è vicino a quello spirito.
Un equipaggio di una nave probabilmente di esplorazione che si presenta non eccessivamente scafato nelle operazioni pericolose, sbarcato su un pianeta alieno per ragioni che non conosciamo, entra in contatto con due alieni xenomorfi.
La procedura attraverso la quale questi "nascono" è nota, è una delle invenzioni più folgoranti e memorabili dell'originale e un dettaglio con cui Ridley Scott continua a divertirsi, anche se non può più godere dell'effetto sorpresa di una volta. L'alieno prima occupa un organismo come un parassita, agguantandone il volto e introducendosi al suo interno attraverso l'esofago, lì si schiude trovando la sua strada verso l'esterno nella maniera più sbrigativa e distruttiva possibile. John Hurt si dimenava dal dolore sul tavolo della colazione dell'astronave Mother fino a che l'alieno non si liberava dalla prigione della sua carne e fuggiva, qui vediamo due membri dell'equipaggio passare per le medesime pene quasi in contemporanea.
È una regola aurea dei sequel: more of the same. Non uno ma due alieni (il sospetto molto fondato e aiutato dal titolo è che se ne vedranno di più di due prima della fine del film) che invadono due umani e ne dilaniano la carne per uscire. Con una certa goduria nel poter mostrare per bene il neonato xenomorfo, la gran scena da thriller in cui gli occupanti dell'astronave cercano di sopravvivere allo shock e alla violenza della nascita dell'essere, è lunga e invece che lavorare sulla sorpresa, con intelligenza lavora sulla prevedibilità. Del resto la maniera in cui Ridley Scott gestisce la suspense, così dolcemente fuori moda e perfettamente incastrata nel ritmo e nei tempi dell'ansia dello spettatore, è il senso stesso del sentirsi a casa con un film di Alien.
Lo sguardo dell'androide interpretato da Michael Fassbender
La parte più promettente di tutte però è sembrata lo sguardo dell'androide interpretato da Michael Fassbender, stupito e interessato, eccitato (a suo modo) e portatore di una conoscenza molto diversa su quel che può e sta per accadere. Sappiamo che ha avuto informazioni chiare, che sa bene cosa siano quelle creature, cosa possano fare e chi le "voglia" ma non ha intenzione di fermare la loro nascita. Nel viaggio alle origini della razza umana che era Prometheus è stato messo a confronto con uno di questi alieni disegnati da Giger e alla fine di quella storia quasi ci rimaneva. Lui ha un ruolo estremamente marginale in queste prime scene, non rappresentativo di quello che probabilmente avrà in tutto il film, ma segna una differenza profonda dal solito (nonché da tutti gli altri attori). Se negli altri film di Alien il robot si scopriva solo in seguito essere portatore di un segreto e di un doppio fine, qui è un bugiardo dichiarato fin dall'inizio e come tale Scott lo inquadra, ne mostra cioè la diversa percezione rispetto agli altri dell'accaduto.
Se un giudizio dovesse proprio essere dato sul film a partire da queste scene è il migliore possibile. Ovviamente, vale la pena ricordarlo, tutto questo va preso con le dovute pinze e contestualizzato. Una 15ina di minuti non sono un film e un pugno di scene possono essere rappresentative di nulla. Solo un buon inizio.
L'astronave Covenant viaggia con l'obiettivo (ormai poco fantascientifico) di portare coloni umani ed embrioni su un pianeta con caratteristiche simili alla terra, ma il sonno criogenico dell'equipaggio viene interrotto da una tempesta di neutrini che danneggia la nave. Durante le riparazioni, quella che apparentemente sembra un'interferenza nelle frequenze di comunicazione dell'equipagg [...] Vai alla recensione »
Quando, ormai quarant'anni fa, Ridley Scott ebbe l'idea di mettere in cantiere il primo Alien (poi uscito nel 1979), gli umori della New Hollywood erano ancora in circolazione. Certo, il sogno - covato da alcuni - di una sorta di regno della fantasia al potere dentro la Mecca del cinema, si era già incrinato. Ma i blockbuster come Lo squalo e film come la saga del Padrino stavano dimostrando che il cinema popolare era in grado di partire dalla lezione autoriale e spingersi in zone molto commerciali senza essere per forza sospettato di loschi compromessi. Anzi, oggi che quel cinema spettacolare a cavallo tra anni Settanta e Ottanta sembra difficile da riproporre (ed ecco perché viene costantemente rievocato) ne abbiamo tutti forte nostalgia.
Alien, infatti, era prima un perfetto meccanismo di gotico applicato alla fantascienza, di raffinatezze art-house e di design contemporaneo esibite dentro un orologio svizzero (come la nazionalità dell'inventore del mostro, H.R. Giger) di tensione e avventura.
Poi la saga si è sviluppata e ramificata; il suo interesse sta proprio nell'aver attraversato le varie epoche del cinema americano postmoderno. Dopo la fine degli anni Settanta, è stata la volta degli anni Ottanta catastrofisti di James Cameron, dei Novanta decadentisti di David Fincher, dei Duemila globalizzati euro-statunitensi di Jean-Pierre Jeunet, senza contare la proliferazione di spin off o di imitazioni non troppo riuscite.
Nell'universo del cinema "fantastico", Alien rappresenta il punto di congiunzione tra il filone fantascientifico e quello orrorifico. Della sua natura horror testimonia il fatto che, contrariamente alle saghe in cui l'eroe (Tarzan, Batman...) è sempre lo stesso mentre cambiano i cattivi, qui la stabilità è garantita dal mostro, il celebre xenomorfo creato dall'artista svizzero H.
Alien. La clonazione (1997)
Aliens vs Predator 2 (2007)