Dai tetti di Tel Aviv, Abraham e Szor raccontano una guerra combattuta a distanza, dove droni e parole anestetizzanti cancellano progressivamente il volto delle vittime. Premio della Giuria a Venezia 83 e al cinema il 28, 29 e 30 settembre. Vai all'articolo
Lo sguardo è ostinato. È una finestra sul cortile dove tutti sono (siamo?) complici di uno sterminio tra un programma tv e l’altro. La scelta di posizionare la macchina da presa su tetti di Tel Aviv da parte dei registi di Naza, Yuval Abraham e Rachel Szor, è una postura morale come avrebbe certamente confermato il suo teorico, il grande critico francese Serge Daney. Sono solo parole quelle che sentiamo ma che, in qualche modo, ‘vediamo’ dal tetto di una palazzina della città, centro economico e di potere dello Stato di Israele. Ventiquattro tra militari e ufficiali dell’intelligence raccontano, sagome in controluce con lineamenti ridisegnati, come la voce e la grafia, proprio dal’Intelligenza Artificiale, vera protagonista del documentario, quello che fanno ogni giorno, pianificando l’uccisione di militanti del movimento terroristico di Hamas a Gaza e accettando le conseguenti vittime collaterali, i cosiddetti Naza appunto. Vai all'articolo
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