Detroit

Film 2017 | Drammatico +13 143 min.

Titolo originaleDetroit
Anno2017
GenereDrammatico
ProduzioneUSA
Durata143 minuti
Regia diKathryn Bigelow
AttoriWill Poulter, Hannah Murray, Jack Reynor, John Boyega, Anthony Mackie Ben O'Toole, John Krasinski, Kaitlyn Dever, Jason Mitchell, Jacob Latimore, Jeremy Strong, Tyler James Williams.
Uscitagiovedì 23 novembre 2017
DistribuzioneEagle Pictures
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +13
MYmonetro Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Regia di Kathryn Bigelow. Un film con Will Poulter, Hannah Murray, Jack Reynor, John Boyega, Anthony Mackie. Cast completo Titolo originale: Detroit. Genere Drammatico - USA, 2017, durata 143 minuti. Uscita cinema giovedì 23 novembre 2017 distribuito da Eagle Pictures. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Detroit
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A Detroit nella seconda metà degli Anni Sessanta si sono sviluppate numerose rivolte contro il razzismo dilagante. Al Box Office Usa Detroit ha incassato nelle prime 6 settimane di programmazione 16,7 milioni di dollari e 365 mila dollari nel primo weekend.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
CONSIGLIATO SÌ
Bigelow come sempre si muove in piena autonomia espressiva con una regia muscolare, ma manca il bersaglio sulla rilevanza storica e sociale.
Recensione di Paola Casella
domenica 29 ottobre 2017
Recensione di Paola Casella
domenica 29 ottobre 2017

Nel 1967, in piena epoca di battaglie per i diritti civili da parte degli afroamericani (Martin Luther King sarebbe stato ucciso nel '68 sul balcone del Lorraine Motel di Memphis), nel ghetto nero di Detroit ebbe luogo una rivolta scatenata da una retata della polizia in un bar dove si vendevano alcolici senza permesso. Il governatore del Michigan inviò la Guardia Nazionale a sedare la rivolta, e il presidente Lyndon Johnson gli fece dare man forte dall'esercito. L'episodio paradigmatico di quel tumulto fu il sequestro di un gruppetto di giovani uomini neri e di due ragazze bianche all'interno del Motel Algiers: un episodio di brutalità da parte della polizia (con il fiancheggiamento di alcuni militari) che è una ferita nella coscienza dell'America.
Negli Stati Uniti il massacro del Motel Algiers è molto noto, lo è invece molto meno nel resto del mondo. E la scelta di Kathryn Bigelow di concentrare la propria attenzione su quell'evento accaduto cinquant'anni fa è parte della generale riflessione che il cinema americano sta facendo sulla "questione afroamericana".

Bigelow, come sempre, si muove in piena autonomia espressiva, e sono davvero pochi i registi con la sua capacità di creare una messa in scena ampiamente spettacolare e profondamente coinvolgente. Ma la messa in scena non è tutto, specialmente quando si tocca un nervo scoperto nella coscienza di una nazione.

Con la sua camera a mano, nervosa e inquieta come il momento storico che racconta, con quella regia muscolare concentrata sull'azione più che sull'introspezione la regista ci ficca in mezzo al clima elettrico dell'epoca, e poi ci chiude tutti in quel motel senza poterci sottrarre a ciò che sta per accadere, come non hanno potuto farlo i diretti interessati. Ciò che succederà è un'escalation di violenza, intimidazione e umiliazione dell'uomo (bianco) sull'uomo (nero) che si protrae per ben 40 dei 143 minuti di durata del film.
Il problema nasce proprio all'interno di quei 40 minuti di puro cinema, perché è lì che la storia che Bigelow racconta, che doveva essere paradigmatica della questione afroamericana, perde la sua specificità e rischia di trasformarsi in Un tranquillo weekend di paura: l'ottusa perfidia dei tre poliziotti bianchi che tengono in ostaggio il gruppetto eterogeneo di uomini neri (fra cui un veterano del Vietnam e un cantante in stile Motown) si scollega a poco a poco dalla motivazione specificatamente razziale e diventa una vetrina dell'umana aberrazione, protratta così a lungo e così cinematograficamente insistita che qualche critico oltreoceano l'ha definita "torture porn", cioè compiacimento pornografico sulla tortura. Prima ancora che una questione morale, questa insistenza mette in gioco la compattezza narrativa di Detroit perché scollega l'azione dal contesto, e fa apparire la discriminazione contro gli afroamericani e la brutalità della polizia bianca nei confronti della comunità nera meno sistemica di quanto non fosse e ancora oggi sia - e come tale debba essere rappresentata.

Torniamo dunque a quel filone cinematografico attuale che si cimenta con la questione razziale, e che sembra dividersi in due tronconi (con tutti i distinguo del caso): da una parte 12 anni schiavo, Django e ora Detroit, che mettono in scena la perversione sadica dell'oppressione; dall'altra due documentari seminali come I Am Not Your Negro e 13th, che esplorano in modo dettagliato le radici del conflitto bianco-nero negli Stati Uniti, non riducibili (come fa il prologo di Detroit) ad un collage a colori, ma declinabili in mille sfumature di bianco e nero (è il caso di dirlo) lungo centinaia di anni di Storia nordamericana, e incentrate su un sentimento precipuo: la reciproca paura.
Su questo tema, in versione fictional, si è espresso di recente e molto bene Scappa!, che è un horror non tanto nel genere della vicenda che racconta, ma soprattutto nei due episodi di ordinaria quotidianità in cui il protagonista si imbatte nella polizia e sperimenta il terrore istintivo e "irrazionale" che prova ogni afroamericano alla vista di una volante. "Essere nero è come avere una pistola puntata dritto in faccia", afferma uno dei personaggi di Detroit, riassumendo efficacemente il senso di pericolo con il quale l'"uomo nero", indipendentemente dal suo status, convive negli Stati Uniti d'America. Che è esattamente speculare al senso di minaccia percepita dall'"uomo bianco" di fronte all'afroamericano, giocata su corde ataviche e mai fino in fondo riconosciute, descritta molto bene dallo scrittore nero James Baldwin in tutta la sua opera (e in I Am Not Your Negro).
Detroit costruisce una potentissima architettura cinematografica ed emotiva che accumula efficacemente senso di violazione, rabbia ed impotenza, ma manca di illustrare, e forse anche di comprendere fino in fondo, la peculiarità della violenza che racconta, l'origine delle dinamiche innescate fra gli aguzzini e le loro vittime.
E il ritratto dell'implosione di uno dei personaggi è meno appropriatamente contestualizzato della sparizione finale di uno dei protagonisti di Boyz In The Hood. Non basta notare che I Am Not Your Negro, 13th e Boyz In The Hood sono stati diretti da afroamericani, cresciuti con la consapevolezza di questa aberrante peculiarità incisa sulla propria pelle. È dal punto di vista della rilevanza storica e sociale che questo film, che ha scelto di portare sulle spalle il peso enorme della "questione afroamericana" sulla coscienza collettiva, manca il bersaglio: il che, da parte di una "straight shooter" come la Bigelow, è difficile da perdonare.

Sei d'accordo con Paola Casella?
Frasi
Devi sopravvivere alla notte...
Una frase di Dismukes (John Boyega)
dal film Detroit - a cura di MYmovies.it
Immagino sia per quello che è successo al motel...
Dismukes (John Boyega)
dal film Detroit - a cura di MYmovies.it
NEWS
TRAILER
mercoledì 9 agosto 2017
 

Ispirato alle sanguinose rivolte che sconvolsero Detroit nel 1967. Tra le strade della città si consumò un vero e proprio massacro ad opera della polizia, in cui persero la vita tre afroamericani e centinaia di persone restarono gravemente ferite.

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