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Umberto Contarello

Umberto Contarello è un regista, scrittore, sceneggiatore, assistente alla regia, è nato il 13 luglio 1958 a Padova (Italia).
Nel 2018 ha ricevuto il premio come miglior sceneggiatura al Nastri d'Argento per il film Loro 1. Dal 2012 al 2018 Umberto Contarello ha vinto 2 premi: David di Donatello (2012), Nastri d'Argento (2018). Umberto Contarello ha oggi 64 anni ed è del segno zodiacale Cancro.

Il futuro dura un quarto d'ora

A cura di Fabio Secchi Frau

Il suo debutto cinematografico inglese è stato segnato da This Must Be The Place. Come si sia sviluppata nella sua mente e in quella di Paolo Sorrentino, la storia di una annoiata rock star di mezza età in ritiro che va alla ricerca della guardia di un campo di concentramento tedesco, in cui suo padre era imprigionato, è una vera meraviglia. Bisogna andare ai Cure e ai Talking Heads, all'art pop e al post-punk, all'espressione imbambolata che il due volte premio Oscar Sean Penn assume in molti dei suoi titoli, alle vere storie di certi criminali nazisti che vivevano in clandestinità negli States.
Il Festival di Cannes del 2011 ne è rimasto folgorato e ha ricompensato con il Premio della giuria ecumenica.
Poi è arrivata La grande bellezza che ha incantato l'America e diviso l'Italia. La possibilità di riprodurre sulla carta un'affascinante Roma ancora felliniana, assorta nelle sue ridicole vanità e perduta in vitali piccolezze, è stata una tentazione troppo gustosa perchè Umberto Contarello potesse rifiutarla. E così sono stati buttati giù aggettivi accanto a sostantivi stillati come preziose gocce d'oro e d'argento. Parole cercate, volute, in dialoghi tristi, ma taglienti. L'Oscar per il miglior film straniero era scontato. Contarello e Sorrentino avevano creato un abisso tra noi e gli altri competitori. Impossibile batterci.
L'abilità nel trovare la battuta con il tempismo giusto, per uno sceneggiatore, è tutto. Per Contarello, è un talento acquisito nel tempo. Un'abilità sublime e artificiosa che condivide proprio con Sorrentino. Il suo trascinatore. Quello che lo ha portato fino in Vaticano con la miniserie The Young Pope e poi dritto verso l'Arcore berlusconiana in Loro 1 e 2 . "A me e Paolo piace, e non troviamo difficoltà alcuna, raccontare colossi", ammette. "E Berlusconi, in qualunque modo la si pensi, è un colosso". Il loro punto in comune è questo.
Ma quale è invece la peculiarità di Contarello come sceneggiatore singolo? Come riesce a raccontare intimi drammi e scissioni politiche, fedi incrollabili e lutti consumati nell'opulenza o nel protagonismo? Dove trova quelle dimensioni verbali che diventeranno curiose visioni per registi italiani così differenti fra loro? Perchè non c'è nulla che Amelio, Mazzacurati, Salvatores, Sorrentino e Bertolucci condividano. Nulla, eccetto Contarello.
Prima di tutto, parte dal vocabolo. Ammette la necessità artistica di soffermarsi sulla parola. Di prendersi tutto il tempo possibile per studiarla, lasciarla riposare, sancirla come la più adatta e poi ricominciare tutto il processo con una nuova parola e, finita quella, cercarne un'altra. "Le parole sono importanti", strillava Nanni Moretti. Lui gioca con quelle che trovano un'origine primordiale nella sua vita o che sono fonte di divertimento, che rappresentano il senso profondo di una voce o una relazione tra l'uomo e il narrato. Il discorso introduttivo di Jep Gambardella ne è un perfetto esempio. "A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: 'La fessa'. Io, invece, rispondevo: 'L'odore delle case dei vecchi'. La domanda era: 'Che cosa ti piace di più veramente nella vita?' Ero destinato alla sensibilità".
C'è poi la composizione di frasi che contengano sempre una contraddizione. "Tutto non è abbastanza", dice il suo Silvio Berlusconi. Solo così il cinema, quello scritto, contiene pienamente i tragici paradossi della vita.
Ma nulla può la frase, se non è messa nella bocca giusta. Da questo punto di vista, i film di Contarello sono intrisi di personaggi che semplicemente rispettano loro stessi e che duellano con il mondo intero per ritornare a una malinconica situazione di felicità perduta. Purtroppo, pregi e difetti, ferite sanguinanti inferte a/da chi avevano intorno, o il dolore assoluto che dovranno provare, non permettono loro di raggiungere tale scopo. Sono uomini e donne insanabili. Il cui destino diventa ancora più tragico quando rifiutano l'ultima sintesi, l'opportunità di un'unità personale e di un'identità resa dagli altri. Una spersonalizzazione moderna dove individui troppo abituati a raccontarsi secondo i loro miti, le loro bugie e le loro apparenze, vengono letti dentro e soffrono nel riconoscere la propria autentica mediocrità o, al contrario, si commuovono per aver scoperto la loro grandezza. Così il classico ladruncolo diventa un barocco innamorato al limite del donchisciottesco. Così cadono tutte le figure della Storia d'Italia che racchiudono in loro il potere. E con loro cadono anche luoghi e corpi e qualsiasi altra cosa in cui si siano aggirati. La sensazione è quella di stare al centro di una giostra di specchi. Di un labirinto di porte a vetri dietro le quali ogni personaggio vede il proprio corrispettivo vero Io. Qualcosa dal quale sono sempre fuggiti o che invece non riescono a raggiungere. Per di più, sono personaggi che rispondo a un bisogno di mostrare il grottesco, ricostruendo una certa continuità con l'epica cinematografica del genere. Tipologie oggi più appropriate alle tribune politiche o all'intrattenimento televisivo privato compiono queste invasioni di campo nella settima arte e si lasciano inquadrare in storie, tempi, debolezze e potenze. Saranno poi i registi a creare studiate analogie con il loro aspetto, stabilendo sillogismi visivi spudorati, ma iconici.
E non si può sicuramente discutere a cuor leggero delle scene in cui questi personaggi si muovono e parlano. Contarello parla della drammatizzazione come di un'"impressione viziata" dal lavoro che fa. Basa tutto sulla ripresa di un evento che ha una sua imprevedibilità, che si deve trasformare in una forma di narrazione che esula da ciò che realmente avviene, e che sostanzialmente è la messa in scena umana di un'attività. Solo così il cinema può diventare un compagno onesto, fedele e sublime dello spettatore.
Ma la critica storce il naso. Troppo liricismo, dicono. Troppo snob. Malgrado una certa folle e incredibile incoscienza dalla quale scaturiscono atipici soggetti, quando si tratta di sceneggiature sembra quasi che la consapevolezza di un mestiere che gli ha portato tanto prenda il sopravvento sulla persona. Sulla persona, ma mai sulla scrittura. Sennò non sarebbe in grado di cogliere le imperfezioni del mondo e narrarle così bene. Perchè lì dove un solo gesto diventa caratterista di qualcosa e poi racconto dal quale se ne deve ricavare l'idea di un personaggio per tutto il resto della storia, non c'è spazio per l'autoreferenzialità e la superiorità intellettuale del testo.
In più, lo si biasima però perchè, per sua stessa ammissione, dice di combattere strenuamente contro ogni forma di nostalgia cinematografica e invece bisogna ammettere che non sempre questa lotta è vinta. A volte, non è neppure iniziata. In certe scene partorite dalla sua penna, si rivedono fermamente racconti e film già sentimentalmente carichi di significato per noi. Rimane però la condivisione e la formalizzazione dei sentimenti, dei deterioramenti del presente, dell'ingiudicabilità dei personaggi.
Sequenze, protagonisti e linee di dialogo diventano frammenti di irrealtà schizzati via da un corpo, da un movimento, da un minuto, da una camera. Una letterarietà dura, eterna, forte, angosciante, totalmente scevra di archetipi, ma ricca di contenuti.
E non ci si poteva aspettare niente di meglio da un uomo che alla domanda "Dove si vede nel futuro?" rispose "Ho una previsione del futuro che non valica il quarto d'ora".

Gli inizi come autore di "Fantastico"
Laureato in filosofia, Umberto Contarello comincia a lavorare come autore televisivo nel programma "Fantastico 8", allora condotto da Adriano Celentano. Solo successivamente passerà al cinema.

L'esordio al cinema
La sua prima sceneggiatura è Marrakech Express di Gabriele Salvatores, un on the road in terra d'Africa scritto nel 1989 insieme a Enzo Monteleone e all'amico di sempre Carlo Mazzacurati. Insieme i tre fotografano il sentimento di amicizia dell'ultima generazione di italiani Anni Ottanta. Quelli un po' come loro. Sempre allegri, ma anche malinconici, che conservano un'antologia di aneddoti sui quali ridere ancora, in sordina.
Giocando con materiali cinematograficamente già esistenti, il trio di sceneggiatori rinnova infatti con gusto e interessanti spunti comici un certo tipo di commedia italiana dolceamara. Ma si storce il naso. Il centro del bersaglio non viene colpito. Anche per via di un racconto troppo discontinuo per ritmo. Nonostante questo, è innegabile che il tema del "viaggio alla scoperta di se stessi" abbia una partecipata e solida sceneggiatura dietro.

I film di Mazzacurati
Quando poi Carlo Mazzacurati passerà alla regia, Contarello sarà uno dei primi a collaborare con lui. I titoli sono quattro: Il toro (1994), Vesna va veloce (1996), La lingua del santo (2000) e La Passione (2010). Nei primi due, anche per motivi legati all'allora situazione storica, è centrale l'ambientazione est-europea. Si passa infatti da un disoccupato che ruba un toro per venderlo in Ungheria a una ragazza cecoslovacca che fa di tutto per rimanere in Italia. Sono racconti lucidi e modesti. Dove conta il messaggio e la sua vena di protesta. Strumenti che dovrebbero scalfire lo spettatore e spingerlo a riflettere su realtà mai prese in considerazione prima di allora, anche se esistenti.
Molto più leggeri gli altri. Con i due ladruncoli improvvisati che si appropriano della Lingua di Sant'Antonio da Padova, si intrattiene il pubblico con battute e disavventure. Ma il risultato non è quello che ci si aspetta. Qui Contarello lavora con Mazzacurati, Franco Bernini e Marco Pettenello, ma la sceneggiatura a otto mani non è all'altezza del compito. C'è chi indica notevoli slabbrature e contraddizioni surreali, pur apprezzando le tirate d'orecchie alla Chiesa e alla Lega Nord. In effetti, c'è qualcosa di stridente in questo passaggio dall'Est Europa al Nord Est italiano. Forse perchè il malessere di questa regione non coincide con la neoricchezza e l'avidità che vengono ugualmente rappresentate. Buffo e romantico a modo suo, La lingua del santo non è comunque Signore e Signori di Pietro Germi. Così come La Passione (2010) non è La ricotta di Pasolini, proprio per il medesimo difetto: la mancanza di cattiveria. Qui però, la critica ammette che è la furbizia della sceneggiatura a salvare questa commedia sul mestiere del regista. Contarello gioca sul paragone Passione per il cinema/Passione di Cristo. Sofferenza di un Messia vs. Crisi creativa di un cineasta. Un povero Cristo, per l'appunto. Il film non piacque molto. Troppo vuoto, presuntuos, pieno di stanche farse, arrampicato sul niente, disomogeneo.

Gli script "civili"
Nel frattempo lo sceneggiatore lavora anche con Maurizio Zaccaro (Il carniere, Un uomo perbene) coadiuvandolo nella realizzazione di film civili asciutti, onesti e discreti. Una moralità informativa e polemica che era propria di un cinema di fine Anni Novanta. Siamo molto lontani dallo stile di scrittura che poi acquisirà.

L'anomalia gialla
Dopo aver firmato L'albero dei destini sospesi, con l'arrivo del nuovo millennio Contarello sceglie il giallo. Metronotte (2000) è una piacevole anomalia nella sua filmografia. Un intrigo di provincia alla Chabrol, dove un metronotte un po' voyeur investiga sulla morte di un collega, diventa il tasto giusto da calcare per parlare di immigrazione russa, corruzione, solitudini ed egoismi italiani. Il film piace per la sincerità del testo e per i ritratti di personaggi insoliti. Si auspica addirittura una serie tv basata sul film.

Il nuovo stile
Lo stesso anno in cui firma il soggetto di Un altro mondo è possibile (2001), scrive il film Luce dei miei occhi. Per i più cattivi, Giuseppe Piccioni ha sbagliato copione. Lo script eccede in metafore e ha personaggi troppo confusi, inetti, programmatici e mesti per essere veri. La storia d'amore non corrisposto tra due vinti non piace. Troppo banale, anche nell'affrontare temi ormai molto cari a Contarello, come quelli dell'emigrazione clandestina e dell'incapacità di comprendere il diverso da noi. L'infelicità media e le brutture del vivere comune non piacciono.
Non andrà meglio con Ovunque sei (2004) di Michele Placido, dove un medico (Stefano Accorsi) per nulla soddisfatto della sua vita, trova nuovamente il senso dell'amore proprio quando sta per morire. Lo script viene accusato di essere troppo intelletualistico, di non funzionare perchè campato palesemente in aria in certi passaggi. Contarello non ha lavorato da solo, accanto a lui c'erano lo stesso Placido, Francesco Piccolo, Domenico Starnone. La colpa della squadra di autori è quella di aver scritto un film catastrofico. Qualcuno si azzarda addirittura a trovare più dignitosi certi dialoghi, temi e situazioni della soap opera Beautiful che quelli firmati dalle loro mani. Il mix tra Ghost, Pirandello, The Sixth Sense - Il sesto senso e Film blu di Kielowski è imperdonabile, così come lo sono le ambientazioni piccolo borghesi, i relativi cliché e un linguaggio irrealistico.

Altri film
Stranamente, nel 2006, si ripulisce da un certo linguaggio troppo forbito e opta per uno più convincente in La stella che non c'è. Qui, la crisi esistenziale, le illusioni e le delusioni si fanno più concrete e terrene, pur senza rinunciare all'astrazione e all'interiorità. L'intimità tra un responsabile di fabbrica italiano e una traduttrice cinese sconfiggono l'ostinazione per l'aulico. Lo script acquista quiete e un valido percorso psicologico, ricavandone quella fluidità che troppo spesso era mancata in alcune sue opere. Qualcuno parla dell'abilità di Contarello nel descrivere con piccoli tocchi, abbozzi o guizzi del dialogo personaggi alla Antonioni. Hanno ragione. Così come hanno ragione quando sottolineano il fatto che sia riuscito a far intravedere le contraddizioni di un capitalismo in ascesa, tra sacche di povertà spaventose e il rampantismo industruale. Solo nel finale, la drammaturgia lo tradirà. Lo si intuirà dal ritmo del film, che nella prima parte rimaneva serrato e curioso, ma che poi rallenta diventando dolente e senza bussola.
Quando Fabrizio Bentivoglio tornerà alla regia con Lascia perdere, Johnny! (2007), lo sceneggiatore (assieme a Filippo Gravino, Guido Iuculiano e Valia Santella) dovrà confrontarsi con il sottobosco musicale della provincia campana degli Anni Settanta, realtà dalla quale Fausto Mesolella, chitarra del gruppo degli Avion Travel e vero ispiratore dello script, proviene. Anche questo è un film riuscito a metà, che si perde strada facendo. Una storia di formazione in cui si innesca un cambio di tono e di atmosfere che spezza la pellicola e richiama troppo all'appello pellicole come Il cappotto di Lattuada, I Vitelloni di Fellini e Luci del varietà. Ci sono però le prime avvisaglie di un comico grottesco che sarà il vero pepe delle sue sceneggiature.
Nel 2011, Bernardo Bertolucci gli offre di adattare il romanzo breve di Niccolò Ammaniti "Io e te", assieme a Francesca Marciano. La storia di due fratellastri, lontanissimi tra loro, che si ritrovano e si riavvicinano fisicamente e psicologicamente proprio quando cercano riparo dall'oppressiva realtà borghese della loro famiglia, viene tagliata, sminuzzata, ricostruita e incollata con risultati altalenanti. La difficoltà maggiore stava nel fatto che il materiale di origine non era di primissima qualità. Il romanzo di Ammaniti ha evidenti pecche letterarie, è pretenzioso, troppo melodrammatico e banale. Qualcuno, scherzosamente, scriverà che Bertolucci non era mai caduto così in basso. Ma la sceneggiatura è un raro caso in cui si rende possibile dire ad alta voce la frase: "Il film è meglio del libro". Nonostante alcune cose non combacino come dovrebbero e vi siano palesi problemi ritmici e di sostanza, Io e te ha ottimismo e speranza. E sta in piedi.
Un altro risultato apprezzabile è il sottovalutato Missione di pace (2011) di Francesco Lagi. Una commedia quasi farsesca sul difficile e comico rapporto tra un padre militare e un figlio pacifista, che scatena risate e mette in scena i tanti paradossi di un conflitto generazionale. Forse, uno dei più temerari film di questo autore che gioca con l'insidiosa attualità solo per il gusto di farci divertire come si deve.

Tv, romanzi e prove d'attore
Non si fa mancare le fiction e le miniserie. Da La piova 7 e 8 a Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu, fino a L'Ispettore Coliandro e The Young Pope . Poi dal suo romanzo "Questione di cuore" Francesca Archibugi trasporrà un omonimo film con Antonio Albanese e Kim Rossi Stuart nei rispettivi panni di uno sceneggiatore di successo e di un carrozziere del Pigneto che, dopo un attacco cardiaco, diventeranno amici.
Contarello si cimenta anche con la recitazione. Sono solo piccole parti. Camei in film di amici come in Caro diario (1993) di Nanni Moretti, Bidoni (1995) di Garrone o Il divo (2008) di Sorrentino.

Il David e i film di Sorrentino
Sorrentino che non solo, come già detto, lo dirigerà nell'atipica veste di attore, ma lo imporrà anche come suo sceneggiatore chiave. Con This Must Be the Place (2011) infatti, gli farà vincere il suo primo David di Donatello.
In coppia con il regista napoletano, il padovano Contarello riesce a tirare fuori un rapsodico sarcasmo e sfrutta l'intellettualismo e il lirismo che impregnano la sua scrittura per cesellare dialoghi ricchi di cattiveria. Uno script che nell'insieme è minimalista, leggero e stupefacente. Nasce un nuovo procedimento creativo che però, a dirla tutta, è ancora un po' zoppicante. Ci sarà tempo per imparare a mantenere in piedi le architetture narrative, cogliere nel segno senza lasciare nulla in sospeso ed evitare dettagli inspiegabili e scene ambigue? Forse. Forse, ma anche no, se poi questi difetti vengono sfruttari come impronta di un nuovo stile di scrittura.
È una cosa che si nota soprattutto nella Grande bellezza (2013). Una ricercatezza incontrollata, ambiziosa, misteriosa che però sa anche mortificare i grotteschi personaggi che affollano e vivono la Roma notturna, castigandoli e pugnalandoli con definizioni ridondanti e sentenziose. Un attestato di bravura che, rubando tutto ciò che poteva rubare da La dolce vita (la struttura narrativa disarticolata, la mancanza di coordinate temporali, il modello di partenza), ci regala momenti di poesia. Le citazioni sono tante. Céline, Dostoevskij, Flaubert, Flaiano. Veloci e crudeli come pugni allo stomaco. Il pubblico è sconcertato e dubbioso. La critica è spaccata. Ma l'Oscar è nelle mani di Sorrentino anche grazie a Contarello che viene remunerato presenziando e firmando altri progetti con quello che è ormai il suo più fidato regista: la miniserie prodotta da Sky The Young Pope e Loro 1 e Loro 2.

Oltre Sorrentino
Unica boccata d'aria (si fa per dire) dal cinema onirico e colossale di Sorrentino, Contarello la fa firmando il soggetto di Il vizio della speranza (2018) e la sceneggiatura del nuovo film di Salvatores Se ti abbraccio non aver paura.

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venerdì 20 maggio 2011
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mercoledì 8 aprile 2009
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