| Anno | 2022 |
| Genere | Azione, Avventura, Commedia, |
| Produzione | USA |
| Durata | 139 minuti |
| Regia di | Dan Kwan, Daniel Scheinert |
| Attori | Michelle Yeoh, Stephanie Hsu, Ke Huy Quan, James Hong, Jamie Lee Curtis Tallie Medel, Jenny Slate, Harry Shum Jr., Biff Wiff, Sunita Mani, Aaron Lazar, Craig Henningsen, Anthony Molinari, Panuvat Anthony Nanakornpanom, Efka Kvaraciejus, Audrey Wasilewski, Timothy Eulich, Daniel Scheinert. |
| Uscita | giovedì 6 ottobre 2022 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,67 su 30 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 3 febbraio 2023
Il film definitivo sul multiverso con le icone del cinema Michelle Yeoh e Jamie Lee Curtis dirette dal duo di registi visionari The Daniels. Il film ha ottenuto 10 candidature e vinto 7 Premi Oscar, 6 candidature e vinto 2 Golden Globes, 10 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 1 candidatura a British Independent, Il film è stato premiato a National Board, 13 candidature e vinto 5 Critics Choice Award, ha vinto 4 SAG Awards, 7 candidature e vinto 6 Spirit Awards, ha vinto un premio ai Writers Guild Awards, ha vinto un premio ai Directors Guild, ha vinto un premio ai CDG Awards, ha vinto un premio ai Producers Guild, a AFI Awards, 2 candidature e vinto un premio ai NSFC Awards, ha vinto 3 Critics Choice Super, In Italia al Box Office Everything Everywhere all At Once ha incassato 2,7 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Evelyn e il marito Waymond sono cinesi americani con una tipica impresa di famiglia: una lavanderia a gettoni. Sono però indietro con le tasse e devono presentarsi presso l'ufficio della IRS con vari documenti che giustifichino la detrazione delle spese. Della famiglia fanno parte anche il nonno materno Gong Gong e la figlia Joy, che è in una relazione lesbica mal digerita dalla madre. Nell'ufficio di Evelyn la banalità della sua vita viene travolta da una sconcertante missione: il multiverso è in pericolo e la donna, assumendo in sé le capacità delle proprie varianti da altri mondi, deve cercare di arrestare una misteriosa entropia cosmica.
Everything Everywhere All at Once sfida i Marvel Movie sul loro territorio narrativo con i mezzi del cinema indipendente e ne esce vincitore grazie alle molte soluzioni artigianali e all'affettuoso omaggio al cinema di Hong Kong.
Ci sono infatti le mani dalle dita giganti e amorfe che paiono uscite dai film di Michel Gondry e c'è il kung fu che fa uso di oggetti comuni come armi, dagli spazzoloni ai dildo, nello stile dei combattimenti slapstick di Jackie Chan. La sceneggiatura era infatti stata inizialmente scritta nel 2016 per Chan, ma poi i registi hanno preferito una protagonista femminile, più insolita e pure più al passo con i tempi, del resto Michelle Yeoh nelle arti marziali non è seconda a nessuno.
La "villain" è una Jaime Lee Curtis logorata da una vita nell'ufficio delle tasse, con tanto di pancia prostetica, ma che non manca di sfoderare la propria grinta. All'insegna del recupero di un cinema passato ci sono poi il mitico James Hong, reso immortale da Grosso Guaio a Chinatown e il sorprendente ritorno di Ke Huy Quan, alias Jonathan Ke Quan, attore vietnamita americano che da bambino aveva partecipato a Indiana Jones e il tempio maledetto e I Goonies. È invece quasi un esordio quello di Stephanie Hsu, che al cinema aveva avuto solo ruoli minori ed era per lo più nota per La fantastica Signora Maisel in Tv, dove interpreta Mei Lin, la nuova compagna di Joel.
Il casting guarda dunque molto agli anni 80 del cinema americano e punta sulla comunità asiatica, trasfigurando in senso eroico (ma pure comico e autocritico) la sua vita in America, assai più di quanto non abbia fatto Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli che invece si spostava presto in location lontane e in mondi fantastici.
Everything Everywhere All at Once lascia che la storia abbracci molte realtà diverse, come Doctor Strange nel multiverso della follia - che peraltro in America è uscito più o meno nelle stesse date invitando ulteriormente il confronto - ma riesce anche a mantenere il racconto nel mondo asiatico-americano, un po' come ha fatto il film della Pixar Red.
Everything Everywhere All at Once è diretto dai "Daniels" ossia da Daniel Kwan e Daniel Scheiner - registi di videoclip già fattisi notare con l'originalissimo Swiss Army Man - Un amico multiuso - ed è una scommessa dei fratelli Russo in veste di produttori.
Nel loro presentare varie realtà, i Daniels omaggiano anche Wong Kar-wai, con un universo in cui la protagonista è una star di un film che ha la stessa estetica di In the Mood for Love. Mentre in altri mondi toccano l'assurdo più assoluto, arrivando a protagonisti incarnati in pietre immobili, quasi fossimo in un film di Quentin Dupieux.
Quella dei Daniels è un'ambizione narrativa che non si ferma di fronte al budget e miscela riferimenti alti e comicità fisica, l'assurdità di un mondo dove si fanno le cose con i piedi e l'umorismo spudorato sulle penetrazioni anali, il tragico e il comico e soprattutto il fantastico e l'ordinario. Così Everything Everywhere All at Once riesce in un'impresa unica: imporre un immaginario originale, un modo di fare cinema cinefilo e popolare al tempo stesso, ricco di idee tanto di sceneggiatura quanto di messa in scena, senza rinunciare alla carica artigianale e sovversiva del cinema low budget.
L'hanno definito un «vortice anarchico di generi» (The New York Times), un mix impazzito di commedia nera, fantascienza, fantasy, film d'arti marziali e animazione. Naturalmente c'entrano i multiversi, una missione salva-mondo, la trasformazione di una donna comune in una eroina... Tutto quanto va di moda oggi, insomma, che un film dall'animo indie ma del destino mainstream come questo fonde con dispendio di intuizioni e possibilità.
Negli Stati Uniti, dov'è stato presentato al Festival di Austin South by Southwest, Everything Everywhere All at Once (cioè, «Tutto ovunque in una volta sola», titolo che più esplicativo non si potrebbe) è stato prima un successo di critica e poi, inaspettatamente e clamorosamente, anche di pubblico, raccogliendo qualcosa come 60 milioni di dollari di incasso (che arrivano a 89 se si allarga il dato a tutto il mondo).
Per la casa di produzione A24 - ormai un brand del cinema d'autore americano, qui arricchiato dalla presenza dei Russo Brothers come produttori - si tratta del maggior successo di sempre, superiore anche ad Hereditary (2018) di Ari Aster. Merito della formula creata dai due registi del film, i cosiddetti "Daniels", cioè Daniel Kwan e Daniel Scheinert, che hanno convogliato riflessioni esistenziali e soluzioni narrative generate dalla concezione degli universi molteplici, a partire dalla crisi di mezza età di una donna comune.
Protagonista del film è Evelyn Quan Wang, una cinese-americana che gestisce una lavanderia con il marito Waymond. Sull'orlo del fallimento finanziario e del divorzio, incapace di accettare l'omosessualità della figlia Joy, Evelyn viene a sapere da un'agente dell'agenzia delle entrate americane (interpretata da Jamie Lee Curtis) che in infiniti altri mondi esistono altre versioni di sé stessa e delle persone che ama coinvolte in altre forme di conflitto. In particolare, in uno di questi mondi, l'Alphaverse, dopo la morte della leader Alpha Evelyn il potere è stato preso da Jobu Topaki, ex Alpha Joy, cioè la versione alternativa della figlia di Evelyn, e tocca proprio a lei, a Evelyn, salvarlo dalla distruzione...
Da questa premessa nasce una trama intricatissima divisa in tre parti ("Everything", "Everywhere", "All at Once"), in cui Evelyn scopre altri mondi ancora (in uno le persone hanno hot dog al posto delle dita...) e impara a menare le mani, a sopravvivere ad assalti, a conoscere grazie al legame con gli altri universi i propri punti di forza e i punti deboli degli avversari.
Inizialmente pensato per Jackie Chan, il film è stato riscritto dai due registi e sceneggiatori pensando a una protagonista femminile e in particolare all'attrice malese-cinese Michelle Yeoh, mattatrice e forza della natura. Seguendo l'evoluzione del personaggio da donna dimessa a eroina sicura di sé, la trama costruisce una parabola esistenziale che dal nichilismo della relatività assoluta, attraverso per l'appunto un frullato di generi, stili, formati e sonorità (la musica è firmata da Son Lux, raffinato musicista indie newyorchese), arriva a celebrare l'unica certezza che rimane, e cioè la capacità di guardare e notare l'amore e la bellezza che ci circondano.
La morale, insomma, è molto semplice, ma a contare in Everything Everywhere All at Once - come del resto in buona parte del cinema americano, fondato, dai franchise alle serie tv a film come Wise Guy, sulla possibilità dei multiversi narrativi - è il percorso con cui ci si arriva: tortuoso, autoreferenziale, pasticciato, frullato.
Insomma, qua qualcosa non va: o sono io che sono rimbambita o questo film se non alla pari è anche peggio del terribile "Chicken Park". E come nel pasticcio orrendo di Calà qua non funziona nulla e tutto è buttato alla rinfusa come capita. Facile, troppo facile infilare mille citazioni, mille situazioni, colori ed effetti e scene varie, mescolare il tutto in uno shaker [...] Vai alla recensione »
Torna nelle sale Everything Everywhere All at Once, successo arraffa premi e incassi dei The Daniels (al secolo Daniel Kwan e Daniel Scheinert), fresco dell’investitura di undici nomination agli Oscar del prossimo 12 marzo.
Prodotto dai fratelli Russo, il film è un continuo andirivieni tra gli universi paralleli delle infinite vite di Evelyn Quan (Michelle Yeoh), che da proprietaria di una lavanderia a gettoni si ritrova a dover difendere il Multiverso da una minaccia oscura e terribile che presto potrebbe divorarlo.
Approfittiamo della riproposizione nei cinema per mettere mano agli appunti sulla vita, l’universo e tutto quanto presi a margine di Everything Everywhere All at Once. Si comincia.
Parte 1: Everything
Nella tavoletta VAT 6505 del Museo del Vicino Oriente di Berlino c’è scritto questo: “Il numero è 4;10. Qual è il suo inverso? Procedi come segue”. E, alla fine di una breve lista di operazioni, “Questo è il modo di procedere”. Già, questo era il modo di procedere delle civiltà mesopotamiche, che a partire dal 2.000 a.C. circa già tentavano di addomesticare i terreni trapezoidali, le eredità multiple e la costruzione di clessidre con una forma inconsapevole ma efficace di algoritmi. E cosa è un algoritmo? Una sequenza di calcoli precisi ed eseguibili, possibilmente con una fine, questo è un algoritmo.
Chissà quando hanno iniziato a buttare giù la lista di operazioni trans-universali gli abitanti dell’Alphaverse, l’universo che per primo ha scoperto l’esistenza dei suoi infiniti gemelli paralleli. È da qui che proviene Alpha Waymond (Jonathan Ke Quan), la versione homo superior di quel Waymond Wang (Jonathan Ke Quan, sempre lui) sempliciotto e dal cuore grande che da tanti anni è sposato con Evelyn.
Alpha Waymond e tutti gli altri Alpha del suo universo non sono la versione definitiva di noi stessi, ma il risultato di quel tentativo di canalizzare il senso del Multiverso – qualunque esso sia, anche soltanto la storia d’amore fra due persone – all’interno di una formula che tutti possono leggere, seguire ed eseguire. Questo è il modo di procedere per, a volte, non avere paura.
Chissà se qualcuno avrebbe scommesso qualcosa sulle 11 nomination agli Oscar di Everything Everywhere All at Once. Sono le stesse, per esempio, di Gandhi, Viale del tramonto, Il Padrino - Parte II, Amadeus, Chinatown, La mia Africa, Joker (guarda la video recensione) e West Side Story del 1961. E a questo punto il secondo lungometraggio diretto da the Daniels (Daniel Kwan e Daniel Scheinert) potrebbe essere il grande trionfatore della notte della 95esima edizione degli Academy Awards che si svolgerà il prossimo 12 marzo.
Comunque vada, per il film sarà un successo. Perché quando è uscito in sala per la prima volta a fine marzo negli Stati Uniti e poi per la prima volta in Italia il 6 ottobre scorso (tornerà la seconda volta il 2 febbraio) forse in pochi si sarebbero aspettati che sarebbe arrivato fino a questo punto.
Ovviamente è divisivo. C’è chi lo ha amato alla follia e c’è invece chi lo ha detestato. Al box office è andato alla grande. Costato circa 25 milioni di dollari, ne ha già incassati più di 100 in tutto il mondo e, al momento, rappresenta il più grande successo commerciale della A 24. Poi ci sono stati i Golden Globe: sei nomination e due premi vinti: Michelle Yeoh come Miglior Attrice Protagonista e Ke Huy Quan come Miglior Attore Non Protagonista.
E proprio già nella scelta del cast, Everything Everywhere All at Once, rispolvera un cinema recente ma comunque del passato che recupera contemporaneamente le geometrie wuxia di La tigre e il dragone ma anche il cocktail impazzito di generi di Grosso guaio a Chinatown attraverso le figure di Michelle Yeoh, protagonista proprio del film diretto da Ang Lee e James Hong (che interpreta il padre della protagonista) del film di John Carpenter.
Avresti mai pensato che un film su una donna che deve fare la dichiarazione dei redditi potesse essere folle, entusiasmante, delirante? Chi scrive non lo avrebbe mai immaginato. Fino a quando non ha visto Everything Everywhere All At Once.
Tutto in ogni dove, tutto insieme. Il titolo significa più o meno questo. E questo il film ci dà: black comedy, fantascienza, arti marziali, persino una storia d’amore. E riflessioni sul senso della vita. Tutto, in ogni dove, e tutto insieme. In un film lucidamente folle, che finisce, ricomincia, termina, riparte di nuovo, in una vertigine che ti trascina. Anche quando hai visto i titoli di coda, non sei mica sicuro che sia finita lì…
Un ufficio delle tasse e il multiverso. Una piccola lavanderia a gettone e i viaggi spaziotemporali. Una signora cinese dalla faccia qualunque e l’infinito, anzi i molti infiniti possibili. Sembra impossibile che tutto questo stia insieme. Eppure, lo fa. E lo fa partendo nel modo più dimesso, più in sordina – o più sordido – possibile: una donna di origini asiatiche che gestisce una lavanderia a gettoni. Con una figlia adolescente che non riesce più a comprendere, un padre anziano, un matrimonio ai titoli di coda. E un controllo fiscale che la attende.
Detto di passaggio, la signora – Michelle Yeoh – è una delle più grandi star del cinema asiatico d’azione, protagonista de La tigre e il dragone di Ang Lee; il marito – Jonathan Ke Quan – è stato il primo attore bambino asiatico di successo a Hollywood, nel ruolo di Shorty, il compagno di avventure di Harrison Ford in Indiana Jones e il tempio maledetto, e in quello del piccolo inventore ne I Goonies, poi rimasto lontano dal grande schermo per quasi quarant’anni, per andare a studiare all’università, imparare quattro lingue e tornare al cinema come coreografo di arti marziali sui set. E il nonno Gong Gong è James Hong, il perfido Lo Pan di Grosso guaio a Chinatown e di Blade Runner. Mentre la severa impiegata dell’agenzia delle Entrate è Jamie Lee Curtis, Leone d’oro alla carriera a Venezia appena l’anno scorso: ci metti un attimo a riconoscerla, truce, disfatta, a mezza via fra Hulk e uno zombie.
Sembra una commedia familiare? Eh, certo. È che da lì il film accelera come quegli aerei da guerra che decollano praticamente in verticale.
Da qui in poi, è lucidissima follia. Orchestrata dai fratelli Anthony e Joe Russo in veste di produttori – sono i registi di Avengers: Endgame (guarda la video recensione) e di un paio di Captain America – e da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, ovvero The Daniels, alla regia. E finisci, tu spettatore, in un caos senza fine: perché la protagonista viene proiettata da un mondo all’altro, grazie al “salto tra universi”. E ritrova delle se stesse diverse, delle vite differenti: finisce sul red carpet di Hong Kong o in un canyon deserto. Evelyn scoprirà di aver vissuto mille vite diverse, o di viverle in quello stesso istante.
Anzi: scoprirà che “quella” Evelyn, la triste donna dal matrimonio finito e dagli infiniti oblò della lavanderia a gettone che gestisce, non è che quella finita peggio, di tutte le Evelyn possibili. Ma ci sono tutte le altre, tutte le Evelyn possibili: una cantante d’opera, una star delle arti marziali – e con un gioco di cinema nel cinema, vediamo filmati della “vera” Michelle Yeoh sul red carpet di Crazy Rich Asians – e molte altre Evelyn.
Mettere il cinema al centro del gioco. Guardare alle quasi infinite possibilità che le serie offrono, e scegliere invece il grande schermo per intessere una delle trame più pazze, disordinate, senza capo né coda, complesse, sofisticate che solo il cinema, appunto, può contenere.
Perché se Everything Everywhere All At Once, presentato in anteprima mondiale nel marzo scorso al festival texano “South by Southwest” prima di ottenere un grande successo di pubblica e di critica (ha attualmente un punteggio del 95% su RottenTomatoes), gioca con lo spazio e il tempo, quindi il multiverso, il formato scelto, limitato ma non sintetico, è un gesto politico in un’epoca di dilazione dei contenuti.
I Daniels, al secolo Daniel Kwan e Daniel Scheinert accompagnati come produttori dai fratelli Russo e dal marchio più cool del momento, A24, scelgono di comprimere – si fa per dire – nei 139 minuti di film (ma c’era già tutto il loro stile nel videoclip di otto anni fa, 3 minuti e mezzo assolutamente da vedere, di ‘multiverso’ verticale e condominiale a corredo del pezzo “Turn Down for What” di DJ Snake e Lil Jon) una narrazione che sembra sfondare il nostro universo, aprendosi a infinite possibilità, mentre poi alla fine, a ben vedere, si limitano quasi unicamente a raccontare l’armonia, prima perduta e poi riconquistata, di una famiglia.
Addirittura il bene più prezioso al mondo? Ognuno la può pensare come vuole ma qui si tratta ‘solo’ di amplificare e di ingigantire qualcosa che in un altro cinema verrebbe raccontato in due camere e cucina. Così la protagonista di origine cinese Evelyn Wang (Michelle Yeoh in stato di grazia) che gestisce una lavanderia a gettoni diventa il deus ex machina attorno a cui ruota tutta la famiglia che, grazie al metaverso più colorato e caleidoscopico che possiamo immaginare, ricompone le sue varie possibilità di vita e, con esse, quelle della figlia adolescente omosessuale (Stephanie Hsu), del marito (Ke Huy Quan, ve lo ricorderete in Indiana Jones e il tempio maledetto e ne I Goonies) sensibile sognatore che mette gli occhi alle buste piene di vestiti della lavanderia «perché così sono più felici» ma è (in)deciso a chiedere il divorzio e di suo padre un po’ rinco (James Hong, grandissimo caratterista) però sempre lucido nel non perdere occasione per rinfacciare al figlio di aver lasciato la Cina natale. Non c’è mai pace dunque per chi sceglie di migrare.
Il plot cerca di confonderci con la divertente sottotrama dell’ispezione del fisco alla lavanderia con l’impiegata untuosa e kafkiana splendidamente interpretata da Jamie Lee Curtis, ma Everything Everywhere All At Once è la quintessenza della seconda (o terza) possibilità che ogni nostra vita, seppur piccola, meriterebbe.
Lo statuto del film racconta di ciò che saremmo voluti essere, di ciò che saremmo potuti essere. E i registi fanno carte false pur di concedere l’illusione che tutto, in tutte le parti, allo stesso tempo, sia possibile. L’aspetto visivo è dunque ipertrofico, gioca sull’accelerazione che si trasforma in accumulazione senza però disdegnare dei poetici momenti quasi al ralenti pieni di grazia e di tenerezza, utilizza il cinema nei suoi (in)utili cambi di formato, fino a immaginare un’animazione superpop e, infine, spingere il piede sul tasto delle citazioni, da 2001: Odissea nello spazio (guarda la video recensione) a In the Mood For Love a Ratatouille, ma con un occhio all’universo frammentato dei video di YouTube.
C’è poi il tributo al musical, con le coreografie delle scene d’azione che non sfruttano mai la violenza ma, anzi, la smontano sempre anche perché – teorizzano i Daniels – “a noi piacciono i film d’azione, non la violenza”. E l’azione è mossa quasi esclusivamente dal gusto per il gioco che finisce per rendere Everything Everywhere All At Once un film libero. Estenuante e estenuato nella sua irregolare tripartizione narrativa che lascia spazio a un caos molto ordinato. Un’originale anarchia piena di regole.
È il 1997 quando il pubblico internazionale la scopre ‘ammanettata’ a Pierce Brosnan (Ildomani non muore mai). Un Bond di più e una mano tesa verso la Cina, dove Michelle Yeoh è già una star. Se Brosnan assicura la flemmatica continuità di Bond, Yeoh soffia un’aria nuova e affronta gli avversari ad armi pari.
Nata in Malesia nel 1962, l’attrice esplode negli anni Ottanta, diventando con Maggie Cheung uno dei volti faro del cinema d’azione hongkonghese. Diretta da Sammo Hung (Bambole e botte), David Chung (Caccia spietata, Magnificent Warriors), Stanley Tong (Supercop) o Johnnie To (The Heroic Trio e Executioners), Michelle Yeoh è dinamismo e astrazione insieme, un’attrice credibile nel dramma intimo (The Lady) e nello scontro epico (La Tigre e il Dragone).
Regina di levità e grazia, rivela le sue capacità atletiche nei film di arti marziali, l’equivalente asiatico dei musical. E il suo è davvero un corpo che balla, che sfida la forza di gravità, correndo verticalmente sui muri, volando dentro foreste di bambù e posandosi in perfetto equilibrio su un ramo. Ballerina classica di formazione, studia ‘coreografia’ a Londra e corre al cinema a vedere tutti i film di James Bond. Ma “il domani non muore mai” e può aspettare.
Al debutto degli anni Ottanta diventa Miss Malesia ed è corteggiata ‘dalla pubblicità’. Il suo primo spot, girato a Hong Kong, segna il suo destino di attrice. Il suo partner è Jackie Chan ed è subito kung fu. O quasi. Assoldata dalla D&B Films, interpreta l’infermiera, l’assistente sociale, l’insegnante che si prodiga per il prossimo e viene invariabilmente minacciata dai cattivi di turno, fino a stufarsi e passare letteralmente all’azione. Apprende le arti marziali e si allena dodici ore al giorno per padroneggiare i movimenti e le regole del combattimento cinematografico, colpire l’avversario senza rompergli le ossa. Supercop le vale l’ammirazione incondizionata di Quentin Tarantino e un biglietto di sola andata per Hollywood, dove elabora uno ‘stile’ proprio e lontano da un genere codificato come il wuxiapian. Del resto il talento ‘marziale’, che l’ha resa celebre e la rende immediatamente riconoscibile non è la sola qualità di Yeoh, capace di creare ponti tra più storie e più mondi.
Uno shaker audiovisivo folle e forsennato, un marasma di generi e toni in cui si alternano pulsioni nichiliste, melensaggini da soap per famiglie, gag demenziali e combattimenti di kung fu semi parodici. Il trionfatore assoluto dei recenti Oscar "Everything everywhere all at once" ("Tutto, ovunque, nello stesso tempo" che noi invece chiameremmo "troppo, sempre, troppo in fretta") non è nient'altro [...] Vai alla recensione »