| Titolo originale | The Dead Don't Die |
| Anno | 2019 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | USA |
| Durata | 103 minuti |
| Regia di | Jim Jarmusch |
| Attori | Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Chloë Sevigny, Steve Buscemi Danny Glover, Caleb Landry Jones, Rosie Perez, Iggy Pop, Sara Driver, Rza, Carol Kane, Selena Gomez, Tom Waits, Eszter Balint, Maya Delmont, Taliyah Whitaker, Jahi Di'Allo Winston, Kevin McCormick (II), Sid O'Connell, Larry Fessenden, Jodie Markell, Rosal Colon, Austin Butler, Luka Sabbat, Sturgill Simpson, Charlotte Kemp Muhl. |
| Uscita | giovedì 13 giugno 2019 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Universal Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,96 su 50 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 10 luglio 2019
I morti sembrano doversi vendicare di una piccola cittadina di provincia. In Italia al Box Office I morti non muoiono ha incassato 589 mila euro .
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L'abuso spropositato delle risorse del pianeta ha provocato la frattura della calotta polare e lo spostamento dell'asse terrestre, scambiando il giorno con la notte e risvegliando i morti dal riposo eterno. A Centerville, da qualche parte in Ohio, il mondo chiede il conto agli uomini, divorati nei diner, dentro i motel 'old school' alla Psyco, nei centri di detenzione, nelle fattorie, nelle stazioni di servizio. A difendere l'ordine e la cittadina ci sono soltanto Cliff Robertson, capo della polizia di Centerville, Ronnie Peterson, agente che sembra sapere tutto di zombie e di eradicazione dei morti-viventi, e Mindy Morrison, poliziotta fifona che vorrebbe tanto fuggire lontano. Attaccati alle loro fissazioni terrene (caffè, Chardonnay, telefonini, chitarre, antidepressivi...) e risoluti a divorare ogni essere vivente, gli zombie dovranno vedersela anche con Zelda Wiston, impresaria di pompe funebri e virtuosa della katana. Spade o fucili, le cose volgono al peggio, a meno di non essere di un altro mondo...
Sei anni dopo aver immaginato dei vampiri decadenti e misantropi (Solo gli amanti sopravvivono), disattivando tutte le convenzioni del genere, i vampiri non gli interessavano come predatori ma come immortali, spettatori di quel tempo immobile che è l'eternità, Jim Jarmusch realizza una commedia sui morti viventi e conferma l'orrore che gli ispira il mondo contemporaneo. Un mondo che non ha più niente da offrire. I suoi migliori frutti sono già stati colti.
Se ieri a Detroit il vampiro di Tom Hiddleston esibiva quei frutti come vestigia di una civiltà scomparsa, oggi a Centerville lo zombie di Iggy Pop 'incarna' le vestigia degli uomini materialisti. Sulle note di Sturgill Simpson, la cui canzone presta il nome al titolo originale ("The Dead Don't Die"), e sul filo delle referenze (Don Siegel, George A. Romero, Samuel Fuller, Robert Kirkman, Frank Darabont, Ruben Fleischer) avanzano Bill Murray, Adam Driver e Chloë Sevigny, habitué maggiori e cool dell'autore americano. Ma sotto una luna tenace e le disfunzioni inspiegabili che annunciano la fine del mondo, si trascinano lenti e spaventosi altri fedelissimi di Jarmusch come RZA, Iggy Pop e Tom Waits, tre musicisti che non esitano a lasciare il microfono per fare il (suo) cinema.
Se Tom Waits, uomo dei boschi, è il solo autorizzato a osservare la catastrofe senza esserne travolto, Iggy Pop, già autentico morto vivente del punk (Gimme Danger), si aggiudica la piena decomposizione della carne. Prima volta invece per Selena Gomez, che incarna una giovinezza che vorrebbe scampare l'apocalisse apparecchiata dalle generazioni precedenti. Su un pianeta dove tutto è fottuto, Jim Jarmusch esercita un'ironia irresistibile e rivela daccapo uno stile che si fa morale e visione del mondo.
Come la sua coppia di vampiri guarda l'umanità cadere e applica ai suoi zombie la vecchia ricetta della decollazione dopo averli risvegliati nella maniera più classica, grattando la terra fino a emergere una mano. Jarmusch dichiara subito il partito preso della tradizione in un dialogo tra Bill Murray e Adam Driver che hanno appena scoperto due cadaveri mutilati. "A cosa pensi?", domanda il primo. "Penso agli zombie", risponde convinto il secondo. Oltre a donare il tono del film, ironico e imperturbabile, questo scambio di battute assomiglia a una dichiarazione d'intenzione. Cosciente di partecipare al (gran) ritorno dei morti viventi sul grande e sul piccolo schermo, l'autore rinvia lo spettatore alle sue abitudini per poi spiazzarlo.
Se lo strappo al genere è meno incisivo di quello hip hop di Ghost Dog o quello rock di Solo gli amanti sopravvivono, I morti non muoiono continua ad abbracciare la pop cultura rivelandone l'inaspettato. Questa volta si tratta di zombie, i personaggi più 'desti' e apprezzati del cinema horror, terreno minato e insieme conquistato da Jim Jarmusch. Minato perché i fan dei morti viventi non amano troppo che ci si prenda delle libertà con queste creature, conquistato perché la figura del morto vivente è onnipresente nella sua filmografia.
Dal vagabondo di Permanent Vacation al killer solitario di The Limits of Control, i suoi eroi sembrano alla ricerca di un nutrimento sempre insufficiente. Ricercato vivo o morto era anche il William Blake di Johnny Depp nel western mistico del 1995 (Dead Man). E non si contano i numerosi revenants (torna pure Tilda Swinton) di I morti non muoiono, farsa ridondante di un mondo troppo vecchio. Perché alla maniera di Paterson le rime interne e le ripetizioni sono ancorate alla banalità di una smalltown senza qualità dove i vivi sono sovente più morti e viceversa.
Film di apertura del 72esimo Festival di Cannes, The Dead Don't Die di Jim Jarmush porterà in Costa Azzurra gli ospiti più sgraditi in assoluto: i morti. Morti viventi e cattivissimi, come nella migliore tradizione dei film di genere, affrontati da uno sgangherato manipolo di star destinate (con estrema probabilità) a fare una brutta fine: Bill Murray e Adam Driver, Iggy Pop e Tilda Swinton, tutti in fila in attesa del morso fatale in un film che promette di rinnovare - smontandolo dall'interno - un genere antico quanto la storia del cinema. E più appetibile di quanto si possa pensare.
Se per Jim Jarmush l'incontro con gli zombie non è una prima volta, almeno nel campo dei "classici" dell'orrore (nel 2013 c'era stato il precedente vampiresco di Solo gli amanti sopravvivono), il fascino delle tenebre ha conquistato negli ultimi anni anche altri autori la cui poetica non è legata - necessariamente - alla paura.
Solo per ricordare l'esempio più recente, in territorio italiano, è impossibile non citare l'operazione Suspiria di Luca Guadagnino, remake/reboot del classico di Dario Argento a base di streghe, rituali demoniaci e possessioni, passato in concorso a Venezia 75 con gran chiasso mediatico e poche soddisfazioni. Ma un assaggio di horror, in chiave fantasy e grottesco, era stato già tentato da Matteo Garrone nel 2015, che con Il racconto dei racconti - in concorso a Cannes, e con identica sfortuna critica - aveva rispolverato le pagine più oscure de "Lo Cunto de li Cunti", tra cuori di draghi, streghe in cerca dell'eterna giovinezza e mostri allevati tra i muri di casa. E mentre Garrone promette di fare del suo prossimo Pinocchio "una favola horror per bambini", è atteso per questa estate il ritorno alle tenebre di Pupi Avati con Il Signor Diavolo, diabolica discesa all'inferno a 43 anni di distanza da La casa dalle finestre che ridono.
Capita spesso, poi, che l'incursione nel genere di un regista non di genere provochi un risultato inaspettato, deflagrante, persino rivoluzionario: capitò nel 2008 con i vampiri di Lasciami entrare dello svedese Tomas Alfredson (La Talpa), pratico di thriller e neofita dell'horror, e nel 2014 con gli spiriti maligni di Babadook di Jennifer Kent, esordio folgorante di una regista interessata (per il momento) ad altro. Senza andare troppo indietro nel tempo basti ricordare che il primo ad accendere la miccia del gran ritorno degli zombi, nel 2002, fu il Danny Boyle di Trainspotting e The Millionaire, con l'apocalittico 28 giorni dopo.
E tra i primi a rivalutare i vampiri, sia pure nel film di un altro (Robert Rodriguez), fu il Quentin Tarantino sceneggiatore di Dal Tramonto all'Alba: lo stesso Tarantino che oggi vagheggia di dirigere "un horror davvero spaventoso, come L'Esorcista". E chissà che i tempi, per lui, non siano maturi.
Lenti, veloci, senzienti o irrazionali, tutti accomunati da da un tratto: sono morti, ma sembrano vivi. Creature del folklore haitiano (la parola stessa, "zombi", deriva dal creolo haitiano "zonbi"), i morti viventi sarebbero - secondo le leggende caraibiche - creature vittime di un incantesimo operato da alcuni sacerdoti, detti bokor, in grado di catturare l'anima di una persona costringendola a una sorta di letargia simile alla morte. Legata a doppio filo alla pratica del voodoo, la creatura controllata dal bokor è inerte, ciondolante, priva di anima e perciò capace di qualsiasi efferatezza: non è un caso che il primo film dedicato all'argomento, L'isola degli zombies del 1932 di Victor Halperin, con Bela Lugosi protagonista, sia ambientato proprio a Haiti.
Ma se la natura degli zombi caraibici non era necessariamente maligna - gli schiavi dei bokor venivano usati essenzialmente per lavorare, sfruttati nelle piantagioni di zucchero - è con George Romero, e il suo La notte dei morti viventi del 1968, che si plasma nell'immaginario occidentale la figura del morto che ritorna: affamato, arrabbiato e nato per punire, più o meno metaforicamente, i vizi del capitalismo moderno. Da allora, pur declinato in molteplici versioni (figli di un'epidemia, come in Train to Busan o REC; generati da un incidente ne Il ritorno dei morti viventi; evocati dal Necromicon, grande classico de L'Armata delle Tenebre; più veloci di una gazzella in 28 giorni dopo; lenti e implacabili, come in ogni film di Romero) gli zombi sono stati, senza eccezioni, villain senza ritorno. Chissà che Jarmush, con il suo The Dead Don't Die, non riesca persino a redimerli.
Innumerevoli sono le risorse a disposizione per chi voglia farsi una cultura sui morti viventi senza limitarsi ai film che il cinema, dal 1932 a oggi, ha prodotto. Nel campo dei libri tre sono i titoli imprescindibili: il "reportage" World War Z di Max Brooks (autore anche del geniale Manuale per sopravvivere agli zombie), il folle remake Orgoglio Pregiudizio e zombie di Seth Grahame Smith (da Jane Austen) e il completo manuale The Zombie Book - The Encyclopedia of the Living Dead di Nick Redfern.
Attraversando velocemente il fumetto (dall'italiano Dodici di Zerocalcare a Blackgas di Warren Ellis, fino all'arcinoto The Walking Dead di Robert Kirkman), gli zombi sono protagonisti gettonati anche nei videogiochi, essenza stessa della saga di Resident Evil, carne da macello nel multiplayer di Left 4 Dead e ironica controparte di Piante contro Zombi, cult arrivato quest'anno a compiere dieci anni. Star del piccolo schermo dal 2010 con la saga seriale di The Walking Dead, gli zombi esistono anche nel mondo reale: succede nelle zombie walk, sfilate di morti viventi in costume, nate negli Stati Uniti nei primi anni 2000 e diffuse oggi anche in Italia (Lucca Comics and Games, novembre).
Lo zombie-movie secondo Jarmusch,che ha ricevuto pareri poco entusiasti dalla critica e scontentato buona parte del pubblico(flop clamoroso in patria).Piuttosto immeritatamente perchè il film è pienamente nelle corde del regista(che sceneggia e compone le musiche col suo gruppo "Squrl").Stralunato,con un cast simpaticamente straniato(con una Swinton davvero memorabile e i fedelissimi [...] Vai alla recensione »
Esiste una cultura zombi? Forse è questa la domanda che bisogna farsi per capire dove va a parare Jim Jarmusch con il suo nuovo I morti non muoiono. Il film, presentato al Festival di Cannes 2019 come proiezione di apertura, ha già spaccato in due il pubblico degli appassionati di Jarmusch. Chi trova quest'ultimo capitolo della sua carriera in linea con gli ultimi, malinconici racconti cinefili (in particolare Solo gli amanti sopravvivono, cui sembra apparentarsi fin dalla titolazione, e Paterson, che condivide l'attore principale Adam Driver) è in contrasto con chi si chiede perché il cineasta americano mostri questa volta tanta svogliatezza.
In effetti, grazie al big bang innescato da George A. Romero (ampiamente e un po' scolasticamente citato in I morti non muoiono), gli zombi sono diventati non solo un oggetto di culto collettivo ma anche un immaginario estremamente versatile, adatto a ogni tipo di prodotto (cinematografico e seriale) e soprattutto duttile anche per scorribande ironiche.
Parodie come L'alba dei morti dementi o Benvenuti a Zombieland sono solamente la punta dell'iceberg di un vastissimo sottobosco di pellicole a metà tra horror e commedia o del tutto, anarchicamente, farsesche. A ben pensarci, il morto vivente (con il suo modo claudicante e scervellato di procedere) contiene fin da subito il raccapricciante e il comico. Non è un caso che Michael Jackson e John Landis abbiano invertito l'idea e portato questi sgraziati cadaveri a muoversi armonicamente in uno dei balletti più belli della storia del videoclip, con 'Thriller'.
I morti non muoiono lavora nella stessa direzione e fin dal primo apparire della locandina e del trailer ha suscitato l'interrogativo di come Jarmusch avrebbe affrontato il tema. In particolare: come avrebbe fatto a distinguersi dai ben noti predecessori umoristici per farne un oggetto personale e - si perdoni il neologismo - "jarmuschiano"? A dire la verità, si fa molta fatica a rispondere. Ci sono davvero poche varianti che il regista sembra aver rinvenuto, anzi - se dovessimo giudicarlo solamente in base al grado di inventiva, irriverenza o riappropriazione dell'immaginario zombi - I morti non muoiono sembra decisamente un passo indietro rispetto alle variazioni più iconiche del sotto-genere.
L'impressione è che Jarmusch abbia schierato la formazione tipo del suo cinema del passato e del presente (da Bill Murray a Tilda Swinton, da Tom Waits a Iggy Pop) per attraversare l'apocalisse post-mortem con lo stesso atteggiamento catatonico e surreale di sempre. Questa volta, però, la filosofia del cazzeggio non basta, e pare anzi riemergere a sorpresa quel piccolo demone che sembrava scomparso dalle sue opere della maturità - ovvero la tendenza a compiacersi del racconto come puro aneddoto tra amici che si sono ritrovati sul set, o la scorciatoia di capitalizzare pigramente gli aspetti più noti della sua estetica, magari per accontentare lo zoccolo duro dei sostenitori.
Tornando alla domanda iniziale, quindi, il problema di I morti non muoiono sembra proprio quella di non prendere sul serio la cultura zombi. O forse di non conoscerla affatto (come sembrerebbe da alcune interviste rilasciate da Jarmusch). Ma, come ci insegna un maestro come Mel Brooks fin dai tempi di Frankenstein Jr., la cultura di riferimento bisogna conoscerla e amarla per potersi "permettere" di prenderla per i fondelli nel modo più convincente.
Tutto comincia con un pollo. Un contadino della contea di Centerville ne denuncia la scomparsa. Due poliziotti indagano sul fattaccio. Il pubblico già sa che dietro c' è uno zombi. Ma cos' è uno zombi? È uno che ritorna, un non morto. E ovviamente il primo a tornare è il genere stesso. Che per altro non è mai morto, ma al contrario si è evoluto. COME RICORDA Jarmusch stesso nelle sue varie interviste [...] Vai alla recensione »