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Ultimo aggiornamento venerdì 1 giugno 2018
Argomenti: Auto da corsa
Un'agente dell'FBI va all'inseguimento di due criminali che stanno organizzando un furto durante una gara Nascar. In Italia al Box Office La Truffa dei Logan ha incassato nelle prime 3 settimane di programmazione 753 mila euro e 308 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Jimmy Logan, ex quarterback con una gamba offesa, e Clyde Logan, veterano dell'Iraq senza un braccio, decidono di organizzare una rapina. Separato dalla consorte e licenziato dal boss l'uno, single con pub l'altro, i Logan vivono nell'America rurale, collezionano una sfortuna eterna e perpetuano una maledizione familiare. Ma quella superstizione, esemplificata dal corso disastroso delle loro esistenze, diventa la loro chance: una buona copertura (chi accuserebbe mai due storpi?) e una buona occasione (giunti a questo punto, i Logan non hanno niente da perdere).
Regista della squadra offensiva, Jimmy recluta col fratello, la sorella Mellie, impiegata in un negozio di parrucchiere, e Joe Bang, il miglior scassinatore del Paese detenuto nel carcere locale. Concessa creativamente l'ora d'aria a Joe Bang, l'obiettivo è rubare l'incasso di una prestigiosa gara NASCAR.
Dopo un impossibile addio al cinema (quattro anni fa) e una riconversione ragguardevole alla serie (The Knick), Steven Soderbergh ritorna (alla) grande in sala. Affondato nell'America repubblicana, dove una folle quasi esclusivamente bianca si leva intonando "America the Beautiful" prima di una corsa automobilistica, le ragazzine sognano di diventare reginette di bellezza e la copertura medica lascia a desiderare, La truffa dei Logan segna la fine della sua assenza e guadagna al suo cinema l'oscillazione emozionale e politica. Ma cominciamo dal piacere. Dalla ballata di apertura alla 'bicchierata' finale, c'è un entusiasmo comunicativo che attraversa La truffa dei Logan.
L'entusiasmo di filmare, di raccontare, di avere scelto quegli attori, di commettere l'ennesima rapina. Benché sia terreno di conquista, Soderbergh non (si) ripete mai. Perché il furto faraonico, condotto senza tempi morti, racconta un'altra cosa: il quotidiano di un'America profonda che può contare ormai solo su stessa per uscire dal ristagno economico e sociale. Interrogandosi sottilmente sulla linea che separa la stupidità dalla genialità, Soderbergh adotta con affetto franco due fratelli spezzati dalla vita.
L'autore si affida volontariamente alle apparenze goffe dei suoi personaggi per salutare meglio il gesto virtuoso di un'impresa in apparenza impraticabile. Così se i fratelli Logan appaiono al debutto la caricatura dei looser del Sud profondo, il disoccupato storpio lasciato dalla moglie, il barman monco e la shampista del paesino remoto, i nostri si rivelano in corsa dei winner competenti. L'idiota, d'altra parte, non è figura di predilezione dell'autore che cambia la categoria sociale dei suoi eroi e rigenera l'heist-movie. Appesi al chiodo i professionisti in abito sartoriale di Ocean, Soderbergh pesca in West Virginia, lavorando lungo orizzonti più reali e contemporanei. Quello che da principio sembra un film di rapina regolato come un orologio ben oliato, finisce per svelare coi trucchi che nasconde la dimensione che fa la differenza.
La differenza tra numero virtuoso e commedia alta. La differenza tra il piccolo commercio e la grande arte. La truffa dei Logan sembra un film come gli altri, si sforza di essere come gli altri, si diverte ad essere più degli altri, recitando l'ordinario e rendendo impossibile distinguere nei personaggi la nullità e la prodezza. All'impavido e geniale fratello di Adam Driver risponde il duro ossigenato e sbrecciato di Daniel Craig, che prende la sua immagine in contropiede. Al centro il solido e opaco Channing Tatum, portatore di una carica emozionale propriamente fordiana, e alla guida la sorellina Logan di Riley Keough. Un mucchio selvaggio che domina con virtuosità le rispettive disabilità, una banda di stereotipi che l'autore estrae dalla realtà e su cui costruisce il suo film. Se in Bubble filmava le stesse persone come marziani, in La truffa dei Logan manifesta un'empatia, la più sincera, che non esclude mordente e lucidità politica. Dietro alla facciata e al prisma del divertissement, alla cultura popolare e al suo folklore, ai concorsi per Miss e alle kermesse a quattro ruote, La truffa dei Logan è un'apologia dell'alterità e della sovversione sparata contro i prepotenti attraverso i tubi pneumatici. La riuscita del film nasce dalla dialettica tra la ripugnanza per un Paese votato all'eccesso e l'affezione per la (sua) gente, compresa quella che abita nel Sud rurale, bastione di tutti i conservatorismi. In faccia a una realtà che è impossibile ignorare e di cui l'elezione di Trump è il fatto più evidente, Soderbergh sceglie un cinema di denuncia (la disintegrazione del movimento sindacale, la deindustrializzazione, il fallimento del sistema sanitario) e insieme di diplomazia, che non riposa più sul riconoscimento di una frattura irreparabile tra le diverse Americhe e frequenta i fossati che le dividono. A immagine dei suoi personaggi, Steven Soderbergh è pieno di risorse.
Riusciranno i fratelli Logan, con l'aiuto di un'improbabile banda, a portare a termine la rapina del secolo, nonostante la "maledizione" che perseguita la loro famiglia? Il film è ben congegnato e ha dalla sua dei personaggi (perdenti) costruiti alla perfezione, e intrepretati da un ottimo cast, con una citazione speciale per Daniel Craig e Hilary Swank, e un'ottima ambientazio [...] Vai alla recensione »
Steven Soderbergh è conforme ai ritratti che i suoi film disegnano: inafferrabile, contraddittorio, furfante, frivolo. Adolescente e molto prima di Sesso, bugie e videotape, che gli vale a ventisei anni la Palma d'oro a Cannes, Steven Soderbergh aveva risolto l'equazione più complessa della vita: come diventare se stesso. All'equazione esistenziale aveva trovato una soluzione limpida: fare esattamente quello che desiderava. Del resto la scena fondatrice del cinema di Soderbergh è la sequenza di apertura di Out of Sight. George Clooney, uscito fresco di prigione e vestito per l'occasione, un colloquio per "un lavoro di merda con un salario di merda" gli assicura il suo reclutatore, si congeda furioso, togliendosi la cravatta e scagliandola via con rabbia. Non andrà mai più contro i suoi desideri e farà solo quello che ama: rapinare banche. Girare film è tutto quello che vuole invece Soderbergh, tutto quello che gli riesce bene. Ma nel corso della sua carriera le cose si complicano e il suo desiderio oscilla tra prendere o lasciare. Assumere fino in fondo la propria vocazione di autore, nutrendo l'appetito con la sperimentazione, o abdicare il proprio istinto, volgendo altrove l'energia?
Sono passati sei anni da quando il regista americano ha dichiarato la sua intenzione di smettere col cinema. Promessa fatte a più riprese e (per fortuna) mai mantenuta. Irrequieto e incontinente non nasconde alla stampa il bisogno incoercibile di distruggere tutto e ricominciare da zero, il desiderio di reinventare il linguaggio del cinema, di trovare una nuova narrazione.
Il risultato della sua nevrosi artistica è una filmografia complessa che abbraccia tutti i generi (SF, polar, action, film storici o sperimentali, biopic prestigiosi, porno-soft, adattamenti letterari), sperimentando tutti i formati (videocamera, HD, 35 mm, etc), girando in tre giorni con un budget ridicolo e attori sconosciuti (Bubble) o realizzando blockbuster corredati di cast a cinque stelle (Ocean's Eleven). Per quanto ci provi, confessando con candore lo sforzo di scampare al virus potente della realizzazione, Soderbergh è decisamente inguaribile e pronto, sempre pronto, a (ri)sorgere là dove non ce lo aspettiamo. Così dopo aver archiviato una manciata di film senza risonanza ed essere rimontato in sella nel 2012 con Magic Mike, cambia direzione, rinuncia al cinema e si consacra alla televisione (The Knick). Fino a La truffa dei Logan almeno.
I Logan sono una famiglia di sfigatissimi white trash della West Virginia. Jimmy (Channing Tatum), un tempo promessa del football, è rimasto zoppo, è diventato minatore e adesso lavora in un cantiere sotto un mega autodromo. Il fratello barista Clyde (Adam Driver) ha perso una mano in Iraq. E la sfortuna li perseguita da generazioni. Piccoli delinquenti da ragazzi, i due Logan tentano il colpo grosso: [...] Vai alla recensione »