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sabato 15 maggio 2021

Isabelle Huppert

Lady noire

Nome: Isabelle Ann Huppert
68 anni, 16 Marzo 1953 (Pesci), Parigi (Francia)
occhiello
...Sognano di avere cose che non hanno, e si confortano con il bene e con il male. Ma poi al mattino sarà tutto svanito.
dal film La pianista (2001) Isabelle Huppert  Erika Kohut
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Isabelle Huppert
Golden Globes 2017
Nomination miglior attrice in un film drammatico per il film Elle di Paul Verhoeven (II)

London Critics 2017
Nomination miglior attrice per il film Le cose che verranno - l'Avenir di Mia Hansen-Løve

London Critics 2017
Premio miglior attrice per il film Le cose che verranno - l'Avenir di Mia Hansen-Løve

Premio Oscar 2017
Nomination miglior attrice per il film Elle di Paul Verhoeven (II)

Cesar 2017
Nomination miglior attrice per il film Elle di Paul Verhoeven (II)

Cesar 2017
Premio miglior attrice per il film Elle di Paul Verhoeven (II)

Festival di Locarno 2017
Premio pardo per la miglior attrice per il film Madame Hyde di Serge Bozon

European Film Awards 2017
Nomination miglior attrice europea per il film Happy End di Michael Haneke

Critics Choice Award 2017
Nomination miglior attrice per il film Elle di Paul Verhoeven (II)

Spirit Awards 2017
Nomination miglior attrice per il film Elle di Paul Verhoeven (II)

Spirit Awards 2017
Premio miglior attrice per il film Elle di Paul Verhoeven (II)

Cesar 2016
Nomination miglior attrice per il film Valley of Love di Guillaume Nicloux

Cesar 2013
Nomination miglior attrice non protagonista per il film Amour di Michael Haneke

Festival di Cannes 2001
Premio miglior attrice per il film La pianista di Michael Haneke

Festival di Venezia 1995
Premio coppa volpi migliore interpretazione femminile per il film Il buio nella mente di Claude Chabrol

Festival di Venezia 1988
Premio coppa volpi migliore interpretazione femminile per il film Un affare di donne di Claude Chabrol

David di Donatello 1980
Premio miglior attrice straniera per il film La merlettaia di Claude Goretta

David di Donatello 1980
Nomination miglior attrice straniera per il film La merlettaia di Claude Goretta

Festival di Cannes 1978
Premio miglior attrice per il film Violette Nozière di Claude Chabrol



Ci volevano Paul Verhoeven e la produzione francese per rivoluzionare il cinema borghese contemporaneo e permettersi una storia così pericolosa. Al cinema.

Elle, film dinamitardo che rifonda il cinema d'autore

sabato 25 marzo 2017 - Roy Menarini cinemanews

Elle, film dinamitardo che rifonda il cinema d'autore Rifondazione del cinema d'autore. È chiaramente a questo compito che Paul Verhoeven lavora con il suo dinamitardo Elle. Da decenni, ormai, esiste un genere che finge di non essere un genere: di volta in volta lo possiamo chiamare cinema d'autore, cinema d'essai, film da festival, e così via. Allo stesso modo esistono - per fortuna - numerosi registi che non si accomodano al facile plauso del gusto medio; ma bastano i tanti altri che imbastiscono contenuti piatti e prevedibili al solo scopo di rassicurare i propri spettatori (spesso più conservatori del pubblico da blockbuster da cui pensano di distinguersi) per rovinare la festa. Ecco perché ci voleva Verhoeven, il regista che sabotò Hollywood con decostruzioni erotiche e violente dei generi americani tra anni Ottanta e Novanta, per applicare la stessa rivoluzione a un certo, stanco cinema borghese contemporaneo. Ed ecco perché ci voleva una interprete della sottigliezza beffarda, della finezza crudele, della iconoclastia felpata di Isabelle Huppert per incarnare (letteralmente) il personaggio più ambiguo, appassionante e contraddittorio del cinema di questi anni. Come se stesse defibrillando lo spettatore privo di sensi, Verhoeven con Elle lo sottopone a una serie di docce fredde e calde: gli sottrae ogni punto di riferimento morale, lo sbatte contro lo stipite della propria identificazione socioculturale, gli pianta un dito nell'occhio solo per divertirsi, mette un piede attraverso la porta ogni volta che scioccati saremmo tentati di chiuderla, ci fa ridere appena ci siamo convinti che bisogna stare seri e viceversa...insomma mette in centrifuga le nostre attese e reazioni pilotate.

Dieci anni dopo Black Book, Paul Verhoeven torna al cinema con un thriller letale girato in Francia che sovverte gli archetipi del cinema francese. Dal 23 marzo al cinema.

Elle: femminile dominante

martedì 21 marzo 2017 - Marzia Gandolfi cinemanews

Elle: femminile dominante In principio è un gatto. Un gatto placido e sovrano in primo piano. Un gatto che osserva impassibile l'aggressione della sua padrona. Ironia, ferocia, sofisticatezza, il tono del film è dato. Niente accade accidentalmente nel thriller aspro e abrasivo di Paul Verhoeven. Proprio come un felino, l'eroina non (re)agisce mai in maniera prevedibile a quello che accade. Anzi, più apprendiamo qualcosa su elle e meno la comprendiamo. Ma impariamo molto e in fretta. Lei si chiama Michèle, vive da sola in una grande casa borghese nella provincia parigina, dirige con autorità e autorevolezza una casa editrice di video giochi, ha un ex marito, un'amante, il marito della sua socia e migliore amica, un figlio babbeo, una madre immatura che oscilla tra botox ed escort boy, e un padre mostruoso che in un passato lontano ha assassinato ventisette persone. Nel romanzo di Philippe Djian ("Oh..."), di cui Elle è l'adattamento Michèle è la narratrice, lei racconta e si racconta. Verhoeven riduce al silenzio la voce off impedendo allo spettatore l'accesso ai suoi sentimenti. Perché più del libro, il film si appoggia sull'insondabilità, muovendosi sul confine che separa innocenza e colpevolezza, normalità e follia. Michèle ordina del sushi dopo la violenza carnale invece di chiamare la polizia, Michèle non tarda ad avere una relazione sordida col suo carnefice, che saluta ogni mattina con disinvoltura prima di andare al lavoro. Nessuno errore, nessuna conseguenza, Verhoeven non fa l'apologia dell'abuso, è piuttosto interessato alla descrizione e al gioco di dominazione tra due singolarità estreme.

Comeback di Paul Verhoeven, Elle è il best of stordente di tutti i registri dell'interprete francese. Dal 23 marzo al cinema.

Isabelle Huppert: Elle

giovedì 16 marzo 2017 - Marzia Gandolfi cinemanews

Isabelle Huppert: Elle È sempre difficile descrivere la performance di un'attrice, dire il perché e il come di una presenza. La forza di Isabelle Huppert è di donarsi completamente, in tutti i ruoli, scrupolosamente scelti, custodendo un enigma. Nelle sue interpretazioni c'è un fervore trattenuto, inquieto che la tiene a distanza. Ma è quel touche froide ad attirare irresistibilmente lo spettatore. Immobile, muta, quasi minerale, Isabelle Huppert è un'artista preziosa, magnetica che polarizza gli sguardi. Regina delle nevi o leggenda vivente, i cliché si sprecano ma la sua immagine resta intatta. Immagine di "grande attrice" che lei domina totalmente. Lei è onnipotente e onnipresente. Cinema, televisione, teatro, festival, cerimonie, è una riserva spettacolare, una campionessa del controllo pronta a prendersi tutti i rischi, un'attrice trapezista che ama rilanciare a ogni ruolo, tuffandosi nel vuoto. Bionda, rossa, dea, star, amante, strega, intellettuale, madre, puttana, Isabelle Huppert ha incarnato tutte le maniere dell'attrice e della donna. Plurale e unica: una donna e tutte le donne, sullo schermo o sulle tavole del palcoscenico. L'attrice più prolifica del cinema francese, a ventotto anni aveva già grandi ruoli alle spalle (Violette Noziére, Loulou, Si salvi chi può (la vita)). Chabrol, Pialat, Godard sono solo alcuni degli autori sedotti dal suo erotismo diafano che rievoca le giovani donne (semi)nude ed enigmatiche di Balthus. Figura maggiore dello schermo (da Cimino a Godard, da Chabrol a Haneke) e del palcoscenico (da Wilson a Warlikowski), la Huppert ha offerto un corpo all'alienazione, sovente glaciale, folle o criminale, sempre trasgressivo, ma in pieno centro, in piena luce. Rappresentare la follia al lavoro è il compito che le viene affidato all'alba della carriera con La merlettaia di Claude Goretta. Comincia lì il lento cammino dalla nevrosi alla psicosi, dalla vita sociale all'istituto psichiatrico di alcuni dei suoi personaggi. Certificare tutti gli stati della disfunzione psichica diventa uno degli assi forti della sua carriera. Con Chabrol la follia si fa più equivoca, maligna, sollecita, sfumando nelle regole del gioco sociale (Violette Nozière, Il buio nella mente, Grazie per la cioccolata), con Werner Schroeter si adorna di orpelli lirici (Malina, Deux), con Krzysztof Warlikowski si rende spazialmente tangibile sulla scena che diventa una vera e propria architettura della psicosi (Un tramway). Impossibile capire se Elle è veramente folle o solamente lucida, Chabrol ha confuso per sempre il confine tra l'una e l'altra.

Dopo aspre vicissitudini distributive, esce nelle sale il film con Isabelle Huppert presentato a Roma nel 2007.

L'amore nascosto: le ombre della maternità

venerdì 5 giugno 2009 - Edoardo Becattini cinemanews

L'amore nascosto: le ombre della maternità La maternità come trauma, come origine di un rapporto conflittuale e di una patologia che può tramandarsi di generazione in generazione. L'amore nascosto affronta in modo diretto proprio questo tabù: l'idea appunto che l'amore materno possa restare "nascosto", celato da un desiderio di autodistruzione, e che il "miracolo della nascita" possa anche convivere con delle ombre che non hanno niente di idilliaco. Raccontare un dramma psicologico di tale profondità significa principalmente fare forza su una regia sobria e soprattutto su attori pronti a scavare fino in fondo al buio della propria personalità, e la vera forza del film del regista italiano Alessandro Capone sta infatti nell'avere come protagonista un'attrice come Isabelle Huppert. Medea per eccellenza del cinema europeo e non solo, la Huppert trova nel personaggio di Danielle, madre costantemente sull'orlo del suicidio per non riuscire ad amare la figlia che non avrebbe voluto, quelle pulsioni autodistruttive e selvagge che sono ciò che la rendono una delle interpreti più coraggiose e straordinarie di sempre e che le hanno permesso di proseguire una volta di più nella sua personale indagine sulle pulsioni più irrazionali dell'animo umano.
E che le sono valse anche il Nastro d'Argento Europeo consegnatole in occasione dell'incontro animato a Palazzo Farnese a Roma per la presentazione del film.

Presentato a Cannes 2008 nella Semaine de la Critique, Home è una "horrorcommedy" a due passi dall'autostrada.

Home: Gruppo di famiglia in un interno esterno

venerdì 16 gennaio 2009 - Marzia Gandolfi cinemanews

Home: Gruppo di famiglia in un interno esterno Attrice feticcio del "suo" Chabrol e attrice prediletta di grandi registi internazionali, dal polacco Wajda all'americano Cimino, dal tedesco Schroeter all'austriaco Haneke, Isabelle Huppert è l'interprete ideale dei personaggi femminili più travagliati, oscuri, maledetti e nevrotici. A due passi dall'autostrada e da una crisi di nervi, l'attrice francese è la protagonista di una "horror-commedy" a gestione familiare. Avviato come una commedia leggera, Home è la "favola" di una famiglia felice minacciata dal ripristino di un'autostrada e da una minaccia interna che si incarna in una figura classica di film dell'orrore. L'autostrada diventa allora la proiezione esterna e rumorosa delle colpe e delle nevrosi della famiglia protagonista, colpe e nevrosi che tornano come zombie, riemergendo dal terreno del rimosso per incarnarsi nel corpo del silenzio e dell'isolamento. A Roma per presentare il loro film, Isabelle Huppert e Ursula Meier ci raccontano il caos generato da un'autostrada e il ristabilirsi di un ordine (familiare).

Eva

Eva

* * - - -
(mymonetro: 2,32)
Un film di Benoît Jacquot. Con Isabelle Huppert, Gaspard Ulliel, Julia Roy, Marc Barbé, Richard Berry.
continua»

Genere Drammatico, - Francia 2018. Uscita 03/05/2018.
Happy End

Happy End

* * * - -
(mymonetro: 3,14)
Un film di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant, Fantine Harduin, Dominique Besnehard.
continua»

Genere Drammatico, - Francia 2017. Uscita 30/11/2017.
Le cose che verranno - l'Avenir

Le cose che verranno - l'Avenir

* * * - -
(mymonetro: 3,23)
Un film di Mia Hansen-Løve. Con Isabelle Huppert, André Marcon, Roman Kolinka, Edith Scob, Sarah Lepicard.
continua»

Genere Drammatico, - Francia 2016. Uscita 20/04/2017.
Elle

Elle

* * * - -
(mymonetro: 3,03)
Un film di Paul Verhoeven (II). Con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny, Charles Berling, Virginie Efira.
continua»

Genere Drammatico, - Francia 2016. Uscita 23/03/2017. 14
I cancelli del cielo

I cancelli del cielo

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,91)
Un film di Michael Cimino. Con Christopher Walken, Isabelle Huppert, Kris Kristofferson, Terry O'Quinn, Jeff Bridges.
continua»

Genere Western, - USA 1980. Uscita 25/08/2016.
Filmografia di Isabelle Huppert »

domenica 25 aprile 2021 - Il 39esimo Bergamo Film Meeting (in streaming su MYmovies dal 24 aprile al 2 maggio) omaggia il cinema luminoso della regista francese. NOLEGGIA UN FILM A €5,00 OPPURE ABBONATI »

Mia Hansen-Løve stella del BFM: la possibilità dell’avvenire

Marzia Gandolfi cinemanews

Mia Hansen-Løve stella del BFM: la possibilità dell’avvenire Nel 2006, a ventisei anni, Mia Hansen-Løve firma il suo primo film (Tout est pardonné), formulandola sua idea di cinema e di mondo. Negli anni e nelle successive opere non ha fatto che confermare quell’idea e quella vocazione nutrita da un impressionante lavoro intellettuale. Attrice per Olivier Assayas, che poi sposa, e critica per i Cahiers du cinéma, muove i primi passi in un festival per studenti a Nanterre, prima di debuttare in sala e distinguersi col suo cinema limpido.

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Figlia di due insegnanti di filosofia, i suoi film sono bagliori di vitae di ‘pensiero vivo’, che abita tutti i suoi personaggi come la professoressa di Isabelle Huppert, lettrice di Pascal, Lévinas e Jankélévitch (Le cose che verranno). Mia Hansen-Løve pesca volentieri nella sua biografia, Il padre dei miei figli e Un amore di gioventù sono ispirati alla sua vita, Eden è basato sul percorso musicale di suo fratello, che ha vissuto in qualità di DJ l’ascensione della musica elettronica francese nel corso degli anni Novanta. Le cose che verranno è allo stesso modo una rielaborazione della vita dei suoi genitori, una coppia di lunga data che pratica la stessa professione.
Al cuore del film c’è un’insegnante di filosofia ossessionata dal suo mestiere che perde marito e impiego. La regista sfrutta con delicatezza gli elementi autobiografici, filmando in filigrana un ritratto toccante di sua madre e scrutando più in generale i processi contraddittori del pensiero, la difficoltà di conciliare il proprio desiderio, le proprie convinzioni e le proprie azioni col mondo, restando fedeli a se stessi e alla vita vissuta. Ma il film testimonia pure l’amore dell’autrice per il pensiero in movimento e per i libri che ne sono la materializzazione.

Le biblioteche, onnipresenti nel film, e i libri annotati e scambiati tessono un fil rouge e costruiscono l’avvenire del titolo originale. Quale altro autore ha mai scritto un dramma sullo smarrimento di un volume di Schopenhauer? Ha fatto della perdita dell’opera completa di Lévinas un incidente domestico? Della lettura di “La morte” di Jankélévitch una sequenza ispirata di cinema? Dei libri veri e propri personaggi? Mia Hansen-Løve ha raccolto la sfida e l’ha affrontata con ‘arte’. Tra le immagini e dietro le situazioni, in maniera invisibile, ha messo in tensione astrazioni come la libertà, la radicalità del pensiero, l’emancipazione, preoccupandosi di comprendere cosa significhi pensare liberamente. Il film non dà soluzioni o raccomandazioni, limitandosi a scavare la questione e a inseguire le incarnazioni di questa inquietudine.

Non poteva davvero scegliere musa migliore il Bergamo Film Meeting, che omaggia l’autrice francese mettendo in cartellone la sua opera (sei film e due cortometraggi) in risonanza con la fragilità del momento e la caparbietà di una città che ha pagato alla pandemia un prezzo altissimo. L’avenir del cinema ricomincia a Bergamo da Mia Hansen-Løve e i suoi film che sfidano le tempeste della vita e ricostruiscono sulle macerie, che disegnano più che spiegare, accordando importanza ai silenzi come alle parole. Tra distanza pudica e dolcezza sospesa, le idee circolano con passione e slancio dentro la poesia dei paesaggi e lungo un cammino aperto a tutte le possibilità.
Da Tout est pardonné, primo film che scalza l’idea che ci facciamo sempre di un’opera prima e impone il suo stile sul tema di una coppia che si lacera, a Maya, lenta rinascita di un reporter nell’India moderna, la rassegna ripercorre il cinema di Mia Hansen-Løve, scoprendolo o riscoprendolo. Se il terreno narrativo battuto è conosciuto, e abusato in tutti i sensi dal cinema francese (il quadro intimista della coppia, il dolore della separazione, la gioia di un sentimento, etc), l’autrice racconta ‘storie ordinarie’ come nessuno le aveva raccontate prima. Dimostra così, dal principio della sua carriera, che quello che abbiamo applaudito nel 2006 non era un annuncio, una tensione verso un orizzonte da superare ma un cinema che manteneva già le sue promesse oltre ogni speranza.

E di quel viaggio cinematografico già maturo e solido, Eden è una delle tappe più incredibili, è il ritratto vibrante di un uomo e il percorso misto, tra illusioni e disillusioni, di una generazione. È sempre con un sentimento di sospetto che solitamente ci prepariamo a guardare un film ‘storico’ che riprende un passato recente. Eccitazione di rivedere un’epoca vissuta, da una parte, timore di non riconoscerla e riconoscersi nella visione dell’autore, dall’altra. Con Eden Mia Hansen-Løve scampa il pericolo perché il film ci guarda proprio mentre lo guardiamo. La regista ritrova un’epoca (gli anni Novanta-Duemila), uno spirito, una vibrazione generazionale, rendendo omaggio al fratello DJ, Sven Løve.

Preleva da quella generazione raveus e alcuni personaggi, interessandosi del loro quotidiano, della loro relazione con la musica, delle loro amicizie, dei loro amori, delle rotture, dei tradimenti. Eden è un romanzo di formazione lungo quindici anni e lanciato sulla scena elettronica francese. Sulle note dei Daft Punk racconta la storia eterna di una coppia innocente e immortale nel giardino dell’Eden. Mette in musica il richiamo proibito, la caduta, la cacciata dal paradiso, la finitezza del mondo, il prezzo da pagare in termini di fatica e violenza, desiderio e speranza. Questa storia ‘biblica’ di giovinezza, Mia Hansen-Løve non smette di raccontarla con sottili variazioni, traslocandola nella Francia contemporanea con un’eleganza narrativa e una sensibilità che ne fanno uno dei più luminosi talenti del giovane cinema francese.

Una regista che si prende il suo tempo e che ascolta il proprio cuore, approfondendo i suoi temi di predilezione: la vertigine, la perdita di sé e poi la riconquista lenta e incerta sul fondo di notti bianche o pause indiane.  

   

lunedì 19 aprile 2021 - Un programma ricchissimo che abbraccia tutte le coordinate del cinema internazionale di qualità. In streaming dal 24 aprile al 2 maggio.
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Bergamo Film Meeting 2021, un ritorno in pompa magna su MYmovies

Tommaso Tocci cinemanews

Bergamo Film Meeting 2021, un ritorno in pompa magna su MYmovies Tra i primi eventi a essere stati condizionati nel 2020 dall’avvento della pandemia, il ritorno di Bergamo Film Meeting con un’edizione in pompa magna per il 2021 è una notizia particolarmente gioiosa anche per la storia recente della città che la ospita. In un appuntamento che giunge alla trentanovesima edizione, il programma è ricco e come di consueto ampio nell’abbracciare tutte le coordinate del cinema internazionale di qualità. La piattaforma online di MYmovies ospiterà le varie sezioni in streaming a beneficio degli abbonati (disponibili tre profili di abbonamento, che oltre a quello base con i soli film - al costo di 30 euro - aggiungono via via delle ulteriori ricompense per gli appassionati) o degli spettatori che decidono di acquistare i biglietti singoli a 5 euro, per un’offerta che include i due concorsi principali, le retrospettive e i focus individuali sui registi. Un totale di più di cento film disponibili dal 24 aprile fino al 2 maggio.
 

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Doveroso partire alla scoperta del programma dalla Mostra Concorso, la sezione principale e dedicata a nuovi autori da scoprire del cinema internazionale. Saranno sette i lungometraggi per questo 2021, tutti per la prima volta nel nostro paese e contraddistinti dall’originale cifra stilistica e dalla freschezza della prospettiva. Prima segnalazione è per un esordio alla regia rumeno-ungherese: Cecília Felméri firma con Spirál una delle opere più suggestive e d’atmosfera della passata stagione, tutta ambientata in una casa su un lago con un piccolo allevamento ittico. Parabola dalla spiccata presenza sensoriale sui cicli della vita e delle relazioni umane, con l’aggiunta di un sottile mistero e di ottime prove attoriali, a partire dall’enigmatico protagonista Bence (un “mastroiannesco” Bogdan Dumitrache). Ghost tropic merita invece perché è un ulteriore passaggio nella filmografia di un regista che negli ultimi anni si è rivelato cantore incisivo e un po’ oscuro di Bruxelles, Bas Devos. Qui l’occasione è il viaggio a ritroso di una donna attraverso la città a partire dal capolinea del treno.

Sempre dal Belgio viene Une vie démente, tra drama e commedia, su una giovane coppia che invece di un figlio è costretta a occuparsi di una madre con un disturbo neurodegenerativo. Gli amanti della storia potranno invece scoprire la vicenda poco nota di Stan Ulam, matematico polacco che finì a lavorare sulla bomba atomica negli Stati Uniti, in Adventures of a mathematician. Mentre un tuffo nella Bosnia contemporanea è offerto da Full moon di Nermin Hamzagi, storia da “tutto in una notte” in un commissariato di polizia.

Il secondo concorso è quello di Visti da vicino, che si concentra sulle nuove frontiere del documentario, in alcuni casi tanto ibridato e particolare da far chiedere allo spettatore cosa sia effettivamente un documentario. Chi è incuriosito dalla domanda farà bene a iniziare da My mexican bretzel, gioiello spagnolo di Nuria Giménez Lorang sul racconto e l’affabulazione, su verità e menzogna, e sul rapporto stesso tra l’immagine e la finzione cinematografica. Il suo opposto e complementare è Amor fati, in cui al posto dell’artificio, la verità è rivelata attraverso il quotidiano nell’osservazione dei volti di diverse coppie, amici e familiari. Regia della portoghese Cláudia Varejão. E poi Solo di Artemio Benki, su un pianista argentino rinchiuso in un ospedale psichiatrico, My piece of the earth che offre una puntata nel vivacissimo cinema georgiano, o il docu-thriller My father, the spy, storia di una famiglia in piena guerra fredda in cui il peso dello spionaggio internazionale dei padri ricade sui figli.

Ricchissimo è il panorama degli omaggi e delle retrospettive che avranno luogo a Bergamo. Per chi ancora non la conoscesse, Mia Hansen-Løve è la regista francese dal talento cristallino che ha già al suo attivo diversi grandi successi. La sezione Europe, Now!, dedicata al cinema europeo contemporaneo, la omaggia assieme al portoghese João Nicolau, mostrando le sue opere a partire dai corti di inizio carriera e passando per il delizioso romanticismo dei suoi film sull’adolescenza (su tutti Un amore di gioventù ed Eden), arrivando anche ai titoli più recenti in cui cresce la fascia d’età assieme alla complessità (L’avenir, straordinario capolavoro con Isabelle Huppert).

L’omaggio a Jerzy Skolimowski è invece l’occasione di avvicinarsi alle opere del maestro polacco, che ha attraversato i decenni in nome della sperimentazione visiva, in film come 11 minut che “fotografa” Varsavia e tutte le persone che si incrociano in una manciata di giri d’orologio. L’urgenza del momento cruciale ritorna attraverso la sua carriera, come nei classici degli anni sessanta: da Rysopis, sulla decisione di partire per il servizio militare, all’esitazione notturna di Barriera, fino alle tinte politiche di Mani in alto! che fu a lungo censurato in patria. Per finire con la curiosità di Essential Killing, film durissimo e austero in una collaborazione a sorpresa con il ribelle americano Vincent Gallo che gli valse un premio della giuria a Venezia nel 2010. La Polonia ha una vastissima cultura delle arti grafiche e visive, come testimonia anche la rassegna dedicata a Izabela Pluci?ska con il suo cinema inventivo di animazione, con tecniche in plastilina da stropicciarsi gli occhi.

Altro grande maestro è Volker Schlöndorff, protagonista del cinema tedesco a cui è dedicata la retrospettiva con tutti i film più significativi, come Il tamburo di latta che gli valse Oscar e Palma d’oro a Cannes nel 1979, le numerose trasposizioni letterarie di Musil, Proust e perfino Margaret Atwood, di cui adatta The handmaid’s tale nel 1990, famoso ai giorni nostri per la serie TV omonima. E poi Il caso Katharina Blum che fotografa le tensioni politiche degli anni settanta, e il passaggio in America, con film come Morte di un commesso viaggiatore, ancora un adattamento prestigioso con Dustin Hoffman.
   

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