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Virtuosismo e ironia, distacco e seduzione. La Padrina conferma la grandezza di Isabelle Huppert

Il film di Jean-Paul Salomé è per metà una questione fra lei e lo spettatore. E per l'altra metà è questione di una sceneggiatura ben scritta, in cui piccoli e grandi colpi di scena muovono gli ingranaggi della storia. Al cinema.
di Giovanni Bogani

Isabelle Huppert (Isabelle Ann Huppert) (68 anni) 16 marzo 1953, Parigi (Francia) - Pesci. Interpreta Patience Portefeux nel film di Jean-Paul Salomé La padrina - Parigi ha una nuova regina.
domenica 17 ottobre 2021 - Focus

Una commedia che è anche un thriller, o un thriller che è anche una commedia, tenuti insieme da una Isabelle Huppert immensa. Una Huppert che unisce virtuosismo – parla arabo per gran parte del tempo – e ironia, distacco e capacità di seduzione. Bella di una bellezza che vola sull’età senza toccar terra, una bellezza fatta di occhi blu, pelle immacolata e personalità. Soprattutto quella. Tu chiamale, se vuoi, fuoriclasse. La padrina di Jean-Paul Salomé è per metà una questione fra lei e lo spettatore. E per metà è questione di una sceneggiatura ben scritta, in cui piccoli e grandi colpi di scena muovono gli ingranaggi della storia, e in cui – nonostante certi personaggi caricaturali – non viene mai dimenticato il fattore umano. 

Parte il film, e veniamo scaraventati in un’azione di commando di squadre speciali della polizia. Irruzione in un covo dove si spaccia droga. Vediamo la Huppert mettersi, goffamente, il giubbotto antiproiettile, impigliarsi così bardata nelle strette scale dell’appartamento. Non è una poliziotta, anche se lavora con la polizia. Scopriremo che è un’interprete dall’arabo. Curioso destino, quello di due donne interpreti protagoniste di due film che escono negli stessi giorni: lei e la Jasna Duricic di Quo vadis, Aida?. Entrambe finite in mezzo a due mondi in guerra, unico elemento di contatto, di scambio – linguistico, narrativo. 

Lei, francese che parla l’arabo, che può comprendere le parole, le grida di quei ragazzi impauriti, picchiati in gendarmerie. Lei, che scivola via da quell’orrore per scivolare dentro un altro, quello di una casa di riposo, di una madre inquieta, insofferente, imprigionata lì dentro: anche la madre parla arabo, e lo parla anche l’infermiera marocchina, corpo grande e accogliente, capace di assorbire – come molti riescono ancora a fare, in quei lager per anziani – i malesseri, i disagi, il terrore di tutta quell’umanità fragile, smarrita, disarticolata, che ha perduto il suo rapporto col mondo. 

Senza proclamare il suo femminismo, La padrina  è un film tutto di donne: donne che sanno cavarsela, donne che sanno intuire, donne che sanno salvarsi. Donne che sanno ingannare, donne che sanno tenere una pistola. Donne francesi, arabe, cinesi che prendono decisioni, che si prendono rischi. Che trovano soluzioni inattese. 

Più di tutte, naturalmente, lei. Messa alle strette dalla vita, perché senza soldi non riesci a fare niente, senza soldi la vita ti si stringe addosso come le pareti addosso a Bond in un vecchio 007, Isabelle Huppert si trova una soluzione a portata di mano. E coglie l’occasione. Il resto, è il rapporto con l’amante poliziotto Hyppolite Girardot: che non capisce un decimo di quello che lei sta combinando, goffo e tenerissimo nelle sue avances sentimentali, sempre superate dagli eventi. E quello con un paio di spacciatori arabi, troppo buoni per essere credibili fino in fondo. Ma è credibile, invece, la Parigi multietnica di cui il film è intriso, in cui ogni scena è immersa. 

Basato sul libro di Hannelore Cayre, anche coautrice della sceneggiatura insieme al regista e ad Antoine Salomé, La Daronne – uno slang francese per “la mamma”, “la signora” – parte da un’idea che anche altri film e serie tv hanno esplorato: dall’altro film francese Paulette, in cui Bernadette Lafont era una nonna che si trasformava in spacciatrice di droga, al lieve L’erba di Grace, in cui una distinta signora di mezz’età appassionata di giardinaggio si improvvisava coltivatrice di marijuana. E potremmo passare da Jackie Brown di Quentin Tarantino, in cui la hostess Pam Grier ingannava agenti Fbi e gangster contrabbandando, in quel caso, centinaia di migliaia di dollari – e che una scena in un grande magazzino di abbigliamento sembra omaggiare. Potremmo aggiungerci i brillanti ricercatori accademici dediti alla sintesi di droghe di Smetto quando voglio, per arrivare alla serie Breaking Bad

Ma qui, c’è Isabelle Huppert. La musica della sua recitazione: come se risuonasse, vibrando con le parole degli altri, con i loro toni. Ci sono i suoi bizzarri travestimenti, con hijab e sciarpe coloratissime, occhiali da sole e vestiti lunghi che la fanno sembrare una milionaria araba, mentre compie – spesso sotto gli occhi della polizia e delle telecamere – una serie di crimini sempre più improbabili e divertenti. Anche perché tocca a lei cercare di depistare, mentre nell’ufficio di polizia riferisce conversazioni di spacciatori arabi che la riguardano sempre più da vicino. 

Dettagli. Sono sempre i dettagli a fare i film, a renderli credibili. Qui, ad esempio, il dettaglio di come gli spacciatori comunichino fra loro attraverso le consolle di videogames, per sfuggire ai controlli della polizia sui cellulari. Poi, potremmo eccepire su un sacco di dettagli che, al contrario, appartengono più al gioco che alla credibilità più assoluta. Ma è un gioco che vola leggero verso i cieli del divertimento. E al di là del divertimento puro che il film promette – mantenendo la promessa – c’è la storia di una donna, una donna di mezz’età che cerca e trova riscatto, che decide di dare una svolta alla sua vita. È un ritratto molto più sentimentale, più tenero, più affettuoso di quanto, a prima vista, potremmo pensare. 


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