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sabato 4 luglio 2020

David Bowie

The Thin White Duke.... and the Spiders from Mars

Nome: David Robert Hayward-Jones
Data nascita: 8 Gennaio 1947 (Capricorno), Londra (Gran Bretagna)

Data morte: 10 Gennaio 2016 (69 anni), Londra (Gran Bretagna)
occhiello
La scienza non funziona mai come ci si aspetta: è questo il suo lato più affascinante....
dal film The Prestige (2006) David Bowie  Nikola Tesla
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David Bowie

Un performer incomparabile col corpo sulla terra e la testa su Marte. Abitato da una bellezza cosmica ci ha lasciato una voce eterna che spinge sul cuore, si aggrappa alla memoria e lì resta per sempre.

David Bowie, vertigini personali, emozione universale

martedì 19 gennaio 2016 - Marzia Gandolfi cinemanews

David Bowie, vertigini personali, emozione universale Veniva da altrove ed era dappertutto David Bowie. Polimorfo e versatile, vampiro e camaleonte, ha disseminato una moltitudine di immagini di sé, che si trattasse dei personaggi interpretati nelle clip, di quelli 'posati' sulle cover, di apparizioni come attore o della sua presenza subliminale dentro film, a cui prestava canzoni e voce. Animale unico della sua specie, non assomiglia a nessuno e nessuno gli somiglia. Lo stile di Bowie non appartiene che a lui.
'Laboratorio' inesauribile di forme, concepisce da sé le silhouettes dei suoi numerosi avatar e delle sue tante vite. Per Bowie palcoscenico e vita si confondono, l'esistenza non è per lui che un gioco di ruoli e il costume il modo migliore di prendere posto nella narrazione che ciascuno di noi fa di se stesso. La sua l'ha consegnata al mondo e di questo saremo sempre riconoscenti. Bowie non è un prodotto della moda o dell'immaginazione di uno stilista, Bowie si è creato da solo e ha cucito da solo ogni mise. Non è la moda a ispirarlo ma è lui che la ispira, galvanizzando Frida Giannini (Gucci) che consacra tre collezioni allo stile Bowie, Hedi Slimane (Dior Homme) che applica la sua eleganza androgina all'abito maschile, Raf Simons (ancora Dior) che omaggia i suoi personaggi nella collezione haute couture primavera-estate 2015.

Impregnato di musica americana (Elvis Presley, Little Richard, The Velvet Underground), aperto alle influenze europee (Jacques Brel, Kurt Weill), affascinato da mimi e scrittori Beat, avvinto da Oscar Wilde e George Orwell, l'artista inglese si nutre degli altri, traducendo le avanguardie in linguaggio popolare. Cacciatore instancabile di idee, si tuffa a picco nell'ignoto, "inferno o cielo non importa", per trovare la sua via, l'inedito e le immagini multiple di sé.
Alla crisi identitaria, Bowie oppone l'idea di reboot, un'identità da rilanciare incessantemente, trasformandola e modellandola a proprio piacimento. Una performance perpetua portatrice di libertà e di possibilità. Per i suoi concept album inventa allora personaggi che abbiglia e poi incarna sulla scena, talora, a suo discapito, nella vita (Ziggy Stardust, Aladdin Sane, Halloween Jack, Nathan Adler, The Thin White Duke...). Bowie costruisce un'armatura, moltiplica i suoi alter ego, oggettivizza i suoi demoni, li domina e li condivide col pubblico, per renderli più sopportabili, per esistere sotto lo sguardo febbrile dei fan. Perché l'uomo che viene dal pianeta Marte qualche volta non sa dove andare, qualche altra non va da nessuna parte, vagando station to station. In equilibrio permanente tra realtà e (science) fiction, fa delle sue vertigini personali (paranoia, angoscia, mancanza di desiderio) un'emozione universale.

Mixage intelligente di numerose influenze culturali, lo stile di Bowie pesca ovunque e combina il camp e l'androginia, la mimica di Lindsay Kemp e la raffinatezza del gesto trattenuto del teatro No o del Kabuki, il lirismo di Brel e il grottesco di Weill, Warhol, i Velvet e Berlino, il glam rock e il glamour delle star dell'età d'oro hollywoodiana, i film espressionisti e l'estetica futurista di 2001: Odissea nello spazio (1968).
Catalizzatore e acceleratore insieme, capace di sintetizzare e tradurre in lingua fluida e comprensibile i concetti ardui di artisti e movimenti artistici, Bowie si fa evento puro, evento generato dalla mente iper-creativa di David Robert Jones (il suo nome all'anagrafe). Ma perché la magia si compia, a Bowie serve un pubblico e un'epifania che si annuncia in diretta una sera d'estate del 1972. I più fortunati, e i più vecchi, la vivono su un divano di pelle e davanti al loro televisore, i più giovani la recuperano su YouTube, ma il risultato non cambia e mette tutti d'accordo. Ospite a "Top of the Pops", un programma musicale trasmesso sulla BBC dal 1964, David Bowie canta "Starman". L'Inghilterra è sbalordita. Capelli rossi, pallore lunare, abitato da una bellezza cosmica, buca lo schermo, spinge sul cuore, si aggrappa alla memoria e lì resta per sempre. Nel pop inglese esiste un prima e un dopo "Starman" a "Top of the Pops". Momento iconico, rivoluzionario e rivelatore, ospitato in una trasmissione che si guarda in famiglia, la prestazione di Bowie sigla per gli adolescenti di allora la separazione dal mondo genitoriale, indignato, sbigottito, sorpassato. È il debutto della televisione a colori e la tuta policroma di Bowie congeda per sempre bianco e nero e passato. Eccolo il messia che tutti aspettavano, metà alieno, metà umano, rientra dal cosmo con un messaggio d'amore, si accomoda in salotto e canta a te, proprio a te, che sei finalmente libero di essere chi vuoi essere.

Figura transgender, performer nato, iconofilo convinto, ex studente di arti grafiche, Bowie ha tutto per piacere (anche) agli artisti. 'Materia plastica' per schizzi, scatti, collage e sculture, l'artista inglese ispira il mondo e gli regala una discografia e una storia pop(rock) che va ricollocata dentro un contesto extra-musicale. Perché Bowie ha tracciato singolari percorsi tra le arti praticate con trasporto fino a prolungare al cinema il gesto di Warhol (Basquiat, 1996) e a concepirsi come concept pop. Spugna vivente, assorbe tutto, ricicla, duplica, reinventa e si reinventa meravigliosamente. Il suo appetito di trasformista interstellare convince Nicolas Roeg, appassionato dell'universo rock che aveva già assoldato Mick Jagger (Sadismo), ad affidargli nel 1976 il suo primo ruolo cinematografico (L'uomo che cadde sulla terra). D'altra parte, la potenza delle immagini prodotte da Bowie attraverso cover, concerti e clip non poteva lasciare a lungo insensibile il cinema. Così, il cantante che 'intonava' i suoi testi agli autori preferiti (Stanley Kubrick, Fritz Lang), debutta sul grande schermo. Alieno caduto sulla terra, David Bowie non ha bisogno di incarnare, gli basta infilare un paio di occhiali neri e il prodigio è compiuto. Perché Bowie è un performer, il più grande di tutti e senza il quale tutti non esisterebbero.

Prigioniero inglese (Furyo, 1983) o vampiro crepuscolare (Miriam si sveglia a mezzanotte, 1983), una carriera sembra aprirsi al cinema per l'artista ma le cose vanno altrimenti. Bowie si accontenta di apparizioni ricreative, più o meno lucrative, più o meno prestigiose. Alcune brevi ma rimarchevoli come Ponzio Pilato ne L'ultima tentazione di Cristo (1988) di Scorsese o l'uomo scomparso e riapparso in un video di sorveglianza ne I segreti di Twin Peaks (1990) di Lynch o ancora Nikola Tesla nel prestigio di Nolan, che alimenta la sua mitologia affidandogli il ruolo di uno scienziato inventore di una macchina per fabbricare cloni umani perfetti.
Il percorso di Bowie nel cinema eccede comunque i film girati e regala altrettante emozioni come voce allacciata alle immagini. Miniera d'oro discografica, diventa motore d'ispirazione di sequenze indimenticabili. Su tutte la corsa folle e disarticolata di Denis Lavant (Rosso sangue, 1986) su "Modern Love" e lungo i marciapiedi di Parigi. Una straordinaria esplosione di lirismo pop che rende impossibile ormai ascoltare la canzone di Bowie senza associarla alle immagini eccitate di Leos Carax. Altri e numerosi i film che hanno adottato le sue canzoni, "Cat People" canta ne Il bacio della pantera (1982) e in Bastardi senza gloria (2009), "Space Oddity" in C.R.A.Z.Y. (2006) e ne I sogni segreti di Walter Mitty (2013), estorto un frammento ("The Hearts Filthy Lesson" in Seven, 1995, "I'm Deranged" in Strade perdute, 1996), adattato in un'altra lingua ("Rock 'n' roll suicide" in Le avventure acquatiche di Steve Zissou, 2004, "Ragazzo solo, Ragazza sola" in Io e te, 2012) o mai 'inteso' e soltanto evocato col loro creatore (Velvet Goldmine, 1998). Ma c'è un altro film insieme a quello di Todd Haynes dove non ascoltiamo una sola nota di Bowie ma lo avvertiamo continuamente. Toccante favola science-fiction-esistenzialista, Moon (2009) racconta la solitudine di un astronauta, unico abitante di una stazione lunare che come il Major Tom manda messaggi d'amore alla moglie e vorrebbe tanto ritornare a casa. Opera prima di Duncan Jones, figlio dell'artista, Moon tradisce la suggestione paterna: la fascinazione per la conquista spaziale che ha messo in orbita Ziggy e Tom e irrigato ogni disco.

Ossessionato dall'idea di fare della sua vita e della sua fine un'opera d'arte, l'oggetto di una costante messa in scena, Bowie pubblica l'otto gennaio "Blackstar" e recita il 'morto' per esorcizzare la (sua) morte. Morte che sopraggiunge una settimana dopo l'uscita del suo ventiseiesimo album. La clip "Lazarus" lo scopre allettato. Immagine testamentaria e versi riconciliati, corpo senile e spirito indomito, Bowie si ritira a ritroso dentro un armadio-tomba che richiude per sempre su di sé. Sull'uomo e sull'artista tante volte trapassato, liquidando a turno le proiezioni della sua furia trasformista. Perché Bowie fu Lazzaro prima di cantarlo, libero prima di liberarsi. Candido extraterrestre, dandy, queer, duca, pirata dello spazio o hero ai piedi del Muro ha concepito l'homo superior ("Oh, You Pretty Things") e un'ultima stella da guardare. E da ascoltare sulla Terra o altrove.

Leggenda della musica britannica e attore di straordinario talento, l'artista si è spento a Londra a 69 anni. Recitò per registi come Scorsese, Lynch e Nolan. Vai all'articolo

Addio a David Bowie, il duca bianco del rock

lunedì 11 gennaio 2016 - a cura della redazione cinemanews

Addio a David Bowie, il duca bianco del rock Se n'è andato domenica scorsa il duca bianco della musica rock. Se n'è andato a 69 anni per un cancro, lui, alieno incantatore piombato da una stella per narcotizzarci con il suo sguardo imperfetto e, così, insanamente conturbante. Lui, poeta ambiguo venuto da un altro pianeta che, per cinque decadi, ha sedotto le platee con una galassia di suoni, capaci di trasportarci nella dimensione cosmica di quella voce graffiante dal sofisticato fascino. Ladies and gentleman, l'uomo che ha precorso il Glam Rock, avvolto dal luccicante mantello di "Ziggy Stardust"; l'esile "Duca Bianco" noto al mondo come David Bowie.

   

Bandslam - High School Band

Bandslam - High School Band

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,99)
Un film di Todd Graff. Con Vanessa Hudgens, Alyson Michalka, Gaelan Connell, Scott Porter, Lisa Kudrow.
continua»

Genere Commedia, - USA 2009. Uscita 25/09/2009.
The Prestige

The Prestige

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,78)
Un film di Christopher Nolan. Con Hugh Jackman, Christian Bale, Scarlett Johansson, Michael Caine, Rebecca Hall.
continua»

Genere Azione, - USA, Gran Bretagna 2006. Uscita 22/12/2006.
Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

* * * - -
(mymonetro: 3,26)
Un film di Uli Edel. Con Natja Brunckhorst, Thomas Haustein, Jens Kuphal, David Bowie, Rainer Woelk.
continua»

Genere Drammatico, - Germania 1981.
Fuoco cammina con me

Fuoco cammina con me

* * * - -
(mymonetro: 3,34)
Un film di David Lynch. Con David Bowie, Sheryl Lee, Harry Dean Stanton, Moira Kelly, Kyle MacLachlan.
continua»

Genere Giallo, - USA 1992.
L'ultima tentazione di Cristo

L'ultima tentazione di Cristo

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,88)
Un film di Martin Scorsese. Con Barbara Hershey, Harvey Keitel, Willem Dafoe, David Bowie, Verna Bloom.
continua»

Genere Religioso, - USA 1988.
Filmografia di David Bowie »

mercoledì 10 giugno 2020 - L'attore e sceneggiatore, qui all'esordio anche come regista, racconta la sua serie, disponibile su Amazon Prime Video da lunedì 15 giugno.

Dispatches from Elsewhere, Jason Segel: «la mia serie tra Willie Wonka e Il mago di Oz»

Ilaria Ravarino cinemanews

Dispatches from Elsewhere, Jason Segel: «la mia serie tra Willie Wonka e Il mago di Oz» Dieci puntate, un narratore misterioso, un gioco ai confini della realtà tra Willie Wonka e Il mago di Oz, in cui la crisi esistenziale di quattro individui assai diversi fra loro (interpretati da Jason Segel, Andre Benjamin, Eve Lindley e Sally Field) diventa la chiave per aprire le porte di un mondo magico nascosto sotto all’apparenza delle cose.

Dispatches from Elsewhere, presentata alla scorsa Berlinale e distribuita da Amazon Prime a partire dal 15 giugno, è l’esordio alla regia di Jason Segel (qui nei panni dell’informatico depresso Peter), celebre volto del Marshall della sitcom How I Met Your Mother e penna affilata, tra gli altri suoi lavori, de I Muppet di James Bobin e Sex Tape - Finiti in rete di Jake Kasdan.

Come le è venuta l’idea per la serie?
Da una crisi personale. Mi sono sempre sentito un outsider, come se mi avessero invitato a una festa solo per farmi uno scherzo. Ma a un certo punto ho avuto un crollo. Non mi riconoscevo più. Erano passati anni da I Muppet, e non avevo più scritto un copione. Ero diventato troppo cauto, troppo strategico nel prendere le decisioni. Ma quando ho scoperto l’esistenza di questo gruppo di persone che a San Francisco allena la gente a “scoprire il magico nella realtà”, subito la fiamma della creatività si è riaccesa. Mi sono procurato un incontro con l’organizzatore di questi “giochi”, una specie di Willie Wonka incarnato. Gli ho spiegato che mi sarebbe piaciuto scrivere un film ispirato alla loro attività. Mi disse che l’idea era molto interessante, ma che non era ancora arrivato il momento giusto. E mi ha rimandato a casa.

E poi che accadde?
Un mese dopo mi sono ritrovato nel computer una mail con le indicazioni per raggiungere una location e l’orario di un appuntamento. Incuriosito, ho seguito le istruzioni: sono arrivato in un albergo, dove sono stato accolto con gentilezza da un tipo con gli occhi stravolti, che mi ha condotto in una camera. Là ho trovato un biglietto per me con il nome di un altro luogo che avrei dovuto raggiungere l’indomani, e un messaggio: “Signor Segel, nessuno la farà sentire sciocco”. La cosa, in qualche modo, mi ha rassicurato. Il giorno dopo mi è successo più o meno quello che vedete accadere nel primo episodio della serie. Alla fine di tutto ho ricevuto una nuova mail dallo stesso indirizzo. Diceva: “Ti abbiamo osservato. Hai la nonchalance divina. Ti concediamo i diritti per il film”.
Che poi, però, è diventato una serie.
Sì, perché ho capito che la cosa che mi interessava di più non era il gioco in sé, ma chi vi partecipa e i motivi per cui lo fa. La serie mi avrebbe permesso di approfondire i personaggi, dedicando un episodio a ciascuno di loro. Credo di aver creato la mia versione personale de Il mago di Oz: anche qui ci sono quattro personaggi alla ricerca di qualcosa – chi il cuore, chi il cervello, il coraggio, la casa - che troveranno solo affrontando un viaggio insieme, imparando il valore della comunità.

Dirigere le è piaciuto?
Sto cercando di dimostrare a me stesso che so ancora fare quello che mi riusciva molto bene da giovane: essere coraggioso. Mi sono divertito a dirigere, ma è stato come buttarsi in un fiume in piena senza saper nuotare. Cercavo di sopravvivere senza fare troppi danni. David Bowie diceva: "se ti senti tranquillo, probabilmente non stai facendo niente di interessante".
Nel cast ha voluto l’attrice transessuale Eve Lindley e il rapper Andre Benjamin: come li ha trovati?
Judd Apatow, il mio mentore, mi ha insegnato che il casting è tutto. Devi arrivarci ben preparato, sapendo ciò che cerchi. E poi devi essere pronto a riscrivere tutto insieme all’attore, anzi per l’attore. Eve ha fatto il provino e ho capito subito che era perfetta, per la quantità impensabile di sfumature che riusciva a portare al personaggio. Ma il copione della serie è cambiato spesso. Posso scrivere più dettagliatamente che posso una scena, ma non avrò mai idea di cosa significhi per una donna transessuale vivere una relazione sentimentale complicata. Sono stato fortunato ad avere sul set attori che potessero raccontarmi esperienze, mostrarmi le loro idee e sfidarmi sulla verità delle scene.

Perché ha voluto dare alla storia un narratore esterno, l’attore Richard E. Grant?
Bisogna pensarlo come una specie di Puck ne "Il sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, come un essere speciale che fa da tramite fra noi e la storia. Volevo trovare un trucco che costringesse lo spettatore all’attenzione. Quando si guarda una storia su un qualsiasi device, è facile distrarsi. Io stesso fatico a restare concentrato.

Meglio scrivere una serie o un romanzo?
La verità è che non ho mai trovato la scrittura un’attività piacevole. Anzi, è uno dei lavori che considero più faticosi. Finché non ho finito non riesco a dormire, ho momenti in cui odio quello che ho appena scritto, sono nervoso. Chi dice che ama scrivere lo fa per hobby. È un’attività in cui sei solo contro la tua pigrizia. Nessuno ti dice “azione”, come sul set. Mi piace avere l’idea e mi piace scrivere la parola fine. In mezzo, l’inferno. Ma la sensazione finale è strepitosa. Credo che gli atleti professionisti provino qualcosa di simile: nessuno ama la maratona, ma tutti adorano la sensazione che si prova ad arrivare al traguardo.

   

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