|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento venerdì 23 febbraio 2024
Secondo capitolo per la trilogia dedicata a "Dune" di Frank Herbert da Denis Villeneuve. Il film ha ottenuto 5 candidature e vinto 2 Premi Oscar, 2 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 7 candidature e vinto 2 BAFTA, 10 candidature a Critics Choice Award, 1 candidatura a SAG Awards, 1 candidatura a Writers Guild Awards, 1 candidatura a CDG Awards, 1 candidatura a Producers Guild, Il film è stato premiato a AFI Awards, 1 candidatura a ADG Awards, In Italia al Box Office Dune - Parte 2 ha incassato 10,1 milioni di euro .
|
ASSOLUTAMENTE SÌ
|
Paul Atreides e sua madre Jessica si trovano tra i Fremen insieme al leader di un loro clan, Stilgar, e alla guerriera Chani. Dovranno però imparare a farsi accettare dall'intero popolo Fremen e soprattutto Paul, che Stilgar crede essere l'atteso Messia di Dune promesso dalle Bene Gesserit, dovrà concretizzare la propria profezia, per guadagnare uno sterminato e micidiale esercito e con esso avere la possibilità di vendicare suo padre, il Duca Leto. Ma la profezia che vede Paul non è solo un sogno di vittoria bensì un massacro di inaudite proporzioni, una guerra santa che incendierà l'intera galassia. Il barone Harkonnen intanto continua a tramare per prendere il controllo dell'impero e, di fronte ai fallimenti di Rabban contro i Fremen, decide di affidarsi a un altro più letale rampollo: Feyd-Rautha, che le Bene Gesserit ritengono possa dare alla luce la loro attesa bambina suprema.
Torna ancora più sontuosa e imponente la saga fantascientifica di Denis Villeneuve, tratta dai romanzi di Frank Herbert. Questa volta lo spettacolo del cinema si libera dal peso delle pagine dello scrittore, in una messa in scena di rara potenza.
Se nel primo capitolo il regista canadese era stato piuttosto fedele al testo di Herbert, pur tagliandone ampie parti - per altro le stesse che già aveva dovuto tagliare David Lynch - in Dune - Parte due opera invece scelte più drastiche, ma decisamente felici. Cade per esempio una delle sottotrame più inutili del libro, quella in cui Gurney Halleck, che Paul ritroverà come contrabbandiere, vuole vendicarsi di Jessica perché la considera la traditrice del Duca.
Ancora più netta è poi la trasformazione del personaggio di Alia Atreides, la sorella di Paul che riceve le visioni delle acque della vita dei Fremen mentre è ancora nel grembo della madre. Le Bene Gesserit la considereranno un abominio, ma la bambina che nel libro arrivava alla corte dell'imperatore dove nessuno la vuole ma dove inspiegabilmente nessuno neppure la rimuove, qui semplicemente ancora non ha modo di nascere. Il tempo del film è infatti ridotto, Paul non sta con i Fremen per anni, non fa un primo figlio con Chani (destinato nel libro a morire per mano delle truppe imperiali) e dunque non può essere Alia, per fortuna, ad avvelenare il Barone Harkonnen in quella che era la scena più anticlimatica del tomo di Herbert.
Villeneuve trova altre strade, più cinematografiche, e dà molto più spazio al conflitto, che Herbert invece liquidava in ampie ellissi, interessato agli intrighi di corte anziché alle manovre belliche. Eppure è solo nel mostrare la guerra che è davvero possibile dare fin d'ora corpo al lato oscuro della profezia che perseguita Paul, ossia quella guerra sterminata che farà di lui il peggior assassino della Storia dell'Umanità. Herbert infatti promette un Messia superumano ma non ne fa un salvatore, anzi la sua ascesa è una catastrofe senza precedenti, che se pure pone le basi per una sorta di rinascimento, passa però per una Guerra santa come non se ne sono mai viste.
Il destino è impietoso e, per quanto Paul voglia scegliere l'amore con Chani e scongiurare i propri incubi, non avrà modo di farlo: bere le acque della vita gli sottrarrà il controllo di sé, altererà la sua stessa personalità e lo porterà a farsi guidare da Alia, che qui come dicevamo è ancora solo un feto ma è già una entità telepatica capace di vedere il futuro.
La messa in scena delle battaglie in Dune - Parte due è davvero grande cinema, dove le forme gigeriane delle macchine di morte degli Harkonnen (ancora più evidenti nelle architetture del loro depauperato pianeta, dove persino il sole è alterato a tal punto da illuminare in bianco e nero) si scontrano con la guerriglia color sabbia dei Fremen. L'imperialismo tecnologico soccombe al sabotaggio, alle mine e alle imboscate, rivelandosi incapace di domare il popolo ribelle in una chiara critica delle operazioni americane in Medio Oriente.
Solo quando gli esasperati Harkonnen passeranno a praticare bombardamenti a tappeto otterranno alcune vittorie, giudicate però senza onore dai Fremen, perché combattute non faccia a faccia. Il disprezzo per la tecnologia è del resto uno dei temi che attraversa la saga di Dune, una remota fantascienza dove le Intelligenze Artificiali sono state soppresse secoli addietro - una moratoria che oggigiorno non appare così scriteriata.
Se si vuole trovare un limite all'operazione di Villeneuve, questa è probabilmente nel personaggio di Chani, reso qui indipendente e combattivo contro la profezia delle Bene Gesserit, cosa che sulla carta probabilmente funzionava bene, ma che su schermo obbliga Zendaya a recitare imbronciata per lunghe sezioni del film.
Anche il montaggio dei combattimenti all'arma bianca, pure così importante, continua a essere molto frammentato, senza essere violentemente nervoso, ma almeno nel duello finale tra Paul e Feyd-Rautha riesce a funzionare discretamente, senz'altro meglio che nel combattimento conclusivo del film precedente.
Visivamente soverchiante con imponenti architetture brutaliste, titanici vermi della sabbia, grandiose navi spaziali ed esplosioni che riempiono lo schermo di fuoco, il film lascia invece perplessi sul fronte sonoro, dove la colonna di Hans Zimmer, pur in molti tratti suggestiva e mistica, si riduce in battaglia al suo ormai abusato pompare di aggressivi bassi, che francamente hanno fatto il loro tempo già da qualche anno e risultano ormai più fastidiosi che impressionanti.
Ma sono dettagli, così come si potrebbe imputare a Villeneuve di mancare di un estro davvero visionario quando Paul apre le proprie "porte della percezione" con le acque della vita. A fronte però di uno spettacolo di davvero rara e convincente solennità, tutto si perdona. Dune - Parte due è il meglio che il grande cinema spettacolare hollywoodiano oggi possa produrre.
"Non c'è speranza" urla Paul Atreides rivolgendosi alla madre, quasi folgorato dalla sua stessa veggenza, il giovane predestinato intuisce che il suo cammino su Arrakis sarà punteggiato da prove di forza, conflitti (interiori come reali), compromessi, lotte di potere. Il secondo capitolo di "Dune", tratto dai romanzi omonimi di Frank Herbert è [...] Vai alla recensione »
Scuderia Disney, 2010. Tutto comincia sul piccolo schermo con Bella Thorne (A tutto ritmo), ‘quella accanto’ a Zendaya Coleman, quattordici anni e un talento mostruoso. Canta, balla e recita la commedia alla perfezione. Da quel momento niente potrà fermare la sua ascesa vertiginosa, una prodezza che infrange la barriera del suono. Come Madonna e Cher, Prince o Beyoncé, rinuncia al cognome - ambizione o premonizione? – e diventa Zendaya e basta. Iperattiva e temeraria costruisce la sua leggenda sotto i nostri occhi. Le regole le ha imparate dai suoi ‘miti’, prevedono due paracaduti di soccorso e la lezione più importante dello show-business: l’arte di reinventarsi. Di fatto, i suoi progetti sono un tourbillon di eclettismo: modella, cantante (un album di electro R&B che porta il suo nome), autrice, attrice, designer (con Tommy Hilfiger), influencer, attivista, musa Lancôme e Bulgari dopo Valentino e Vuitton … È talmente impegnata che le interviste concesse alla stampa al momento durano quattro minuti (tutti presi se provate a chiedere). Non è un caso che si dichiari una fan di Oprah Winfrey, la donna che si è fatta da sola, raccogliendo intorno a sé e dietro al suo nome di battesimo una comunità affiatata di fan. La strategia di Zendaya? Un mix intrigante di assunzione del rischio e controllo.
Introversa e timida, Miss Coleman monta sulla scena e scopre di avere dei superpoteri. A “Vogue” giura di aver sempre ignorato il mantra preferito dai millennial (“Non puoi avere tutto…”) e di andare dritta per la sua strada, convinta che ogni vetta è raggiungibile se ci si impegna abbastanza. Il suo entourage conferma lo spirito stacanovista. Potrà sembrare naïf o pretenzioso, ma venendo da un’artista all’incrocio tra Germania, Scozia e Africa, con più di cento-ottantaquattro milioni di follower su Instagram, è un gesto politico. Figlia di due insegnanti, è cresciuta a Oakland, in California, patria delle Pantere Nere e luogo di nascita di Kamala Harris. Un caso? Fiera delle sue origini tedesche-scozzese (la mamma) e africane (il papà), si impegna a promuovere una versione più inclusiva del sogno americano, fondata sul rispetto, sull’audacia e sulle cover dei magazine dove ricorda alle sue coetanee che: “You have the power!”. Nel 2010 cerca la sua chance e fa un provino per Disney Channel. Cinque anni dopo, chiede ed ottiene un maggiore controllo artistico sulla produzione della serie K.C. Agente Segreto, trasformando la sua spia in erba in un genio della matematica e in una cintura nera di karate. In barba alle smancerie, rifiuta di cantare e ballare, vuole solo recitare, vuole che la sua famiglia sia interpretata da attori neri e chiama le cose col loro nome. Intanto evolve nell’universo Disney Channel, fa tendenza col suo stile e viene corteggiata da Hollywood, che nel 2017 le offre il ruolo di M.J. nella nuova saga di Spider-Man.
Tre avventure e un uomo ragno dopo (Tom Holland), Zendaya è un’immensa star, con rigore e senza le buffonate di Britney Spears o di Miley Cyrus e di tutta la schiera di fanciulle di cui abbiamo già dimenticato il nome. Diversamente da loro, lascia la Disney senza sbattere la porta. Non rinnega niente Zendaya e si lega a HBO, trascendendo il suo pedigree immacolato in una serie cruda e radicale, bella come un sogno e complessa come un incubo (Euphoria). Al centro della narrazione, l’attrice segue il suo istinto e Sam Levinson. Figlio sensibile di Barry Levinson, mette in orbita Zendaya e soffia un vento nuovo sulla ricerca dell’identità adolescente. Zendaya è Rue Bennett, diciasettenne scampata a un’overdose, che ritorna a scuola con le umiliazioni e le tentazioni che covano nei suoi corridoi. Ma Zendaya è soprattutto una rivelazione, il magnifico spettro che oscilla tra estasi e desolazione. Malcolm & Marie, due anni dopo, suggella la fruttuosa collaborazione di Levinson con la donna che lui chiama “Z”. Qualche anno fa l’avremmo probabilmente definita la sua musa, un modo educato per sminuire il ruolo delle attrici nel processo creativo dei loro pigmalioni. Ma l’autore è più intelligente di così. Bianco, etero e una giovinezza delicata alle spalle, Sam Levinson affronta i temi dell’inclusività che preoccupano Hollywood e la società. Il suo Malcolm & Marie è eminentemente contemporaneo.
Zendaya esplode in un film fatto su misura. Recita con una naturalezza e un candore che nascono dalla fiducia assoluta che ha riposto nel suo regista. La sua bellezza, il suo aspetto, la sua aura, trascendono ogni sua parola. Si affida alla m.d.p. e per estensione si offre a noi, come un dono. In lei, Levinson ha trovato il corpo (attoriale) che può esprimere i suoi pensieri con un gesto. Un silenzio greve mentre prepara un mac & cheese, una lacrima furtiva mentre guarda il suo compagno o un sorriso ritrovato dicono meglio e dicono più forte di qualsiasi discorso. Levinson filma ogni ‘cambiamento climatico’ del suo volto, proiettando l’infinità dei sentimenti attraverso primi piani bergmaniani. Chiaramente erede delle eroine di Mankiewicz, Marie è molto simile alla Maria de La contessa scalza. Bella in modo irrealistico, inaccessibile e falsamente serena, vuole dimostrare di essere libera, ma questa libertà conduce solo alla tragedia e alla tristezza. Più il film procede, più ci rendiamo conto che la sua ragion d’essere è quella di disegnare arabeschi poetici e lirici intorno a una verità insondabile: il cuore di Marie. Dietro Zendaya appaiono i fantasmi di Gene Tierney, Ava Gardner e Marilyn. È nata una stella.
Un passaggio funambolico nel circo di The Greatest Showman – ‘tiene sulla corda’ Zac Efron nel numero più bello - e Zendaya diventa il sogno segreto di Paul Atreides (Timothée Chalamet). Magnifica ossessione nel primo ‘capitolo’ di Dune, incrocia il suo destino nel deserto e incarna Chani Kynes, guerriera Fremen del pianeta Arrakis. Binomio che osa, Zendaya e Chalamet giocano coi codici e si stagliano nell’iper-spettacolo di Denis Villeneuve, tra furia e stasi contemplativa. Puri (s)oggetti di cinema sono i guerrieri di un nuovo mondo e di una nuova Hollywood. È la vita, la paura e la collera che vibra nelle loro performance. In Dune - Parte 2 avremo finalmente modo di vedere crescere la partecipazione di Zendaya a quest’opera d’arte ipnotizzante. Sollevata da un vento di spezie l’attrice sarà ancora una volta ambasciatrice di libertà e icona di bellezza per le donne della Terra e di altrove. Per credere basta guardare le immagini dell’anteprima londinese. Con un’armatura metallica e un gioco di trasparenze intorno al seno, al ventre e ai glutei, Zendaya ha prolungato la fiction sul red carpet, facendosi più cyborg della sua principessa di sabbia. Il costume cromato, è una tuta degli archivi Mugler (Haute Couture Autunno-Inverno 1995-1996), si ispira alla Maria (Brigitte Helm) di Metropolis e sfida il consueto dresscode femminile, diventando virale. Un momento di moda per alcuni, un “manifesto cyborg” per chi legge Donna Haraway, filosofa americana che pensa il cyborg come metafora di un’utopia post-gender. È un mito, naturalmente, una di quelle storie che ci raccontiamo per definire le possibilità e i limiti dell’essere umano. Disneysmo, cyberfemminismo, fashionismo, Zendaya può essere tutto, creatura ibrida dotata di identità multiple e un nome solo che nella lingua di suo padre significa “rendere grazie”. E noi ringraziamo.
Quanti prodotti culturali detengono il titolo di “capolavoro della fantascienza letteraria”, “videogioco che ha fatto la storia” e “mitologico film non realizzato”? – ogni definizione sotto virgolette, naturalmente. E pensare che tutto è nato da un viaggio compiuto a fine anni ’50 per scrivere un articolo (“They Stopped the Moving Sands”, poi mai pubblicato) sul tentativo del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense di fermare lo spostamento dei cordoni di sabbia della costa oceanica piantando delle graminacee. Il giornalista era Frank Herbert, la zona le Oregon Dunes e il libro che ne scaturì fu, appunto, "Dune".
Da qui è facile: il “capolavoro della fantascienza letteraria” è proprio il primo "Dune" del 1965, cui seguirono nei successivi venti anni altri cinque capitoli, tutti scritti dall’autore originale (saga poi proseguita dal figlio Brian e da Kevin J. Anderson con il solito armamentario di prequel, sequel e midquel); il “videogioco che ha fatto la storia” è invece Dune II: The Battle for Arrakis, realizzato dai Westwood Studios nel 1992 e che ha ridefinito per sempre l’architettura e il gameplay degli strategici in tempo reale; “mitologico film non realizzato”, infine, è il tentativo della cordata francese guidata da Alejandro Jodorowsky di adattare a metà anni ‘70 il libro di Herbert, sforzo prometeico e melanconico nel mettere insieme Giger e Moebius, Pink Floyd e Dan O’Bannon, Salvador Dalí, Orson Welles, Mick Jagger – che fallì, sì, come il Napoleon di Kubrick e il Mastorna di Fellini, ma tanto di questo lavoro è poi idealmente confluito in Alien, L’Incal e La casta dei Meta-Baroni.
Villeneuve porta avanti, con pervicacia, sicurezza ed eleganza, la sua non idea di cinema. Non mi è ancora chiaro, infatti, cosa voglia esattamente dal suo cinema e soprattutto da me, inteso come spettatore X. Il suo è probabilmente un/il nuovo prototipo di blockbuster, esteticamente affascinante, maturo e moderno, globalmente serioso nell'impostazione ma non scevro di malcelate concessioni alla pancia [...] Vai alla recensione »