| Titolo originale | Call me by your name |
| Anno | 2017 |
| Genere | Drammatico, Sentimentale, |
| Produzione | Italia, Francia, USA, Brasile |
| Durata | 132 minuti |
| Regia di | Luca Guadagnino |
| Attori | Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel Victoire Du Bois, Vanda Capriolo, Antonio Rimoldi, Elena Bucci, Marco Sgrosso, André Aciman, Peter Spears, Andrew Duncan Hinojosa. |
| Uscita | giovedì 25 gennaio 2018 |
| Tag | Da vedere 2017 |
| Distribuzione | Warner Bros Italia |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,94 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 28 marzo 2019
Argomenti: Film contro l'omotransfobia
Un racconto sensuale e trascendente sul primo amore, basato sul famoso romanzo di André Aciman. Il film ha ottenuto 4 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, 3 candidature e vinto un premio ai Nastri d'Argento, 12 candidature e vinto 2 David di Donatello, 2 candidature a Golden Globes, 4 candidature e vinto un premio ai BAFTA, ha vinto un premio ai European Film Awards, 7 candidature e vinto un premio ai Critics Choice Award, 1 candidatura a SAG Awards, 6 candidature e vinto 2 Spirit Awards, ha vinto un premio ai Writers Guild Awards, 1 candidatura a Producers Guild, Il film è stato premiato a AFI Awards, In Italia al Box Office Chiamami col tuo nome ha incassato 3,2 milioni di euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Estate 1983, tra le province di Brescia e Bergamo, Elio Perlman, un diciassettene italoamericano di origine ebraica, vive con i genitori nella loro villa del XVII secolo. Un giorno li raggiunge Oliver, uno studente ventiquattrenne che sta lavorando al dottorato con il padre di Elio, docente universitario. Elio viene immediatamente attratto da questa presenza che si trasformerà in un rapporto che cambierà profondamente la vita del ragazzo.
Luca Guadagnino, con la collaborazione di Walter Fasano e di James Ivory, si è ispirato al romanzo omonimo di André Aciman per chiudere l'ideale trilogia sul desiderio iniziata con Io sono l'amore e proseguita con A Bigger Splash.
Quasi avesse voluto rispettare una circolarità estetico-narrativa riallacciandosi al primo film, evita qui le cadute grottesche che avevano di fatto indebolito l'ultima parte del secondo (benché anche in questo caso non ci risparmi il ritrattino di una coppia italiana sproloquiante sul pentapartito craxiano). Perché lo sfondo è l'Italia in cui Gelli evadeva e Bettino dominava ma solo di sfondo si tratta.
La collocazione temporale costituisce di fatto soprattutto un indice di rispetto nei confronti dell'autore letterario che ha offerto la materia prima per un rinnovato percorso nello spazio e nei suoni attraverso i corpi. Perché Guadagnino ha raggiunto l'eccellenza nell'ambito del cinema italiano e internazionale nel far 'agire' gli spazi. Non solo la villa settecentesca in cui i Perlman vivono ma ogni singolo edificio, ogni portone, si potrebbe dire ogni muro dei luoghi che vengono attraversati dalla vicenda acquisisce una sua ragion d'essere divenendone parte integrante. Perché é di una bellezza classica che qui si parla fin dai titoli di testa e con il ritrovamento della statua nel lago, una bellezza che non resta ancorata nella polvere della storia o dell'archeologia ma si traduce, per l'adolescente Elio, in un corpo, in una persona.
Il luminoso Oliver aggiunge calore a un'estate di per sé già assolata, il calore di una scoperta forse inattesa alla quale tenta confusamente di resistere cercando sulla pelle della coetanea Marzia un piacere che la stessa inesperienza dell'età finisce per trasformare più in un gioco su cui sorridere che non in un vero rapporto (anche se per lei la reazione non sarà la stessa). Molti si soffermeranno sulla valenza simbolica e 'scandalosa' della scena della pesca ma ciò che davvero ha valore in questo film è altro. È il discorso che il padre fa ad Elio dopo che Oliver è partito, è il finale che si prolunga sui titoli di coda, ma sono anche i rumori, i suoni che ne intessono la trama trasformandosi nella partitura che il giovane Elio cerca di trascrivere sulle prime righe del pentagramma del sentimento amoroso. Tutto ciò in un film che omaggia i maestri che Guadagnino ama (Renoir, Rohmer, Bertolucci) riuscendo però ad andare oltre la loro lezione, grazie a uno stile e a una ricerca totalmente personali.
Incredibile, a mio avviso uno dei film migliori degli ultimi anni. Sicuramente non è ( aimè ) per tutti: sottile e sofisticato, mai banale nella sua apparente semplicità, delicato e sensuale, forte e malinconico, scava nel profondo e ti resta dentro, ed è questo ciò che un film del genere dovrebbe suscitare! Interpretazioni magistrali ( il giovane [...] Vai alla recensione »
C'è un equivoco di fondo sull'identità cinematografica di Luca Guadagnino. Più che il "nemo propheta in patria", questa curiosa storia di un cineasta molto amato oltreoceano e poco conosciuto da noi tradisce alcune motivazioni che non riguardano esclusivamente la sordità comunicativa dei media o della critica. Guadagnino è un regista italiano che guarda all'Italia con occhi da straniero. Per alcuni questo straniamento è indice di esterofilia e di concessione al gusto internazionali, per altri (i più, bisogna dire) si tratta di un modo indipendente e cinefilo di staccarsi da alcuni cliché del nostro cinema d'autore. In effetti, se osserviamo i film e i registi italiani che in questi anni più si sono affermati in un contesto globale (vincendo premi e festival rinomati), troviamo alcuni nomi di visionari e inventori di nuove forme cinematografiche (principalmente Garrone e Sorrentino), ma anche e soprattutto autori dediti a sguardi "magici" e iper-realisti sul territorio italiano (da Alice Rohrwacher a Grassadonia e Piazza, da Gianfranco Rosi al cinema napoletano).
Guadagnino è forse l'unico a porsi fuori dall'interrogazione costante della nostra realtà sociale o della sua trasfigurazione in termini simbolici. L'unico a non occuparsi di periferie o di luoghi etnicamente connotati, e l'unico a non ambire all'affresco contemporaneo stile Sorrentino.
Il suo dizionario è cosmopolita, e in effetti è uno dei cineasti che meglio guarda al cosmopolitismo insito in tanto nostro cinema del passato. E proprio al più cinefilo e trasversale dei nostri registi, Bernardo Bertolucci, si ispira principalmente Chiamami col tuo nome, dove gli echi di specifici film del maestro parmigiano (tra cui ovviamente Io ballo da sola ma anche indirettamente La luna) prevalgono su citazioni più oziose, da Renoir a Rohmer, da Garrel a Rossellini - e anche se Guadagnino continua a ricordare il suo amore per Viaggio in Italia, sinceramente non se ne vede traccia in questo ultimo lavoro.
"Che effetto fanno quattro candidature agli Oscar? Provo grande felicità e orgoglio. Ma sono già nel mezzo dei lavori per il prossimo film (Rio con Jake Gyllenhaal, Michelle Williams e Benedict Cumberbatch, mentre è in post produzione il remake di Suspiria con Chloe Grace Moretz, Dakota Johnson e Tilda Swinton), dunque riesco a mantenere le cose in prospettiva".
All'indomani delle nomination per Chiamami col tuo nome - Miglior Film, Miglior Attore Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale e Miglior Canzone - Luca Guadagnino si schernisce. "Non ci sarà un discorso di accettazione, ne sono convinto, siamo già contenti così", e ringrazia la squadra che ha reso tutto possibile, in primis Armie Hammer e Timothée Chalamet, accanto a lui in questo incontro con la stampa.
Come è nato Chiamami col tuo nome?
Guadagnino: In maniera inusuale. Un produttore americano mi ha fatto leggere il romanzo da cui è tratto il film che è ambientato in Liguria. Io mi trovavo proprio in quella regione quando mi è stato chiesto di dare un mio parere. Da lì sono entrato a far parte della produzione, abbiamo cercato un regista - fra i nomi possibili c'era Gabriele Muccino - e ho finito per girarlo io con un budget minimale.
Come è avvenuto l'incontro con gli attori?
Guadagnino: Timothée aveva 17 anni, ma era già un veterano dopo Homeland e la parte di Casey Affleck giovane in Interstellar. La nostra prima conversazione è stata un'epifania: sapevo di aver incontrato Elio e insieme una voce straordinaria. Armie invece lo tenevo d'occhio fin dai tempi di The Social Network.
Hammer: Luca ed io ci siamo incontrati nel 2010 a casa sua. Di solito questi meeting durano una quarantina di minuti, invece noi abbiamo passato quasi quattro ore a parlare di libri, filosofia e arte, mangiando e bevendo caffè. Da attore presuntuoso ero convinto di essere già scritturato. Invece sono passati sei anni di silenzio assoluto prima di ricevere la telefonata che mi chiedeva se ero interessato alla sceneggiatura del prossimo film di Luca. Ho risposto: "Ci sto!" prima di averla letta, e dopo ho detto: "Wow!" e ho firmato. Se volevo considerarmi un artista dovevo mettermi alla prova e superare i miei limiti, ed è proprio quello che è successo. Chiamami col tuo nome ha cambiato la traiettoria della mia vita e il modo in cui intendo continuare a fare cinema.
Chalamet: Per me ci sono voluto tre anni di attesa, e finalmente a vent'anni ho avuto la parte. Mi è sembrata un'occasione unica: quando si è giovani è raro poter recitare ruoli che non siano quelli del fidanzatino o dello studentello. Elio invece è un personaggio ricco, complesso e articolato, di grande intelligenza e fluidità intellettuale. La parte più difficile è stato imparare a parlare l'italiano e a suonare il piano: l'"improvvisazione" al pianoforte che appare nel film era il frutto di un mese e mezzo di prove.
Fresco di quattro nomination all'Oscar e di consensi riscossi in giro per il mondo nel corso di un anno, arriva infine anche in Italia Call me by your name di Guadagnino. Un film piccolo e libero, che in teoria sembrava meno ambizioso di altri suoi, ma che in effetti segna la sua maturità artistica. La storia è semplicissima. 1983: il padre del diciassettenne Elio (Timothée Chalamet) ospita ogni estate [...] Vai alla recensione »