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Marilyn Monroe

Marilyn Monroe (Norma Jean Baker) è un'attrice statunitense, produttrice esecutiva, è nata il 1 giugno 1926 a Los Angeles, California (USA) e muore il 5 agosto 1962 all'età di 36 anni a Los Angeles, California (USA).
Nel 1958 ha ricevuto il premio come miglior attrice straniera al David di Donatello per il film Il principe e la ballerina.

Marilyn o Norma Jeane?

A cura di Fabio Secchi Frau

Dobbiamo tutto a Marilyn Monroe. Ma ancora di più dobbiamo a quella giovane attrice che si era fatta Marilyn Monroe. Una celebre maschera di seduzione che lei stessa aveva creato, come uno schizofrenico alter ego che sapeva usare sessualità e pietà nella giusta misura, che sapeva farsi perdonare quando sbagliava, che sognava di rimanere sempre bella, ma anche di superare quella cronica insicurezza d'interprete con una perfezione recitativa degna delle colleghe che le stavano intorno o che l'avevano preceduta. «Se avessi rispettato tutte le regole, non sarei arrivata da nessuna parte», diceva. E questa consapevolezza di aver osato troppo e, nell'osare, di essersi spinta lì dove il confine fra sola bellezza e stupidità era sottilissimo, le causò un'infelicità autentica. «Non sono mai stata abituata alla felicità: è qualcosa che non ho mai dato per scontato, pensavo che sarebbe arrivata con il matrimonio». Ne ebbe tre, ma nessuno di quei tre la salvò dalla sofferenza che provava. Nessuno dei tre matrimoni riuscì a instillare in quel corpo burroso la gioia di vivere. L'unica cosa che contava per Marilyn, per Norma, era il pubblico. Il sentirsi apprezzata come una brava attrice, piuttosto che come una attrice sexy. Quello e l'ottenere il rispetto: «Se sei famosa la gente crede di avere il diritto di dirti in faccia qualunque cosa, come se questo non potesse ferirti... A volte, penso che sarebbe meglio evitare la vecchiaia e morire giovani. Ma vorrebbe dire non completare la propria vita, non riuscire a conoscersi completamente». E non la completò quella sua esistenza. La morte la chiamò a soli 36 anni. Le sue ultime parole, pronunciate alla fine di un'intervista concessa poche settimane prima di morire furono: «La prego, non mi faccia apparire ridicola». Se solo potesse sapere, oggi, che il suo talento è stato pienamente riconosciuto... Se solo potesse sapere, oggi, il grande affetto che il pubblico nutre per lei, al di là della sua bellezza. Scatta sempre qualcosa quando si vede Marilyn Monroe sul grande o sul piccolo schermo. Qualcosa che non ci azzarderemo a definire transfert. È più una venerazione. Un rapporto di sacra tenerezza e ammirazione che va oltre la versione cinematografica e viene direttamente dal suo privato. In tanti decenni, ci siamo appassionati a lei, alla sua storia di crescita e di sbagli, spesso ci siamo divertiti nel sentire le sue battute e spesso ci siamo anche arrabbiati per le scelte che ha fatto. Ma ormai, l'attrice fa parte di un mondo parallelo, quello degli dei, quello delle star, dei nostri sogni. Il suo lato migliore stava nella grande capacità di affiancare il glamour patinato alla vita tormentata, il lusso alla perfezione esasperata, i suoi personaggi alle cose reali della sua esistenza fra cui problemi, delusioni sentimentali, aspettative professionali. Marilyn amava i punti interrogativi. Amava rispondere alle domande con quella finta leggerezza che nascondeva una riflessione profondissima sulle sue relazioni e sui suoi errori... Sapeva che erano stati gli errori a determinare il suo destino. Sapeva che senza quelli la sua vita non avrebbe avuto lo stesso senso. Probabilmente, se non avesse cambiato rotta non sarebbe diventata ciò che è stata. Non era uno stereotipo. Non era una di quelle bionde maggiorate stupidine che si vedevano sul grande schermo. Sicuramente, ce n'erano state molte prima di lei, ma era anche vero che proprio perché unica nel suo genere rendeva impossibile alle altre trovare elementi autobiografici. Non c'è identificazione con Marilyn. Manca il processo che fa si che una volta entrati al cinema, ci si immedesimi completamente in lei e nella sua storia. Un'altra cosa che depone a suo favore è che, con il passare del tempo, il suo nome non è rimasto incollato all'immagine di bambolone siliconate e plastiche, ma è rimasto a definire solo la sua persona. Non abbiamo avuto il piacere di vederla andare oltre i quarant'anni, non l'abbiamo conosciuta con il viso segnato dalle rughe. Non abbiamo potuto. Ce l'hanno portata via prima. Rimane l'incredibile universalità della sua immagine, quella che non la vuole così vuota come si vuol far credere, quella che, in mezzo all'estetica a tutti i costi, si muovevano spunti e riflessioni. Non si possono pretendere molti realismi dai film nei quali recitava. Le pellicole funzionavano come un fumetto in cui si proiettavano i nostri desideri sessuali verso di lei. Era una donna da vedere, da ammirare, da amare, tenendo il giudizio critico in tasca, lasciandosi andare, ballandole intorno come in Facciamo l'amore, guardandola ridere tutta imbacuccata in un orrido impermeabile in Niagara, posando la nostra testa sulla sua in Come sposare un milionario o ascoltandola cantare sopra un pianoforte in La magnifica preda... Una starlette che era stata tale solo in Giungla d'asfalto e che forse aveva recitato il ruolo più vicino a se stessa nel doloroso Gli spostati. Qualcuno sogna ancora le sue lunghissime gambe avvolte nelle calze a rete che comparivano in Fermata d'autobus... Ma la sua vita non era un film. Era reale. Era una vita. Una vita da sogno con un brutto finale, ma pur sempre una vita...

Da Norma Jeane Mortenson a Marilyn Monroe
Norma Jeane Mortenson, nasce il primo giugno 1926 a Los Angeles, da una donna sola e dal fragile equilibrio che rispondeva al nome di Jeane Baker, una montatrice della RKO. Sua madre era stata una vedova un tempo, poi era diventata una ragazza madre. Forse era rimasta incinta dopo uno stupro. Non si è mai saputa la verità. Suo padre era Charles Stanley Gifford. Uno sconosciuto, più che un genitore. Era certo però che la più grande eredità che la madre lasciò alla figlia fu proprio quell'insoddisfazione esistenziale che la spinse dietro i muri di un istituto di igiene mentale. Con la madre in manicomi e sola, la piccola Norma, trascorse la sua infanzia fra le famiglie adottive, case-famiglia e gli orfanotrofi di Hollygrove e di LA Orphan's Home, dove lavorava nelle cucine e dove divenne un eccezionale membro della squadra di softball. «Da bambina nessuno mi ha mai detto che ero bella. Tutte le bambine dovrebbero sentirselo dire, anche se non è vero». Anni dopo, venne tirata fuori da quei posti da un'amica materna, Grace McKee che la crebbe come fosse stata partorita dal suo grembo. Grace amava Norma, vedeva in lei la stessa bellezza della sua attrice preferita: Jean Harlow. E glielo ricordava continuamente negli anni liceali, quelli in cui frequentava la Van Nuys High School. Grace le permetteva di truccarsi e di arricciarsi i capelli e, a quindici anni, fu lei stessa, con un ago da cucire, a forarle i lobi delle orecchie. Quando però Norma raggiunse i sedici anni di età, Grace la informò che non poteva più prendersi cura di lei: doveva tornare in orfanotrofio. Fu in quel momento che Norma ebbe un'idea: sposarsi. Solo sposandosi avrebbe evitato di nuovo l'incubo di vivere in stanzoni con dei minorenni sconosciuti. Abbandonò gli studi e, portando come unica dote il suo libro preferito, la biografia di Abramo Lincoln, diventa la signora Dougherty, moglie di James Dougherty che lei affettuosamente chiamava "Papà". Suo marito era un operario in un impianto aereo nel quale anche lei aveva lavorato, ma i soldi scarseggiavano e, per arrivare a fine mese, decise di usare la sua bellezza a proprio vantaggio, lavorando come fotomodella per cinque dollari a impiego. Le sue forme erano 96-58-91 e il suo aspetto divenne così importante che, temendo le macchie di sudore, si lavava quindici volte al giorno e solo con i prodotti Nivea. James però non sopportava che altri uomini contemplassero sua moglie e, nel giugno 1945, arrivò il divorzio. Fu durante un servizio fotografico nello stabilimento Radioplane in California, di proprietà dell'attore Reginald Denny, che i fotografi la scoprirono. Era la pin-up perfetta da far sognare a tutti quei soldati americani che erano impegnati nella Seconda Guerra Mondiale. Uno dei fotografi la mise in contatto con una vera agenzia di modelle, la Emmeline Snively, che la fece partecipare immediatamente al contest di bellezza Miss California Artichoke Queen del 1947, che vinse. Qualcuno le consiglia di bussare alle porte della RKO, ma qualcun altro le spiega che alla Fox avrebbe più possibilità di lavorare nel mondo del cinema. Norma Jeane prende coraggio e si lancia in questa nuova avventura. In men che non si dica, si ritrova a firmare un contratto con la 20th Century Fox. Inizia il mito di Marilyn Monroe, a partire proprio da quel nome. Norma Jeane Mortenson non era il nome adatto a un'attrice hollywoodiana. Ci voleva qualcosa di diverso. Lei propone Norma Jeane Baker, ma la Fox lo giudica troppo campagnolo. Si pensa a Norma Jean Dougherty o Jean Norman, ma sono entrambi inefficaci. Ben Lyon propone Carol Lind, ma alla bella fotomodella non piace e propone di usare il nome da nubile di sua madre: Monroe. A questo punto, si riducono a tre le scelte per il suo nome d'arte: Norma Jeane Monroe, che viene scartato perché "scomodo"; Jean Monroe e Marilyn Monroe. Vince quest'ultimo che a Ben Lyon ricorda l'attrice teatrale Marilyn Miller. La ragazza ne è entusiasta anche se, quando comincerà a firmare i primi autografi farà fatica a ricordare dove mettere la Y e dove la I nel nome Marilyn. Infatti, sarà costretta a chiedere sempre allo staff che la segue. Quel nome diventerà così importante negli anni a venire che l'attrice sceglierà di farlo diventare il suo nome legale il 23 febbraio 1956, con un'ordinanza del Tribunale dello Stato di New York. C'è un altro particolare: Marilyn Monroe deve essere bionda e non castana come Norma Jeane. Cercano in nove diverse tonalità di colore di capelli biondi prima di scegliere il biondo platino. La Fox le offre una vita da sogno con un appartamento nei pressi degli Studios che condividerà assieme a un'altra aspirante attrice: Shelley Winters. Le due stringeranno immediatamente amicizia, condividendo non solo uno spazio comune, ma anche gli stessi sogni e le stesse risate. «Un giorno, dovevo uscire e le avevo chiesto di lavare la lattuga che avremmo mangiato a cena. Quando sono tornata, ho trovato Marilyn che la sciaquava con il sapone!», così raccontava la Winters. Ma non è l'unico stretto legame femminile che la Monroe instaura. Fra le sue migliori amiche ci sono anche Dorothy Dandridge e Ava Gardner, altre due ragazze che lotteranno per diventare attrici a Hollywood.

I due debutti
Il primo ruolo di Marilyn Monroe al cinema è "vocale". Viene chiamata per prestare la voce a un'operatrice telefonica nel film del 1947 The Shocking Miss Pilgrim, una pellicola che era passata da George Seaton a Edmund Goulding a John M. Stahl. Il suo vero debutto avviene lo stesso anno in Dangerous Years di Arthur Pierson. Suo il ruolo di Evie, la bella cameriera del Gropher Hole.

Il contratto con la Columbia
La Fox però non è soddisfatta dell'acquisto e la licenzia l'anno successivo. Disperata, cerca un'altra casa di produzione e bussa alle porte della Columbia che le offrono un contratto di sei mesi. Lei firma e la mandano a studiare recitazione presso Natasha Lytess. Nel 1949, recita con Groucho e Chico Marx in Una notte sui tetti, mentre l'anno dopo ha una piccola parte in Eva contro Eva di Joseph L. Mankiewicz. E nonostante abbia pochissime battute è meravigliosa in un abito da sera bianco che le fascia il corpo magro. Invidia Bette Davis e Anne Baxter. Aspira a diventare come loro e aspetta solo la buona occasione per emergere. È John Huston, quello stesso anno, a dargliene una con Giungla d'asfalto. È ancora una seduttrice, procace e peccaminosa, ma è una parte che segna l'inizio di ruoli più seri.

I ripensamenti della Fox
Nel 1950, la Fox ritorna sui suoi passi, le fa firmare un contratto di sette anni e la lancia definitivamente come una delle sue attrici emergenti, facendola apparire agli Academy Awards. Purtroppo, quando scoprirà che il suo vestito le è stato accidentalmente strappato, scoppierà in lacrime come una bambina. È il primo sintomo di una fragilità e di un'insicurezza fuori controllo. Nel 1951, viene scelta per recitare in Le memorie di un Don Giovanni. Ha una scena in costume da bagno ed è così bella da creare scompiglio fra la troupe. Impossibile lavorare e ultimare la scena. Allora, il regista del film, Joseph M. Newman, è costretto a cacciare tutti dal set e finire le riprese senza nessuno intorno. Solo lui e Marilyn. Nel 1952, partecipa al film corale a episodi (Howard Hawks, Henry King, Henry Koster, Henry Hathaway, Jean Negulesco) La giostra umana con Charles Laughton, ma ha anche una notevole piccola parte nel film di Fritz Lang La confessione della signora Doyle (1952). La Monroe, in questo caso, divide il set con un'altra grande attrice americana, Barbara Stanwyck, che interpreta sua cognata. Cerca di rubarne la forza drammatica, la postura, la sicurezza in scena. La ammira. Vuole essere come lei. Vuole graffiare il grande schermo solo entrando nell'inquadratura. Matrimoni a sorpresa (1952) e Il magnifico scherzo (1952) di Howard Hawks sono i suoi titoli seguenti. Qui, la Monroe recita nientemeno che con Cary Grant. Il film ha un discreto successo, ma ancora una volta, lei è una lucente ombra dietro un'attrice più nota (Ginger Rogers) e niente di più. Arriva al diciottesimo film: La tua bocca brucia (1952). È stanca di avere parti secondarie e pretende dalla Fox l'opportunità di dimostrare ai critici che la sua recitazione può avere successo anche come protagonista assoluta di un film. Ha ragione. Riesce nell'intento di convincere il pubblico, ma meno la critica che continua a vederla come una mera bellezza da grande schermo e ne esalta la fortissima femminilità e sessualità, ma non le qualità di interprete.

Lo scandalo della sua fotografia nuda e lo status di sex symbol
A salvarla è uno scandalo. Una famosa foto di lei nuda scattata da Tom Kelly minaccia la sua carriera a Hollywood. Originariamente, quella fotografia appare su un calendario dal titolo "Miss Golden Dreams". È un ricattatore a minacciare gli Studios di identificarla con la fotomodella se non viene pagato. In poco tempo, la voce si sparge. L'ufficio stampa della Fox le suggerisce di negare, ma lei non è d'accordo. Astutamente, Marilyn Monroe ammette la verità: «Sì, sono io quella ragazza che ha posato nuda. L'ho fatto perché avevo un disperato bisogno di denaro». Il pubblico la perdona e l'incidente si rivela un'inaspettata mossa pubblicitaria. Hugh Hefner acquista i diritti della fotografia per 500 dollari e la mette sul primo numero di PLAYBOY, con una didascalia "The Sweetheart of the Month". Marilyn Monroe comincia a fare tendenza e il suo nome viene ripetuto sempre più spesso dal pubblico. A renderla ancora più celebre sono i suoi "monroismi", battute personalissime e imprevedibili che l'attrice piazza qui e lì durante le interviste. «Che cosa indossa a letto?», le chiese un giornalista un giorno. «Due gocce di Chanel n° 5», fu la sua risposta. Nasce il sex symbol.

Protagonista di Niagara
Lo stesso anno, arriva il melodramma criminale Niagara (1953), diretto da Henry Hathaway. La Monroe sostituisce Anne Bancroft, che aveva rinunciato al ruolo, e la sceneggiatura, proprio in vista dell'arrivo della Monroe, viene modificata. Purtroppo, durante le riprese del film, l'attrice era ancora sotto contratto come attrice stock, pertanto il suo stipendio era meno di quello del suo truccatore.

Il capolavoro Gli uomini preferiscono le bionde
Howard Hawks ritorna a dirigerla nel musical Gli uomini preferiscono le bionde (1953), affiancandole un'altra donna dalla prorompente carica sessuale: la mora Jane Russell. Interpretano due ballerine americane alla ricerca di quel benessere che solo la ricchezza può dare. Mentre la Russell è la più furba Dorothy Shaw, una donna che preferisce i muscoli e trova la sua stabilità nel lavoro, a Marilyn Monroe spetta invece il ruolo di Lorelei Lee, amante dei diamanti e alla disperata ricerca di un miliardario da portare all'altare. Fra musiche e coreografie, la trasposizione del romanzo di Anita Loos, diventa un capolavoro del cinema. Frivola e irrealistica, la Monroe canta, balla e recita e fa del suo personaggio una caricatura scoppiettante ed esilarante, riuscendo a lasciare il pubblico a bocca aperta in numeri musicali come "Bye Bye Baby" e, soprattutto, "Diamonds Are a Girl's Best Friends" che entra di diritto nella storia del cinema. È il suo trionfo e lei è una star.

Il perfezionamento all'Actor's Studio
Se prima solo l'America si chiedeva chi fosse Marylin Monroe, ora il mondo intero punta i suoi occhi verso di lei. Cosa fa? Cosa mangia? Cosa pensa? Chi ama? Cosa giudica sexy e cosa no? Ma lei è stanca di rispondere a domande sulla sua sessualità. Stanca di dare risposte velatamente erotiche. Il suo unico pensiero, lo scopo di quel suo vivere, diventa solo uno: affermarsi come una brava attrice e non più come un sex symbol. Quando mise piede a Hollywood, la mandarono a imparare le basi della recitazione presso Michael Chekhov, mentre il resto lo avrebbe appreso sul set, con la pratica. Sente che con un'istruzione più accurata arriverà a perfezionarsi come le sue colleghe e amiche e sarà guardata con più rispetto da attori e registi. Così, sfidando la Fox che la tiene sotto contratto, si rifiuta di lavorare ancora e va a New York per studiare recitazione all'Actor Studios sotto la guida di Lee Strasberg. Sono i tempi del teatro impegnato e Marilyn Monroe mette in scena assieme a Maureen Stapleton un'"Anna Christie" che lascia tutti senza fiato. Per riaverla, la Fox rinegozia il suo contratto, concedendole una clausola importantissima: l'approvazione dei registi dei suoi film.

Il matrimonio con Joe DiMaggio
Il 1954 è l'anno del suo secondo matrimonio. Conosce il campione di baseball Joe DiMaggio, che ha divorziato da tempo dall'attrice Dorothy Arnold, la madre dei suoi due figli. Per andare all'altare però, Marilyn deve prima convertirsi alla cattolicesimo (era protestante), ma la Chiesa rifiuta categoricamente la coppia, perché entrambi divorziati. Così, i due decidono di sposarsi con una cerimonia civile al municipio di San Francisco nel gennaio del 1954. DiMaggio, per questa unione, verrà automaticamente scomunicato dalla Chiesa. Purtroppo, per via delle troppe gelosie di lui che vorrebbe una moglie più casalinga, la coppia scoppia nell'ottobre del 1954, pur rimanendo ottimi amici.

Diva in Quando la moglie è in vacanza
Iniziano gli anni d'oro della sua carriera. Sempre nel 1954, è accanto a Robert Mitchum nel western La magnifica preda. Avrebbe dovuto lavorare in Bulli e pupe (1955), nel ruolo di Adelaide, ma gli Studios preferiscono lanciare Vivian Blaine e le offrono, invece, il ruolo di protagonista nella pellicola di Billy Wilder Quando la moglie è in vacanza (1955). Purtroppo, proprio durante le riprese cominciano anche i suoi attacchi di panico e una forte depressione. Un mix emotivo esplosivo che va verso l'autodistruzione. Billy Wilder non è sempre carino con lei. È cinico, la deride con la troupe quando volta le spalle. Pensa che la gente paga per vederla al cinema non perché brava a recitare, ma per il suo corpo. Lei lo sa, ma nonostante questo va avanti nel suo lavoro. Un lavoro estenuante. Lei è spesso in ritardo e si rifiuta di girare alcune sequenze. È un inferno, ma nonostante questo il film ha un buonissimo profitto al box office. Una nuova scena fa di Marilyn Monroe un oggetto del desiderio maschile: quella in cui si poggia sulla grata della metropolitana e lascia che l'aria le alzi la gonna. Entra nella leggenda. Lo status di star non basta più: arriva quello di diva. Ci vogliono 40 ciak per girare quella scena, che originariamente venne allestita a Lexington Avenue a Manhattan ma che, per i fischi e i commenti del pubblico presente (5.000 spettatori), fu spostata in una riproduzione della stessa via nei teatri di posa della Fox, dove l'unica difficoltà principale era stata quella dei tacchi a spillo che si incastravano fra le grate della finta metro. Ma quell'immagine, che imbarazzava l'allora marito Joe DiMaggio, entrò nell'immaginario collettivo dell'America e non, visto che persino Marilyn venne premiata con una candidatura ai BAFTA come miglior attrice straniera.

La fondazione della Marilyn Monroe Production
Nel 1955, assieme all'amico fotografo Milton Greene, fonda la Marilyn Monroe Production inc. che le avrebbe consentito di recitare ruoli migliori. Durante la conferenza stampa, alla domanda «Vuole davvero interpretare "I fratelli Karamazov"», lei rispose «Non voglio interpretare i fratelli. Solo Grushenka, la ragazza». La parte, tre anni dopo, andò a Maria Schell.

Il terzo matrimonio: Arthur Miller.
Arriva anche il terzo matrimonio. Da lettrice onnivora (possedeva più di 200 libri), conosce il drammaturgo Arthur Miller e se ne innamora. Lo sposa due volte a differenza di due giorni, nel giugno del 1956: la prima volta con una cerimonia civile, poi con una cerimonia ebraica, avvenuta solo dopo alla conversione di Marilyn. L'amore che l'attrice prova per lo scrittore è così forte che quando verrà accusato di attività antiamericane, lo difenderà legalmente pagandogli tutte le spese del processo.

Gli aborti spontanei
Due volte premiata con un Henrietta Award, ottiene una candidatura al Golden Globe per Fermata d'autobus (1956), ma nonostante questo la Monroe soffre di un'insicurezza cronica che trascina anche sul set di Il principe e la ballerina (1957) di e con Laurence Olivier, realizzato con la sua casa di produzione che poi si sciolse per i dissapori fra Milton Greene e Arthur Miller. È circondata da uomini che darebbero tutto per lei, ma questo pensiero non la aiuta minimamente a sopravvivere alla violenta depressione che sta prendendo piede nella sua vita. Proprio durante il matrimonio con Miller, rimane incinta due volte (nel luglio del 1957 e nel novembre del 1958), ma in entrambe le occasioni subisce aborti spontanei dovuti all'endometriosi, una condizione dei tessuti uterini che si attaccavano ad altre zone del corpo, crescendo e provocando dolori, sanguinamenti irregolari e infertilità. Una nuova candidatura ai BAFTA e il Piatto d'Oro per la sua performance nel film di Olivier, non la aiuta a risollevarsi.

Il Golden Globe per A qualcuno piace caldo
Il periodo più buio arriva con A qualcuno piace caldo (1959). Durante le riprese di questo capolavoro del cinema diretto da Billy Wilder, nel quale interpreta la musicista e cantante degli Anni Venti Zucchero Kandinsky, alla ricerca di un milionario e accompagnata da due migliori amiche che sono in realtà due uomini travestiti da donne (Tony Curtis e Jack Lemmon) per sfuggire alla mafia, la Monroe si sente prigioniera della sua stessa vita, del suo stesso nome. Vorrebbe tornare la semplice Norma Jeane, ma non può. L'infelicità non la fa concentrare e diventa la croce di Wilder, del cast e dell'intera troupe. Lavorare con lei diventa imprevedibile, ma anche questa volta il film viene concluso e ha un buonissimo successo, tanto da farle arrivare nelle mani il suo primo Golden Globe come miglior attrice in una commedia.

Yves Montand, Gli spostati e il divorzio
Nel 1960, è un flirt con Yves Montand a darle una nuova speranza di felicità. Conosciuto sul set del film di George Cukor, Facciamo l'amore, la Monroe cade nelle braccia di questo tombeur des femmes, innamorandosi perdutamente. Ma finite le riprese, lui tronca la relazione con l'attrice americana e torna dalla moglie Simone Signoret. La storia metterà in crisi il matrimonio con Miller che finirà l'anno successivo, alla fine della lavorazione del suo ultimo film Gli spostati (1961) di John Huston con Clark Gable e Montgomery Clift, che il drammaturgo aveva scritto apposta per lei. Nel 1961 divorziano.

L'allontanamento dal cinema e la love story con JFK
Truman Capote la adora e scrive per lei Colazione da Tiffany. Marilyn Monroe è Holly Golightly, ma la casa di produzione si rifiuta di inserirla nel cast e sceglie al suo posto Audrey Hepburn. Si allontana dal mondo del cinema. È nuovamente sola... I suoi tre matrimoni pesano come dei macigni sulla sua vita. Passa da un uomo all'altro, il più famoso è sicuramente il Presidente degli Stati Uniti D'America John Fitzgerald Kennedy, per il quale ha cantato "Happy Birthday, Mister President". Si parla anche di un flirt con suo fratello Robert, ma non viene confermato. I due si incontrano soprattutto all'Hotel Roosevelt di Los Angeles e questa liason con il cuspide della piramide politica americana, farà tenere d'occhio Marilyn Monroe dall'FBI (nel 1972, si scoprirà che la sua casa a Brentwood, era ricoperta da un raffinato sistema di intercettazioni telefoniche che copriva ogni stanza). Fu suggerita anche a Ranieri di Monaco come sua possibile moglie, ma lui le preferì la meno appariscente Grace Kelly.

I progetti incompiuti
Nel 1962, viene scritturata per Something's Got to Give. Purtroppo il suo comportamento, l'impreparazione al ruolo e il sempre più frequente uso di stupefacenti e alcol durante le riprese mina alla stabilità del film che rimane incompiuto e oscura maggiormente la sua reputazione professionale nel settore. Gli sceneggiatori della Fox firmano per lei i copioni di La signora e i suoi mariti (1964) e Donna d'estate (1963), ma non riuscirà a parteciparvi.

La misteriosa morte
È la morte ad aspettarla il 5 agosto 1962. Muore a Los Angeles, nella stessa città in cui è nata, proprio nella sua casa di Brentwood, al numero 12305 di Fifth Helen Drive, per un'overdose di droga e barbiturici. La sua segretaria e assistente la trova con un telefono in una mano, il corpo nudo e la faccia in giù sul suo letto. Aveva solo 36 anni, lasciando un patrimonio di 1,6 milioni di dollari che lei devolverà al suo insegnante di recitazione Lee Strasberg, alla sua psicanalista, la Dott.ssa Marianne Kris, e a sua madre. È Joe DiMaggio a occuparsi del funerale e, prima di seppellirla al Westwood Memorial Park di Los Angeles, bacia la bara e per tre volte sussurra: «Ti amo». Non la dimenticherà mai e, fino alla sua morte, farà depositare sulla sua lapide una dozzina di rose fresche.

50 centesimi per anima di Marilyn Monroe
Muore così l'attrice e l'icona. Il simbolo incarnato, fra luci o ombre, del divismo hollywoodiano. Di una femminilità splendente e dolorosa, Marilyn Monroe brilla ancora oggi, ma non più come mero sex symbol: «Il guaio è che un sex symbol diventa un oggetto. E io odio essere un oggetto. Se devo diventare simbolo di qualcosa, meglio che sia del sesso». Ma lei va al di là di tutto questo, diventa la rappresentazione di un trionfo cinematografico, ma disgraziatamente anche di un disperato fallimento umano. E chi era Marilyn Monroe in fin dei conti? Era una donna troppo spesso umiliata, un oggetto, come diceva lei, ancora prima che un essere umano. Quando in realtà pretendeva da se stessa di essere una brava attrice e chiedeva agli altri di ottenere rispetto: «Sentivo la mancanza del mio talento come se internamente indossassi abiti da quattro soldi. Ma, mio Dio, quanto volevo imparare, migliorare». Ma Hollywood non si curava della sua volontà. Hollywood voleva tutto e subito e lei lo sapeva. «Hollywood è quel posto dove ti pagano mille dollari per un bacio e 50 centesimi per la tua anima. Io lo so perché ho rifiutato spesso la prima offerta e accettato i 50 centesimi.»

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