Dalla storia del cinema più completa in lingua italiana, una selezione di 9485 film da vedere, dal 1895 al 2026. Scopri le recensioni, trame, listini, poster e trailer. Ordina per:
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L'ultimo film della star americana Marilyn Monroe, un western crepuscolare e paradossalmente proiettato nel futuro. Drammatico, USA1961. Durata 124 Minuti. Consigli per la visione: Ragazzi +16
È l'ultimo film di Marilyn Monroe e di Clark Gable. Espandi ▽
Reno, Nevada. Mentre attende il divorzio, Roslyn Taber, ospite dell'anziana amica Isabelle, viene corteggiata dal meccanico Guido e s'innamora di un amico di questi, il cacciatore di mustang Gay Langland, uomo maturo dal modo di fare rude ma romantico. Roslyn e Gay iniziano a convivere, ma la loro relazione è ostacolata proprio da Guido, che propone all'amico un'ultima battuta di caccia ai cavalli selvaggi. A loro si unisce anche il giovane nevrotico Perce, ferito in una precedente battuta. L'intenzione dei tre è procurare carne da destinare al macello, ma Roslyn farà di tutto per ostacolare il suo uomo.
Ultimo film di Marilyn Monroe e Clark Gable, scritto da Arthur Miller (allora marito della Monroe) e interpretato da un altro attore maledetto della Hollywood di allora, Montgomery Clift, Gli spostati è da sempre un cult: il canto del cigno di un genere (il western, naturalmente) e di almeno due generazioni d'attori americani. Recensione ❯
Il divertimento non manca, il gioco del 'chi è stato' è presente, il messaggio è positivo. Un piacevole film per famiglie. Azione, Commedia - Irlanda, Gran Bretagna, Germania, USA2026. Durata 109 Minuti.
Un enigma sconvolge la tranquillità di una fattoria e spinge un gruppo di improbabili investigatori a seguire indizi e sospetti. Espandi ▽
George è un pastore che conduce una vita solitaria allietata dalla presenza delle sue pecore a ognuna delle quali ha assegnato un nome e a cui, a fine giornata, legge capitoli di romanzi gialli convinto che, ovviamente, non possano comprenderli. Quando però avverrà un omicidio saranno proprio le detective a quattro zampe a condurre alla soluzione.
Un piacevole film per famiglie con due attori importanti e un messaggio positivo per i più giovani. Il pensiero non può non andare a Babe, maialino coraggioso con in aggiunta tutto ciò che la tecnologia oggi si può permettere.
Il divertimento non manca, il gioco del 'chi è stato' è presente, il messaggio è positivo. Non si può chiedere di più ad un film che copre un ambito (quello delle proiezioni che vedano insieme in sala adulti e bambini che non siano blockbuster Disney, Pixar o affini) purtroppo spesso emarginato dalla distribuzione nazionale. Recensione ❯
Una madre single scopre di più sul donatore di sperma che ha scelto per suo figlio. Espandi ▽
Edith vive in un angolo della Norvegia con la madre, che soffre di una malattia degenerativa, e il suo bambino, figlio di un donatore anonimo che diventa presto un'ossessione. L'istinto da giornalista la mette sulle tracce di Inuus, pseudonimo del misterioso donatore, che ha una moglie, una figliastra e un vecchio scandalo alle spalle. Contro ogni previsione, Edith si innamora, ricambiata, e le cose si complicano.
Alla sua seconda prova, Janicke Askevold interroga le nozioni di monoparentalità e di 'accesso alle origini', attraverso il percorso di una quarantenne che è ricorsa a una banca del seme per concepire suo figlio. Un'indagine avvincente su un aspetto raramente trattato della maternità, che rivela presto faglie e dubbi.
Il film sfida i pregiudizi sulla procreazione assistita e supera addirittura la linea rossa mettendo sotto i riflettori i donatori condannati all'anonimato perpetuo. Recensione ❯
Un'esperienza musicale e cinematografica completamente nuova e immersiva. Espandi ▽
Manchester. Mancano 18 ore all’inizio dell’inizio del concerto. Si sta preparando il palco dove si esibirà Billie Eilish, la cantautrice statunitense che oggi è tra le star di maggiore successo con circa 50 milioni di copie vendute tra album e singoli digitali e definita da “Billboard” come “la migliore artista nata nel XXI° secolo”. James Cameron. Poi sempre meno tempo: 11 minuti. Billie fa degli esercizi fisici. Un cubo bianco. Lei esce. Cappellino in testa, maglia personalizzata di Billionaire Boys Club e pantaloncini a quadri. Fan in delirio. Inizia un’altra tappa del tour che promuove il terzo album della cantante “Hit Me Hard and Soft” cominciato a Québec il 29 aprile 2024 e si è concluso al Chase Center a San Francisco il 23 novembre 2025. Billie Eilish. Hit Me Hard and Soft. The Tour è un film che ha due autori; infatti è firmato sia da Cameron che da Billie Eilish che si muove e corre con un microfono in una mano e una piccola telecamera nell’altra. Ci si trova davanti a qualcosa che assomiglia a una cerimonia sacra, a un rito dove la connessione tra Billie Eilish e il suo pubblico è immersiva, totale.
Si può assistere contemporaneamente a un evento musicale memorabile e un grandissimo film? Billie Eilish. Hit Me Hard and Soft. The Tour ci dice che è possibile. Forse resterà scolpito nel tempo come L’ultimo valzer di Martin Scorsese e Stop Making Sense di Jonathan Demme. Se lo meriterebbe perché oggi c’è stata l’impressione di essere stati davanti a qualcosa di unico. Recensione ❯
Un notevole esordio alla regia, che racconta il Male ma restituisce anche la bellezza dei luoghi e delle persone. Drammatico, Brasile2024. Durata 101 Minuti.
Una tredicenne è decisa a dare una svolta al suo futuro. Espandi ▽
Marcielle detta Tielle ha 13 anni e vive in una capanna a Marajó, nella foresta amazzonica a Nord del Brasile, insieme ai genitori, una sorella più piccola e due fratelli. La sorella maggiore Claudia se ne è andata e le manca, ma la madre, incinta del sesto figlio, dice a Tielle che Claudia che ha avuto fortuna perché ha sposato un brav’uomo e ora abita lontano. La quotidianità sembra serena pur nell’assoluta povertà, dato che la famiglia vive della vendita di gamberetti pescati nel fiume e succo di bacche di açaí colte arrampicandosi sugli alberi. Ma un brutto giorno il padre di Tielle decide che lei debba dormire accanto a lui: è la fine dell’innocenza, e rientra nel quadro desolante di abuso da parte degli adulti sulle ragazzine del luogo, che comprende anche un commercio di favori sessuali per pochi spiccioli con gli estranei a bordo delle chiatte che attraversano il fiume.
Manas – sorelle segna il debutto alla regia della documentarista brasiliana Marianna Brennand, che per questo film ha vinto il premio per la Miglior regia alle Giornate degli Autori. In effetti la direzione del cast e la fotografia degli ambienti sono eccezionali e descrivono senza romanticismi o voyeurismi la vita in una parte del mondo dove l’abuso sessuale è sistemico e ha spesso luogo nell’ambito famigliare. Lo stile della regista è a metà fra il documentaristico e il finzionale, racconta il Male ma restituisce anche la bellezza dei luoghi e delle persone, dedicando grande cura ad ogni inquadratura Recensione ❯
Un ragazzo palestinese di 12 anni tenta di raggiungere il mare per la prima volta. Dopo essere stato respinto a un checkpoint, scappa e attraversa clandestinamente Israele; suo padre lo insegue rischiando arresto e lavoro. Espandi ▽
È il giorno della gita scolastica, per una classe di adolescenti di Ramallah diretti in pullman verso il mare, che dista circa settanta chilometri. Khaled non l'ha mai visto, il mare, se non quando era ancora un feto nel ventre di sua madre Jasmine, morta precocemente. Ma una volta al posto di blocco sul confine con Israele, il ragazzo non supera i controlli. Decide di attraversare il confine con mezzi di fortuna e andarci lo stesso, da solo.
Emblema di come un'opera di finzione possa diventare un "caso", The Sea di Shai Carmeli-Pollak si fonda su un paradosso e porta alle estreme conseguenze drammaturgiche un principio incontestabile: è giusto impedire a un ragazzo di realizzare il sogno di una giornata al mare?
The Sea si fa specchio potente, da micro a macro, nel prefinale sulla strada: noi spettatori, ci si ritrova a osservare altri spettatori assuefatti, clienti di un caffè all'aperto di Tel Aviv: tutti inermi testimoni di un'azione poliziesca. Recensione ❯
Beatificato a priori, questo film ha chiuso tre parabole: ricerca, carriera e vita. Drammatico, Gran Bretagna, USA1999. Durata 160 Minuti. Consigli per la visione: Ragazzi +16
Due coniugi dell'alta borghesia entrano in un tunnel di sogni ed erotismo, dove i desideri del passato si mescolano con quelli del presente. Espandi ▽
A Manhattan (ricostruita in studio a Pinewood, GB) alla fine del '900, la quieta vita di una giovane e agiata coppia - un medico e una gallerista con una bambina - entra in crisi quando cominciano a incrociarsi desideri, fantasie sessuali, adulteri sognati o mancati. Recensione ❯
Prima di affrontare la sfida più dura della sua vita Nino trascorre il weekend girovagando per la sua Parigi e affrontando alcune questioni irrisolte che lo riconnetteranno con il mondo e con se stesso. Espandi ▽
A Parigi, Nino si reca in ospedale per un controllo di routine ma scopre all’improvviso di avere un tumore alla gola. Servirà iniziare una terapia invasiva entro tre giorni, un periodo durante il quale il ragazzo dovrà anche prendere decisioni sul suo futuro, per preservare la possibilità di avere figli e per ragionare su quale sia davvero il rapporto con le persone che lo circondano, dalla madre al migliore amico. Avendo perso le chiavi e non riuscendo a rientrare a casa, Nino si avventura per la città alla scoperta di sé. Il bell’esordio nel lungometraggio della regista francese Pauline Loquès non è un “film sulla malattia”, nonostante ne abbia tutte le premesse. Ha più a che fare con lo sgomento che precede la realizzazione, e nel comprimere la finestra temporale a pochi giorni e nell’immaginare un protagonista schivo e reticente, Loquès firma uno studio di momenti fugaci, in perenne controtempo. Ricco di sfumature e di sottili trovate narrative, Nino è una piccola opera che contiene moltitudini. Recensione ❯
Una storia di caduta e rinascita, dove il ritorno alle origini e l'incontro con un amore passato si intrecciano con la riscoperta di sé. Espandi ▽
Gianni Riccio è un famoso conduttore televisivo. Anche se la sua infanzia non è stata facile per la scomparsa di entrambi i genitori in due diverse circostanze, ora però può essere soddisfatto del successo ottenuto. Quando però si ritrova nel bel mezzo di un crack finanziario con complicazioni anche penali tutto gli crolla addosso. Si vede costretto a tornare ai luoghi di origine incontrando di nuovo un antico amore che potrebbe costituire per lui l'occasione di una rinascita.
Pupi Avati realizza un film in cui conferma la sua poetica, immergendola in una visione in cui denuncia e speranza di riscatto coesistono. Avati costituisce un raro esempio di un autore che rimane fedele a se stesso pur rinnovandosi ogni volta con la massima libertà che alla sua, non più tenerissima, età si può esercitare.
Dimostra ancora una volta la capacità di dirigere gli attori a cui chiedere di osare nell'andare controcorrente rispetto a quanto fatto fino ad allora: Massimo Ghini e Giuliana De Sio fanno due grandi performance. Recensione ❯
Catak si insinua nella coscienza dei suoi personaggi, rivelandone ambiguità morali e passi falsi comportamentali. Drammatico, Germania, Turchia, Francia2026. Durata 127 Minuti.
La vita professionale e personale di una coppia di artisti viene sconvolta da un evento legato a una prima teatrale. Espandi ▽
Derya e Aziz, una coppia turca di mezza età, lei attrice di teatro, lui drammaturgo e docente universitario, entrano nel mirino delle autorità turche come oppositori del regime di Erdogan: la pièce politicamente impegnata che Derya intrepreta viene cancellata, Aziz viene allontanato dall'università e i suoi social messi sotto controllo. Persino le dinamiche di coppia, e il rapporto con la figlia adolescente Ezgi, entrano in crisi quando il dramma si sposta dal palcoscenico alla vita reale seguendo logiche narrative simili, e mettendo alla prova l'impegno politico dei due protagonisti, fino a quel momento limitato ad un dissenso astratto e metaforico veicolato in forma artistica e intellettuale. Ma l'arte e l'ideologia sono abbastanza pericolose e potenti da minacciare il potere costituito, e in ogni caso da spingere gli spettatori e gli studenti a porsi domande scomode e potenzialmente sovversive.
Yellow Letters è il quinto film del regista tedesco di origine turca Ilker Çatak, il cui lavoro precedente, La sala professori, aveva fatto incetta di premi in Germania ed era entrato nella cinquina dei titoli per l'Oscar come Miglior film internazionale. Recensione ❯
Nel boom economico del Giappone del dopoguerra, Kikuo Tachibana, nato da una famiglia yakuza, viene adottato da un attore kabuki e, nonostante le difficoltà, diventa un artista di talento. Espandi ▽
Nagasaki, anni '60. Kikuo, dal viso efebico, recita come onnagata (attore maschile in un ruolo femminile) in una rappresentazione kabuki di fronte al grande attore Hanjiro, quando il padre - uno yakuza - viene trucidato davanti ai suoi occhi. Hanjiro sceglie di prendere Kikuo sotto la sua protezione e di avvicinarlo al figlio Shunsuke, anche lui aspirante attore.
Il film rifiuta ogni semplificazione. Kokuho non tenta di "spiegare" il kabuki né di renderlo accessibile a tutti i costi: ne preserva l'opacità, la complessità, persino una certa distanza.
Più che un racconto sul mondo del kabuki, Kokuho è una riflessione sul vedere e sull'essere visti, sulla costruzione dell'identità come performance continua. E, soprattutto, sul prezzo da pagare per trasformarsi in immagine, per diventare - e restare - un'icona. Recensione ❯
Un viaggio intimo e collettivo nelle aree interne del Molise. Espandi ▽
Ci sono zone dell'Italia che hanno subìto un progressivo isolamento: sono quelle aree interne che negli ultimi cento anni hanno perso il 75% della popolazione, dove mancano scuole, ospedali, farmacie, uffici postali, distributori di gasolio, connessioni web, e a volte non arrivano neppure l'acqua e la corrente elettrica, nonostante la presenza massiccia di pale eoliche nei campi circostanti. Eppure quelle aree costituiscono il 60% del nostro territorio nazionale e sono ancora (dis)abitate da 13 milioni di persone, ovvero un quarto della popolazione italiana.
È da questa considerazione che prende le mosse il documentario Ritorno al tratturo, nato da un'idea di Filippo Tantillo, uno dei massimi esperti di aree interne in Italia, di Elio Germano, che appare spesso e volentieri nel documentario, e del regista Francesco Cordio, coautore della sceneggiatura insieme a Tantillo, Germano e Gemma Barbieri, che è anche montatrice, in una collaborazione artistica che, come la storia che racconta, non spreca nulla e ottimizza le risorse in uno sforzo collettivo e solidale.
Siamo in Molise, un "territorio di media montagna al margine dei margini, caratterizzato da un forte fenomeno di spopolamento negli ultimi 40 anni", attraverso luoghi sperduti "dove non c'è niente" ma dove, "nel silenzio dei margini sta nascendo un mondo nuovo". Recensione ❯
Il film lanciò il cabarettista romano Carlo Verdone che vi interpreta ben cinque personaggi: un bulletto, un prete, un hippy di mezza età, un professore e un tipo asfissiante. Espandi ▽
Roma, in prossimità del Ferragosto. Enzo, classico macho di quartiere, ha programmato una vacanza in Polonia con l'intento di accalappiare ragazze grazie a penne biro e calze di nylon. Porta con sé l'amico Sergio che non sarà proprio di aiuto. Ruggero è diventato un hippie ma il padre, che sa dove andarlo a cercare, se lo porta a casa, per cercare di fargli cambiare vita grazie alla collaborazione di un prete, di un professore e di un parente. Leo è rimasto un bambino mai cresciuto che non raggiunge la madre a Ladispoli per dare alloggio a Marisol, una turista spagnola che non ha trovato posto in ostello.
L'esordio sul grande schermo di Verdone che si fa in sei sul set e inoltre si colloca dietro la macchina da presa. Fin dal suo esordio cinematografico Verdone li mette alla berlina ma al contempo ne compiange la condizione di incompletezza praticamente cronica e molto meno curabile della calcolosi alla cistifellea che fa la sua comparsa nel film. Recensione ❯
54 ragazze del liceo si suicidano gettandosi contemporaneamente sotto un treno in corsa nella metropolitana. Mentre il detective Kuroda si occupa del caso, Tokyo è sconvolta da un'ondata di misteriosi suicidi. Espandi ▽
54 studentesse decidono di gettarsi sui binari della metropolitana mentre il treno sta arrivando in stazione. Un atto inspiegabile, che inaugura una lunga serie di suicidi che colpirà Tokyo e sui quali inizieranno ad indagare l'ispettore Kuroda e la sua squadra.
Difficile giudicare Suicide Club cercando di prescindere dallo choc del suo incipit. Primo capitolo di una sorta di trilogia tematica che proseguirà con Noriko's Dinner Table, il film resta comunque un'opera seminale per comprendere l'immaginario di Sono e, più in generale, una certa deriva del cinema giapponese dei primi anni Duemila.
Imperfetto, diseguale, a tratti persino caotico, Suicide Club conserva però una capacità rara: quella di disturbare davvero, insinuando nello spettatore un senso di inquietudine che va oltre la visione e si radica in una percezione più ampia del presente. Recensione ❯
Dietro il divertissement, un'opera che lascia emergere il lato più politico e libertario di Miyazaki. Animazione, Giappone1992. Durata 94 Minuti. Consigli per la visione: Film per tutti
Marco è un aviatore che, assunte le sembianze di un maiale a seguito di un incidente aereo, vive le sue giornate sulla costa Adriatica tra combattimenti aerei e l'amore di due donne. Espandi ▽
Italia, periodo tra le due guerre mondiali. Un misterioso pilota di aerei dalle sembianze di maiale, detto Porco Rosso, è il terrore dei pirati del Mare Adriatico, almeno finché questi non si affidano all'americano Curtis, avventuriero spavaldo che sfida Porco Rosso a duello. Quello che a prima vista potrebbe apparire come uno dei lavori più scanzonati del maestro dell'anime giapponese è al contrario la perfetta cartina di tornasole per cogliere alcuni temi portanti della poetica di Miyazaki. Sotto le vesti del divertissement, infatti, ecco spuntare il lato più politico e libertario del regista nipponico, incarnato nell'anarchico escapismo di Porco Rosso, eroe senza tetto né legge, solitario come un ronin errante, che rifiuta ogni forma di omologazione. Pur scegliendo un approccio visivamente quasi dimesso, quella che Miyazaki ci regala è una pagina tutt'altro che minore del grande libro delle sue visioni, in grado di stupire al pari di quanto sanno insegnare. Recensione ❯