|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento lunedì 5 febbraio 2018
Un dramma politico alle massime sfere con segreti e rivelazioni, sui diritti e le responsabilità della stampa. Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, 6 candidature a Golden Globes, 8 candidature a Critics Choice Award, 1 candidatura a Producers Guild, Il film è stato premiato a AFI Awards, The Post è 99° in classifica al Box Office. venerdì 6 marzo ha incassato € 232,00 e registrato 1.027.920 presenze.
The Post è disponibile a Noleggio e in Digital Download
su TROVA STREAMING
e in DVD
e Blu-Ray
Compra subito
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Convinto che la guerra condotta in Vietnam dal suo Paese costituisca una sciagura per la democrazia, Daniel Ellsberg, economista e uomo del Pentagono, divulga nel 1971 una parte dei documenti di un rapporto segreto. 7000 pagine che dettagliano l'implicazione militare e politica degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Un'implicazione ostinata e contraria alla retorica ufficiale di quattro presidenti. È il New York Times il primo a rivelare l'affaire, poi impedito a proseguire la pubblicazione da un'ingiunzione della corte suprema. Il Washington Post (ri)mette mano ai documenti e rilancia grazie al coraggio del suo editore, Katharine Graham, e del suo direttore, Ben Bradlee. Prima donna al timone di un prestigioso giornale, Katharine decide di pubblicare il monumentale scandalo di stato con buona pace degli investitori (il giornale era allora in fase di ristrutturazione finanziaria) e a rischio della sua azienda, della prigione e della carriera dei suoi redattori. Fedeli al primo emendamento e all'intelligenza dei propri lettori, i giornalisti del Washington Post svelano le manovre e le menzogne della classe politica, assestando il primo duro colpo all'amministrazione Nixon.
Un presidente degli Stati Uniti che dipinge i giornalisti come bugiardi, minaccia la libertà di stampa, limita l'accesso dei media all'informazione, punteggia significativamente la sua carriera politica e personale di fallimenti d'immagine. No, Donald Trump non ha inventato niente, prima di lui c'è stato Richard Nixon.
Girato d'urgenza per non perdere niente della sua risonanza, The Post non racconta un'epoca passata ma una storia che si ripete. Per realizzarlo Steven Spielberg ha interrotto un progetto in corso (The Kidnapping of Edgardo Mortara) e ha lavorato nelle medesime condizioni dei suoi protagonisti. L'energia è quella di un reportage di guerra ma la regia agisce negli interni delle redazioni o di lussuose dimore, creando opposizioni, spazi chiusi, linee di fuga. Film indifferibile, traboccante di impeto e fervore, The Post è prossimo a Lincoln.
Lo è nel fondo e nei meccanismi, lo è nello slittamento dalla potenza delle immagini a quella della parola, lo è nell'interessamento alla procedura, ai caratteri umani pieni di intelligenza strategica, alla forza dei sentimenti, all'eroismo del cuore, alla comunione di un gruppo di persone, sovente in un ufficio, qualche volta su campo a operare in maniera 'illegale' nonostante l'istituzione che incarnano. Se nel 1865 era necessario acquisire abbastanza voti per far passare il Tredicesimo Emendamento, nel 1971 è indispensabile mettere le mani sui fascicoli confidenziali della Difesa per denunciarli sulle pagine del giornale. Allo stesso modo per Spielberg è importante realizzare il suo film prontamente per 'trattare' la perdita di controllo di un altro capo di stato e la condizione della donna. E il film aderisce all'impellenza del suo intrigo manifestando la sua urgenza (anche) nella forma e ribadendo in filigrana uno dei grandi temi della sua filmografia, la comunicazione. Quella che nasce dall'incontro tra un bambino e un alieno, tra un israeliano e un palestinese, quella che passa per lo storytelling o gli aneddoti di Lincoln.
Il film di Spielberg "The Post" s'inserisce all'interno di un filone collaudato che tratta dei rapporti tra potere politico e "quarto potere" e che esalta il coraggio dei giornalisti nel rivelare trame, macchinazioni, manipolazioni esercitate dalle istituzioni. Nel caso specifico, il governo degli Stati Uniti che, pur consapevole dell'impossibilità di vincere [...] Vai alla recensione »
Nell'opera di Spielberg, molti anni fa, sarebbe stato quanto meno incauto immaginare che l'inventore del blockbuster (Lo squalo è il primo film della storia a definire questo appellativo) e dei grandi congegni family degli anni Ottanta si sarebbe trasformato in un narratore della storia americana. The Post (guarda la video recensione) è solo un tassello della filmografia che comprende Amistad e Munich, Lincoln e Il ponte delle spie, per non parlare ovviamente di Salvate il soldato Ryan. Di questa sezione della sua carriera, The Post è ancor più classico. Bisogna intendersi, però. Classico per gli storici del cinema è un film per come sarebbe stato girato negli anni Trenta o Quaranta (lo si dice spesso dei film di Clint Eastwood, per esempio, che è un perfetto rappresentante dello stile neo-classico). Quando invece definiamo classico The Post, ci riferiamo a una porzione più ampia del concetto, meno legata alle categorie cronologiche, quella cioè che riconosce genericamente "quei bei film di una volta", con un'idea(lismo) di base a fare da architrave a una storia compatta, recitata da un pugno di attori eccezionali, realizzata con tutti i crismi e capace di affrontare due-tre nodi dei dibattiti civili contemporanei. Ecco, in questo senso, The Post - pur avendo come modello un mix di riferimenti che vanno dalla Hollywood in bianco e nero alla New Hollywood degli anni Settanta (con il modello di I tre giorni del Condor in bella vista) - è classicissimo.
Visto che, nel coro delle lodi, si è levata anche qualche voce di dissenso che ha trovato didascalici alcuni passaggi (l'allusione alla difficile condizione di lavoro femminile, forse con strizzata d'occhio alla situazione di oggi), bisogna anche in questo caso dissentire.
Tutto The Post è da considerarsi una "lecture", una lezione di storia e di cinema. Se a qualcuno l'accademismo divulgativo di Spielberg irrita, pace. Tuttavia nessuno può negarne la maestria: di questo si tratta, e solo questo permette a un regista di offrire agli spettatori un ruolo da discenti.
Insomma, se The Post è una conferenza democratica travestita da film di finzione, è necessario che il docente dimostri di essere il miglior oratore possibile, grazie alle sue tecniche discorsive e al grado di ipnotizzato stupore che suscita negli ascoltatori. Questo effetto Spielberg lo ottiene servendo al meglio la bella sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer, e soprattutto concentrando in due ore un manuale di stile cinematografico scintillante e infallibile.
Caratteristica precipua di The Post è la tempistica, circostanza e tema portante del film diretto da Steven Spielberg. The Post è infatti una sorta di instant movie, deciso e diretto in velocità da Spielberg all'indomani delle elezioni che hanno portato alla presidenza degli Stati Uniti quel Donald Trump che, nelle parole di Meryl Streep, "mostra ogni giorno ostilità nei confronti della stampa e delle donne". Streep e Tom Hanks sono saltati su quel treno in corsa, accantonando ogni impegno precedente per prestare il volto rispettivamente a Katharine Graham, editrice del Washington Post, e Ben Bradlee, direttore del quotidiano.
Time's Up, ovvero "il tempo è scaduto" (che sottintende "è ora di cambiare"), è anche il nome del fondo legale istituito, fra gli altri, da Meryl Streep e Steven Spielberg per finanziare le cause intentate da donne che denunciano molestie sessuali sul lavoro e non possono permettersi un costoso avvocato in un Paese in cui la giustizia è spesso subordinata alle possibilità economiche e al potere personale di chi vi si rivolge.
È dunque perfettamente coerente che The Post racconti un momento cruciale destinato a fare epoca, momento in cui la domanda più appropriata, nella celebre lista delle Five W, è stata "when", quando. Quando è il momento di far sentire la propria voce? Quando bisogna tirare la linea, e tenere la schiena dritta? Quando è l'ora di rischiare tutto, affinché non si perda del tutto il diritto di rischiare?
Si conclude nel 1971 laddove inizia Tutti gli uomini del presidente e, al pari del film di Pakula (1976), svela i retroscena di una gloriosa impresa giornalistica volta a smascherare gli inganni del potere. Nel caso di The Post parliamo dei decenni di menzogne sulla guerra del Vietnam raccolte in un dossier commissionato dall'allora segretario della Difesa McNamara.