Per una donna in Iran avere pari diritti degli uomini vuol dire non aderire al proprio "destino biologico": lo sa bene Sara Shahverdi, protagonista del documentario. Al cinema.
di Paola Casella
Oggi che l’Iran è al centro di un conflitto internazionale esploso in tutta la sua virulenza, si rischia di dimenticare il coraggioso movimento interno Donna, Vita, Libertà (Jin, Jîyan, Azadî) che ha rivendicato una situazione di maggiore parità per le donne iraniane dal 2022, all’indomani della morte della giovane Mahsa Amini, “colpevole” di non aver indossato l’hijab nel modo “corretto”. Essere una donna disobbediente in Iran può essere fatale e in ogni caso garantisce una situazione di vita complicata, oggetto della riprovazione non solo delle autorità, ma di molti degli uomini intorno, e talvolta anche delle donne allineate ai diktat dello stato teocratico.
Sara Shahverdi, protagonista del documentario Scalfire la roccia di Sara Khaki e Mohammad Reza Eyni, è una di queste dissidenti, ma non perché partecipi alle dimostrazioni di piazza del movimento interno Donna, Vita, Libertà, perché non vive a Teheran ma in uno sperduto villaggio. Questo non le ha però impedito di partecipare alle locali elezioni per il Consiglio comunale, che ha vinto a stragrande maggioranza, sostenuta soprattutto (ma non esclusivamente) dai giovani e dalle donne locali. La sua agenda elettorale comportava aiutare appunto donne e giovani, ma anche far arrivare la fornitura del gas fino al villaggio, creare un nuovo parco “a forma di cerchio”, sostenere la pubblica istruzione e occuparsi di quelle “grane” che i Consigli precedenti, compiacenti quanto non corrotti, avevano promesso di risolvere senza poi dedicarcisi.
Sara è una 43enne divorziata che rimane orgogliosamente single, si veste da uomo e guida una motocicletta, come le ha insegnato il padre che è mancato quando lei aveva solo 16 anni. Prima di candidarsi alle elezioni e dedicarsi a risolvere controversie fra i suoi compaesani ha fatto a lungo l’ostetrica, ed è intelligente, schietta, coraggiosa, capace, amata dalle sue compaesane. Tuttavia gli uomini del villaggio, soprattutto gli anziani ma anche i suoi fratelli, continuano a chiederle: “Perché ci sfidi? Perché non sei femminile?”. E soprattutto: “Perché aiuti tanto le donne?”
Infatti Sara insegna a guidare la moto alle ragazze del villaggio, fa firmare alle studentesse un impegno a non sposarsi troppo giovani e a proseguire la loro istruzione, immaginandosi “dottoresse, insegnanti, ingegnere”. E accoglie in casa una ragazza neo divorziata (dopo un matrimonio forzato contratto a 12 anni con un uomo di 35) che i genitori vogliono far rimaritare, cui insegna a guidare e a fare l’ostetrica.
Sono “trasgressioni” che si pagano, e infatti Sara viene arrestata per “verificare la sua identità di genere” (dato che per una donna in Iran avere pari diritti degli uomini vuol dire non aderire al proprio “destino biologico” e non “essere cosciente delle regole e delle tradizioni”). “Nella nostra società una donna non può fare quello che vuole”, le dice il pm, che le consiglia anche di sposarsi al più presto “per evitare altri guai”. Ma in qualche modo Sara ha “scalfito la roccia” e come si sa, anche le rocce a poco a poco possono crollare.