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Ultimo aggiornamento giovedì 28 settembre 2023
L'Operazione Dynamo si svolse in 8 giorni e riuscì a salvare la vita a 338.226 soldati da un'imminente invasione. Il film ha ottenuto 8 candidature e vinto 3 Premi Oscar, Il film è stato premiato a David di Donatello, 3 candidature a Golden Globes, 8 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 1 candidatura agli European Film Awards, 8 candidature e vinto un premio ai Critics Choice Award, 1 candidatura a SAG Awards, 1 candidatura a CDG Awards, 1 candidatura a Producers Guild, a AFI Awards, Al Box Office Usa Dunkirk ha incassato nelle prime 10 settimane di programmazione 187 milioni di dollari e 50,5 milioni di dollari nel primo weekend.
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Maggio, 1940. Sulla spiaggia di Dunkirk 400.000 soldati inglesi si ritrovano accerchiati dall'esercito tedesco. Colpiti da terra, da cielo e da mare, i britannici organizzano una rocambolesca operazione di ripiegamento. Il piano di evacuazione coinvolge anche le imbarcazioni civili, requisite per rimpatriare il contingente e continuare la guerra contro il Terzo Reich. L'impegno profuso dalle navi militari e dalle little ship assicura una "vittoria dentro la disfatta". Vittoria capitale per l'avvenire e la promessa della futura liberazione del continente.
Per Christopher Nolan e i suoi compatrioti britannici 'Dunkirk' è un mito nazionale. Sulle sue spiagge si è scritta una pagina eroica della loro Storia. Per ricostruire quel miracoloso avvenimento, dèbâcle che porta in sé il germe del futuro trionfo, l'autore sceglie tre terreni di battaglia e tre unità di tempo.
Una settimana sulla spiaggia, dove le truppe attendono di essere evacuate e il soldato Tommy scampa a un'imboscata, un giorno in mare, dove Mr. Dawson recupera i combattenti naufraghi, un'ora in cielo, dove il pilota Farrier abbatte i bombardieri tedeschi. Tre punti di vista che Nolan converge in un solo e medesimo presente. La flessibilità delle linee cronologiche si fa daccapo uno smisurato presupposto narrativo, generando storie mai viste e la Storia come non l'abbiamo mai vista.
Dunkirk non è veramente un film di guerra, o almeno non è un film di guerra come gli altri. Sotto le bombe e la musica organica-industriale di Hans Zimmer, Dunkirk è il soggetto ideale per appagare l'ossessione della percezione del tempo di Nolan. Ma la complessità dell'artificio non contraddice mai l'emergenza delle emozioni. Esigente nella forma, tutto passa per l'immagine e il suono, Dunkirk è un oratorio profano eseguito in un limbo di sabbia, uno spazio di panico razionalizzato in cui resistere e attendere di conoscere la propria sorte. Sorte nelle mani dell'ineluttabile forza del mondo: il tempo. Per il regista inglese il film è il solo modo di controllarlo. Ed è esattamente quello che fa restituendo l'incredibile realtà dei soldati coinvolti nell'evacuazione di Dunkirk e trasformati, dalla natura del territorio e delle operazioni militari, in un bersaglio permanente. Alla maniera di Cobb (Inception), Tommy raggiunge la spiaggia col solo desiderio di ritornare a casa. Ma la spiaggia è un incubo fatale e surreale. Sabbia e uomini a perdita d'occhio. E tutta quell'acqua che rigetterà presto ogni tentativo di evasione, restituendo soltanto cadaveri. Proprio come gli abitanti di Gotham, tagliati fuori dal mondo da Bane (Il cavaliere oscuro - Il ritorno), i soldati sono condannati all'impasse sulla riva e dentro un film statico dominato dal conto alla rovescia fino alla prossima (alta) marea.
Il montaggio alternato e la decomposizione cubista del fatto reale confermano il progetto espressivo di un cinema di storie codificate nel genere, su cui Nolan interviene deviando le traiettorie, raddoppiando i livelli, sviando lo sguardo dello spettatore in un gioco di sospensioni elegiache (il volo a planare di Tom Hardy) e di epifanie dilatate (sul volto saldo e lo sguardo perturbato di Kenneth Branagh). Rifiutando l'ordine più elementare, quello cronologico, Nolan ricrea il caos stordente e lo stress incessante della guerra in cui si muovono i suoi protagonisti, personaggi 'vettori', simboli di dignità e umanità. Non sappiamo niente del loro passato, esistono nel film per i loro atti e in funzione delle rispettive bolle temporali che finiranno per scoppiare incrociando i loro destini. Nolan elude la 'familiarità di Salvate il soldato Ryan, spezzando la linearità del racconto senza rinunciare all'onda emotiva suscitata dal pilota mascherato di Tom Hardy, dal valoroso navigatore civile di Mark Rylance, dal soldato traumatizzato di Cillian Murphy o da quello stremato di Fionn Whitehead che i padri riportano a casa.
Sopravvissuti dentro un film survival, i nostri si lasciano indietro l'alleato francese e un nemico invisibile. Se l'implicazione della Francia è tutta nell'allegoria del soldato francese rimasto solo a tappare i buchi dell'imbarcazione affondata, i tedeschi sono mostrati unicamente attraverso la potenza del fuoco. Sono pallottole, bombe, siluri. Nelle didascalie introduttive, al sostantivo tedesco o nazista, si preferisce quello più generico di nemico. La scelta di fare della Wehrmacht un'astrazione è coerente col partito preso del film. A partire dal formidabile prologo, che incalza un soldato inglese in fuga dal fuoco nemico e lo ripara dietro uno sbarramento francese.
Al di là della linea trincerata, la geografia si fa metaforica, un'infernale striscia di sabbia chiusa tra la respingente linea nemica e quella attraente delle coste inglesi verso le quali si allunga disperatamente una diga. Fragile linea di fuga di un'epopea solenne e intima, convulsiva e claustrofobica malgrado l'immensità dei quadri (su schermo IMAX) che rovesciandosi ruotano i punti cardinali, scambiano cielo e mare, invertono le prospettive. Una sofisticazione brutale e assordante che affoga lo spettatore in un bagno sensoriale e in un film miliare. A immagine del suo caccia, incaricato di una missione precisa da cui non devierà per tutta la durata del film, Dunkirk si posa lieve sulla spiaggia, uscendo indenne e memorabile dagli eventi scatenati.
Uno stuolo di caschi scuri, il rombo dei motori di caccia in avvicinamento e uno stacco, prima che qualcosa, si presume molto distruttivo, avvenga. A Christopher Nolan bastano poche immagini per catturare l'attenzione dello spettatore e renderlo prigioniero di un universo parallelo. Questa volta senza ricorrere alle distorsioni spaziotemporali di Interstellar o alle contorsioni mentali di Inception, ma trovando la singolarità nei libri di storia, in un episodio celebre in terra d'Albione e molto meno altrove. La storia di una fuga, anziché quella di un eroico assalto.
Il titolo del film è Dunkirk, in uscita in Italia il 31 agosto 2017: a ispirare il regista de Il cavaliere oscuro è stata l'operazione Dynamo, un salvataggio che ebbe del miracoloso, conseguito durante l'ora più cupa della seconda guerra mondiale (e già visto al cinema nel 1958 in Dunkerque di Leslie Norman).
Il piano intendeva liberare un numero di soldati alleati, ma principalmente britannici. Circa 400 mila unità, trovatesi circondate dai panzer tedeschi, a seguito della repentina capitolazione della Francia nella primavera 1940. Il fallimento dell'operazione Dynamo avrebbe determinato un duro colpo per l'esercito del Regno Unito, in uno scenario che vedeva Unione Sovietica e Stati Uniti ancora neutrali e privi della forza e della volontà necessarie per affrontare le forze dell'Asse. Non meno del celebrato sbarco in Normandia, anche la meno gloriosa fuga da Dunkerque determinò l'esito della seconda guerra mondiale.
34 i chilometri di larghezza minima, nel punto più ravvicinato, quello in cui Dover si affaccia su Calais. Come nelle parole del personaggio interpretato da Kenneth Branagh, il Canale della Manica permette quasi di vedere la riva britannica dalla Francia settentrionale. Dunkerque è la città più a nord della Francia, al confine con il Belgio: durante i secoli teatro di innumerevoli battaglie e scontri, nel 1940 spiaggia-prigione per una moltitudine di soldati senza una speranza apparente di sopravvivere.
Per i soldati ingabbiati a Dunkerque, oltre alla disperazione di essere confinati su una spiaggia, la beffa di scorgere casa propria ma non poterla raggiungere. Un paradosso che suggerisce come i destini del mondo si siano decisi per questioni di chilometri, in uno spazio relativamente ristretto, specie prima che il fronte della guerra si aprisse all'Oceano Pacifico.
Da sempre fanatico e strenuo difensore dell'uso della pellicola, Chris Nolan anche in Dunkirk non ha abbandonato i propri principi. Una parte del film è stata girata con una pesante e ingombrante cinepresa IMAX, un "mostro" da 25 chili: il suo utilizzo, per alcune sequenze che richiedevano la macchina a spalla, ha comportato sedute di allenamento fisico per i cameraman. Dove non è stato possibile ricorrere all'IMAX, Nolan ha scelto una pellicola per grandi formati 65mm. Anche per la riproduzione dei 400 mila della British Expeditionary Force (B.E.F.) il regista non si è avvalso della computer graphics. Il numero di comparse utilizzate è salito fino a 1300, completando il resto con l'utilizzo di sagome di cartone, alla vecchia maniera.
Una delle notizie che più ha fatto parlare il web di Dunkirk è legata alla presenza nel cast di Harry Styles, ex membro del gruppo One Direction, boy band popolare tra le teenager. Styles è stato preferito ad attori professionisti, che si erano candidati per il ruolo: Nolan cercava un volto spaurito e fuori posto, appositamente estraneo al contesto in cui si trovava. Molti dei ragazzi spediti nella B.E.F. erano giovani e inesperti, tutt'altro che militari di professione. Styles era quindi il volto ideale per trasmettere l'assurdità di una situazione che nessuno aveva pianificato.
L'operazione Dynamo, di cui parla Dunkirk, rappresenta un episodio anomalo e poco raccontato della seconda guerra mondiale. Se questo già di per sé ha suscitato l'interesse di Christopher Nolan, ad ispirarlo ancor di più è stata la possibilità di introdurre tre differenti prospettive spaziali e temporali da cui narrare la vicenda: quelle di aria, terra e mare. Su terra infatti alcuni soldati sono rimasti per una settimana sulla spiaggia, mentre in mare gli eventi che hanno portato alla liberazione tramite imbarcazioni e pescherecci - in buona parte di civili - si svolgono nell'arco narrativo di un giorno; in aria addirittura si parla di un'ora di carburante, più che sufficiente per raggiungere Dunkerque dalla Gran Bretagna. Un racconto semplice, quindi, complicato da una struttura diversificata e manipolata su molteplici livelli da Nolan.
In molti già parlano di una risposta di Nolan a Salvate il soldato Ryan, uno dei punti di riferimento obbligati del cinema di guerra contemporaneo. Per più di un verso Dunkirk rappresenta il simmetrico dell film di Spielberg: la fuga di fronte al nemico di 400 mila soldati contro lo sbarco temerario e carico di perdite di un numero inferiore, avvenuti in due momenti molto diversi dell'evoluzione del conflitto. Inoltre, se il film di Spielberg ha inaugurato una escalation di violenza e realismo nella rappresentazione del combattimento a fuoco, orientata a trasportare lo spettatore sempre più in medias res, Dunkirk procede nella direzione opposta, quella di un film di guerra in cui il sangue e gli sbudellamenti sono fuoricampo, e il focus della vicenda intende concentrarsi su altro. Cercando l'eroismo dove è meno immediato reperirlo.
Come in una tesi di Eraclito, il film di Nolan è basato sugli elementi essenziali che compongono l'universo: terra, aria, acqua, fuoco. A terra, sulle spiagge di Dunkerque, vi sono 400.000 soldati inglesi in attesa di tornare a casa, dopo la disfatta degli eserciti alleati davanti alla travolgente avanzata tedesca nel giugno del 1940.
Si parla tanto di Dunkirk, il film di Christopher Nolan che racconta l'abnorme ritirata degli alleati che, tra il 27 maggio e il 4 giugno del 1940, vennero evacuati da Dunkerque poche ore prima di essere del tutto circondati. 853 imbarcazioni riportarono in Gran Bretagna 344mila uomini, dei quali 111mila francesi. Nolan, da bravo inglese, dunque orgoglioso di quell'impresa, è anche rigoroso e attento alla verità storica, certo facendo del "cinema" con tutte le prerogative utili allo spettacolo. Ma ciò che successe laggiù 73 anni fa è molto vicino al racconto del film.
Abituato alla scansione temporale, quasi cronometrica del suo linguaggio, Nolan costruisce l'azione in tre parti: le vicende sulla spiaggia di quella città portuale, quelle nella Manica, e gli eroismi dei piloti da caccia inglesi. Lo schema è perfetto. Le imbarcazioni che raccolsero le truppe, in gran parte, erano barche private, pilotate da "marinai della domenica", ma capaci di adattarsi a quel compito così difficile, "come sanno fare solo gli inglesi", parole di Churchill.
La vicenda di Dunkerque, valutata storicamente e strategicamente, presenta grandi punti interrogativi.
Centinaia di migliaia di uomini raccolti in uno spazio così ridotto rappresentavano una situazione decisamente favorevole al nemico, quasi insperata. Sarebbe bastato un attacco massiccio da terra per dare un colpo decisivo agli alleati, forse risolutivo per l'esito finale della guerra. Ma Hitler non prese quella decisione. Perché? Forse voleva risparmiare le forze di terra che avevano appena conquistato la Francia. Riteneva che la Lutwaffe, l'aviazione, bastasse a distruggere quell'esodo di massa nella Manica. E certo sottovalutò l'azione degli Spitfire, i caccia inglesi, più veloci e agili dei bombardieri tedeschi. E Nolan letteralmente celebra quell'aereo, dedicandogli le sequenze finali del film.
Ma c'è un'altra lettura, magari impropria o azzardata, secondo la quale il Führer non voleva la guerra con l'Inghilterra, si "accontentava" della Francia, ultimo baluardo caduto per la conquista dell' Europa. Riteneva che la Gran Bretagna risparmiata, per "gratitudine" si sarebbe ritirata dalla guerra. Ma non aveva fatto i conti con lo spirito degli inglesi e del loro capo Churchill. Un'incertezza che avrebbe dato il tempo agli inglesi di riorganizzarsi, anche tecnologicamente, perfezionando il radar, che fu decisivo nell'intercettare gli aerei che avrebbero aperto le porte all'invasione. Inoltre Hitler doveva sempre fare i conti con la propria arroganza e la percezione che i nazisti fossero, per organizzazione, disciplina e spirito combattivo, superiori a chiunque, inglesi compresi. E questo fu forse l'errore più grave. Durante le operazioni di evacuazione sulla spiaggia di Dunkerque un ufficiale domanda al generale Bolton (Kenneth Branagh) comandante in capo: "Ma perché non ci attaccano dalla terra?". "Davvero non lo so" risponde il generale. Un mistero, anche per lui.
Centinaia di migliaia di truppe britanniche ed alleate sono circondate dalle forze nemiche. Intrappolate sulla spiaggia con le spalle rivolte verso il mare, le truppe si trovano ad affrontare una situazione impossibile mentre il nemico si stringe intorno a loro.
La storia si sviluppa tra terra, mare ed aria.
Gli Spitfire della RAF si sfidano col nemico in cielo aperto sopra la Manica in difesa degli uomini intrappolati a terra. Nel frattempo, centinaia di piccole imbarcazioni capitanate da militari e civili tentano un disperato salvataggio, mettendo a rischio le proprie vite in una corsa contro il tempo per salvare anche solo una piccola parte del proprio esercito.
Christopher Nolan, nella videointervista realizzata durante la première di Londra, descrive come ha lavorato al film insieme ad alcuni attori del cast: Mark Rylance, Barry Keoghan, Jack Lowden, Fionn Whitehead e Harry Styles.
Dunkirk uscirà in Italia nei cinema tradizionali e in IMAX dal 31 agosto 2017 e sarà distribuito dalla Warner Bros. Pictures.
Piaccia o no, il war movie ha ispirato i maggiori registi (Kubrick, Malick, Coppola, Eastwood, Tarantino...), generando un numero di capolavori che pochi altri generi possono vantare. Difficile che non ne fosse tentato Christopher Nolan, cineasta prodigio di film a larga scala, punto di congiunzione tra il kolossal della Hollywood classica e il moderno blockbuster.