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Silvana Mangano

Silvana Mangano è un'attrice italiana, è nata il 21 aprile 1930 a Roma (Italia) ed è morta il 16 dicembre 1989 all'età di 59 anni a Madrid (Spagna).
Nel 1973 ha ricevuto il premio come miglior attrice al David di Donatello per il film Lo scopone scientifico. Dal 1955 al 1973 Silvana Mangano ha vinto 6 premi: David di Donatello (1963, 1967, 1973), Nastri d'Argento (1955, 1964, 1972).

Bellezza amara

A cura di Fabio Secchi Frau

Nella speranza che non venga dimenticata, si parla ancora di lei, correttissima e mai buffa, un fenomeno della recitazione che fece uscire allo scoperto tutti i possibili volti della femminilità (buona o cattiva essa sia) dell'Italia. Una vita fatta però di cattivi sentimenti, dove sotto quella facciata da "divina", perfettamente confezionata su misura dall'ex marito Dino De Laurentiis, si nascondevano gesti e parole senza un centro di gravità permanente. Il mondo, visto con gli occhi di Silvana Mangano, era un mondo rivoltato e disgregato, un mondo a cui lei guardava con furore crescente e con qualche esplosione di anarchia, a volte. Un mondo che l'ha fatta delirare e chiudere in se stessa. Guardarsi allo specchio e odiarsi, trovarsi orribile. Questa è stata la condanna che la Mangano si è autoinflitta per tutta la sua vita, vedendosi colpevole di aver sacrificato tutto e troppo per il mondo dello spettacolo. Un'attrice indimenticabile, oseremo dire d'avanguardia e incredibilmente surreale nelle mani e negli occhi di grandi intellettuali come Visconti e Pasolini, ma una moglie gelida e una madre fantasma che nel suo silenzio gridava paradossalmente aiuto. Divenuta folle dentro le convenzioni del conformismo, la Mangano era una mina colma di atomi incontrollabili pronti a esplodere da un momento all'altro, anche di fronte alla schiacciante razionalità, ma principalmente davanti alle amarezze della vita. Al suo fianco, hanno mulinato, frenetici, grandi nomi del mondo dello spettacolo, ma a lei sembra non essere mai importato molto, ha infatti preferito seppellirsi in una falsa normalità, amata dal pubblico e osannata dalla critica.
Figlia di un conduttore di treni e di una casalinga inglese, sorella di Roy Mangano, noto tecnico del suono, Silvana studia danza e recitazione fin dai primi anni dell'adolescenza. Ed è proprio durante uno di questi corsi che incontra il suo primo grande amore, l'attore Marcello Mastroianni, al quale rimarrà legata per brevissimo tempo. Per pagarsi gli studi, lavora come modella, prima di partecipare, a 17 anni, alla competizione di "Miss Italia". Era stata notata infatti da un famoso costumista francese, Georges Armenkov che, ammirandone l'armonia fisica, le aveva chiesto di diventare la sua mannequin. La Mangano, dopo un po' di diffidenza accettò, partendo immediatamente per la Francia.
Ed è proprio nella nazione d'oltralpe che comincia la sua avventura cinematografica. Il suo debutto è infatti come comparsa nella pellicola francese Le jugement dernier (1945) di René Chanas. Tornata in Italia, forte della sua bellezza giunonica, partecipa alla gara di fascino femminile più famosa della nostra nazione, "Miss Italia" per l'appunto. Ma a vincere è un'altra bellezza, che diverrà poi star cinematografica: Lucia Bosé. Ma la Mangano avrà comunque la fortuna di conoscere, all'interno della manifestazione, alcune sue amiche che le rimarranno accanto per il resto della sua vita: Gina Lollobrigida, Eleonora Rossi Drago e Gianna Maria Canale. E sarà proprio con la Lollobrigida che parteciperà alle pellicole: L'elisir d'amore (1947) di Mario Costa e a Il delitto di Giovanni Episcopo (1947) di Alberto Lattuada.
Appena diciannovenne si presentò per il provino di Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis, nella sede della Lux Film. Di fronte a una folla enorme di ragazze, il regista non ne selezionò neanche una. Anche la Mangano, che era in mezzo a queste, non venne scelta, perché, a detta del regista, «si presentò con i capelli cotonati, molto truccata e vestita in maniera vistosa». Conciata in maniera così bizzarra, non venne presa perché ritenuta inadatta. Poi però, dopo qualche tempo, mentre camminava per via Veneto in una giornata di pioggia, si scontrò, all'angolo di un palazzo con il regista che, non avendo l'ombrello, camminava rasente al muro per non bagnarsi, senza guardare. Con una rosa in mano, vestita in maniera semplice, con i capelli completamente bagnati e completamente senza trucco, colpì profondamente il lato estetico del regista che la riconobbe immediatamente e la invitò a fare un secondo provino. Divenne così la protagonista di Riso amaro, nel ruolo di una mondina dallo sguardo irriverente e insolente. In shorts che esaltavano la sua figura mediterranea, con un fazzoletto in testa, sigaretta costantemente alla bocca e fotoromanzo in mano, la Mangano esplode in tutto il suo splendore, con la forte gelosia delle colleghe. Il film ottiene un successo straordinario, i critici americani urlano a una nuova Rita Hayworth italiana e sul set incontra un suo grande amico, Vittorio Gassman, ma soprattutto colui che sarà il suo vero pigmalione: il produttore Dino De Laurentiis.
Ammaliato da questa slanciata e fiera figura italiana che, nonostante quell'aria plebea, frequentava lo scrittore Italo Calvino e cominciava a ricevere vagonate di proposte da Hollywood (soprattutto da Alexander Korda), De Laurentiis si innamora perdutamente dell'attrice, tanto da sposarla il 17 luglio 1949. Dall'unione nasceranno ben 4 figli: l'attrice Veronica De Laurentiis, la produttrice Raffaella, il regista Federico e Francesca. Ma non saranno gli unici frutti di questa relazione, perché in effetti, fu proprio il marito produttore a far muovere rapidamente la carriera della moglie, riuscendo a farle abbandonare lo stereotipo della donna dalla "bellezza terrosa" per passare a quello dell'attrice sofisticata. Entra così in competizione con altre due maggiorate italiane che in quegli anni spopolavano sul grande schermo: l'amica Lollobrigida e Sophia Loren. De Santis la rivorrà nel drammatico Uomini e lupi (1957) accanto a Yves Montand; ritroverà l'amico Gassman (gireranno voci su una loro relazione clandestina) nella pellicola di Duilio Coletti Il lupo della Sila (1949), sarà diretta da Mario Camerini ne Il brigante Musolino (1950), remake dell'omonima pellicola di Elvira Notari, Alberto Lattuada la inserisce in Anna (1952) e la sua filmografia si arricchisce anche di Il più comico spettacolo del mondo (1953) di Mario Mattoli, dove la Mangano lavora accanto a Totò e ad altre stelle della rivista.
Più aumentano i film e più la sua carriera, completamente controllata dal marito, si fa raffinata e intensa, distinguendosi per lo stile con il quale disegna i personaggi. La fine dei ruoli "estetici" avviene con la pellicola di Vittorio De Sica L'oro di Napoli (1954), nel quale interpreta un'eterea donna ansiosa di riscatto, ruolo che le permetterà di vincere il Nastro d'Argento come miglior attrice protagonista. Lo scontro con la Loren si fa più acceso. Entrambe maritate con produttori, puntano gli occhi su Hollywood. Ma a vincere sarà la Sophia nazionale che, con La ciociara (1960) e il conseguente Oscar in mano, segna il punto definitivo a suo favore. La Mangano si sdoppia in due opposte femminilità per Mario Camerini: Penelope e Circe nello stesso corpo per Ulisse (1954), accanto ad Anthony Quinn e Kirk Douglas. Mentre in Francia sarà acclamata come protagonista de La diga sul Pacifico (1957), accanto ad Alida Valli e Anthony Perkins. La tempesta (1958) di Alberto Lattuada, ma soprattutto La grande guerra (1959) di Mario Monicelli la declamano come "gran dama" del cinema italiano delineando una carriera che, nonostante non sia abbondante di titoli, coincide con i momenti più importanti della storia del cinema della nostra nazione: dal neorealismo alla commedia all'italiana, passando poi per il cinema d'autore. Fatale, becera, nobile, teatrale, intima, la Mangano arriva a conquistare anche gli Stati Uniti che le offrono una copertina su LIFE, l'11 aprile 1960.
Disgraziatamente, lo sfolgorio che emana sul grande schermo non coincide con quello che è la sua vita privata. Un matrimonio che è sempre più infelice. Non usa appellativi romantici con il marito, lo chiama con un freddo "De Laurentiis". La vita coniugale è tremendamente soffocante e per sfuggire a questa mancanza d'aria, la Mangano si chiude in un se stessa, diventando formale e algida, perfino con i figli che la vedevano solo di sfuggita (stava sempre reclusa nella sua camera da letto), inghiottita dal suo silenzio e con un forte odio verso il mondo, tanto da tentare il suicidio.
Il cinema americano la reclama a gran voce, lei si presta solo per Jovanka e le altre (1960) di Martin Ritt, per il quale sacrifica i suoi lunghi capelli, rasandoseli. Dino Risi, Vittorio De Sica, Mario Camerini continuano a costruirne il mito. Poi nel 1962, nel pieno degli anni della dolce vita e della lucente Cinecittà, recita in Barabba (1962) di Richard Fleischer, immediatamente seguito da Il processo di Verona (1963) di Carlo Lizzani, che le porterà il suo secondo Nastro d'Argento come miglior attrice protagonista. Poi, dopo qualche pellicola con Tinto Brass (quando ancora non si era affacciato al cinema erotico), si affianca ad Alberto Sordi (che si dirà essersi perdutamente innamorato di lei) ne La mia signora (1964). L'armonia fra i due sarà così palese che Sordi la dirigerà in Scusi, lei è favorevole o contrario? (1966).
L'incontro con un più gagliardo Mastroianni lo fa sul set di Io, io, io... e gli altri (1965) di Alessandro Blasetti. Non si riaccende una fiamma, ma il sodalizio che maggiormente la porterà in auge, elevandola allo status di vera e propria diva indimenticabile della settima arte sarà quello artistico con l'intellettuale Pier Paolo Pasolini. Il regista la dipingerà madre e amante in Edipo Re (1967) e Teorema (1968), fino a farne una Madonna immacolata e statuaria ne Il Decameron (1971). Le streghe (1967), Capriccio all'italiana (1968) e Scipione detto anche l'Africano (1971) danno lustro alla sua comicità e alla sua "fatalità", ma l'aria aristocratica, quasi come un'investitura, gliela offre il grande Luchino Visconti con Morte a Venezia che le frutterà il Nastro d'Argento come miglior attrice non protagonista, nel ruolo della madre di Tazio. Sua musa, la vorrà anche in Ludwig (1973) e Gruppo di famiglia in un interno (1974), poi si scontrerà con Bette Davis ne Lo scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini, per il quale vincerà il suo primo David come miglior attrice.
Negli anni Ottanta però, arriva la botta del male più dura da superare. Nel 1981 suo figlio Federico, spronato dal padre nella carriera di regista documentarista, muore in una tragedia aerea sui cieli di Bristol Bay, in Alaska, durante la realizzazione di un documentario. Aveva solo 26 anni. La Mangano si perde in se stessa e dopo aver accettato, spinta fortemente dal marito, il ruolo della Reverenda Madre Ramallo del Trio delle Bene-Gesserit in Dune (1984) di David Lynch, si separa dal consorte e abbandona la recitazione, per vivere fra Parigi e Madrid. Sofferente di depressione, scopre di avere un tumore allo stomaco e ciò la spinge a vivere ancora di più in solitudine. Intuendo che la morte è ormai vicina, si riappacifica con l'ex marito e accetta l'ultimo ruolo della sua vita, guarda caso accanto a Marcello Mastroianni, in Oci Ciornie (1987) di Nikita Michalkov. Due anni più tardi, il cancro in metastasi porta un'emorragia cerebrale. La malattia la uccide e, secondo molti, fu causata principalmente dalle sue abitudini di inveterata fumatrice.
Si distrugge, non sotto il peso degli anni, ma del dolore che le scorreva nelle vene una delle più grandi attrici italiane. Nessuna parola, nessun gesto può essere altrettanto grande da quantificare la sua importanza nella storia del nostro cinema. La Mangano, seppur con qualche resistenza, era un vero e proprio tsunami della recitazione. Rustica, popolana, aristocratica: una gran dama estenuata e decadente per Visconti, aggressiva e vitale per De Santis, regale e materna per Pasolini. Era in grado di apparire giocosa, ma anche malinconica, dando vita a dei personaggi che se ne infischiavano di giustificazioni e di buoni sentimenti, offrendo delle interpretazioni che erano perfette, raffinate e complesse come un logaritmo, nel quale solo lei trovava sempre qualche errore: «Non mi piaccio. Se una parrucca di scena è bella, la vedo imbruttita dalla mia faccia, se è bello un costume, lo vedo imbruttito dalla mia figura. Come attrice mi sono improvvisata, recitazione non l'ho mai studiata. Ho sempre provato il timore di essere inadeguata.»

Ultimi film

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