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Kirk Douglas

Kirk Douglas (Issur Danielovitch Demsky) è un attore statunitense, regista, produttore, produttore esecutivo, è nato il 9 dicembre 1916 ad Amsterdam, New York (USA) ed è morto il 5 febbraio 2020 all'età di 103 anni a Beverly Hills, California (USA).
Nel 1999 ha ricevuto il premio alla carriera al SAG Awards. Dal 1996 al 1999 Kirk Douglas ha vinto 2 premi: Premio Oscar (1996), SAG Awards (1999).

La mia vita è uno script di serie B

A cura di Fabio Secchi Frau

Talvolta, veniva ricordato più per i molti problemi che aveva causato ai registi che per la sua carriera. Lui però si giustificava dicendo che faceva il diavolo a quattro solo con quelli che non erano abbastanza sicuri di sé e aperti ad ascoltare suggerimenti e consigli degli attori.
Per questo, e per altri motivi, fu considerato un puro "tough guy". Il ragazzo difficile di Hollywood.
Interpretò avventure, commedie, noir, pellicole storiche, thriller, western. Portò in ognuna delle sue performances qualcosa di più di un elementare fisico prestante e fotogenico: lo "spirito ardito". Una scintilla che si palesava fin dal suo brillante sguardo seducente. Un fuoco interiore che gli permise di rendere convincenti e complesse le figure più disparate, dal mitologico Ulisse all'artistico e tormentato Van Gogh.
Avrebbe voluto fare un film con tutti e quattro i suoi figli. Lui e "il piccolo" Eric come attori. Michael come produttore. Peter come regista e Joel che avrebbe messo a disposizione gli Studios Victorine di Nizza (di cui è proprietario) come set. Ma fu un sogno che non si realizzò mai pienamente...
Intanto, il nome Kirk Douglas diventava via via sempre più leggendario. Il cipiglio ipnotico, la mitica fossetta sul mento, la sfacciata e perspicace fisicità (che furono il suo "marchio di fabbrica", nonché l'eredità lasciata al figlio Michael) entrarono nell'iconografia cinematografica statunitense, incarnando l'infaticabile virilità dell'eroe maschile del secondo dopoguerra. L'uomo del rischio. E il rischio fu qualcosa con cui andò a braccetto anche nella vita privata, quando preferì la precarietà, piuttosto che sottostare alle inflessibili norme imposte dalle Majors attraverso i loro rigidi contratti. Dopotutto, più e più volte, aveva dichiarato che non gli piaceva lavorare nel cinema e non pensava di diventare un attore del grande schermo. Ma era l'uomo giusto al momento giusto. E aveva bisogno di denaro per due ruoli molto più importanti di quelli proposti dalle sceneggiature: quelli di marito e padre.
Morì a 103 anni, con addosso tutta la fama mondiale che aveva raccolto spaccando il fotogramma vestito da gladiatore, soldato, cowboy, pugile.
La tristezza invase la vasta galassia della Settima Arte, che però già da anni si preparava a veder spenta una delle ultime star dell'Età dell'Oro, ma anche a quel filantropo che, attraverso il suo impegno per la giustizia e le cause in cui credeva, puntò i piedi perché venissero bandite discriminazioni, soprattutto politiche, nel suo settore di lavoro. Nessuno dimenticò quanto lottò perché la lista nera di Hollywood, quella caccia alle streghe comuniste che durò per lunga parte degli Anni Cinquanta, venisse stracciata, abolita, bruciata, liberando colleghi, registi e sceneggiatori dalla marginalità causata dal loro libero pensiero. Una battaglia civile che rese Douglas ben più orgoglioso di qualsiasi film avesse mai realizzato.
Una vita ben vissuta. Un lascito filmico (oltre novanta film in ben sette decenni) che durerà per le generazioni a venire.
E anche quando, nel 1996, un colpo apoplettico gli danneggiò i nervi facciali, non si tirò indietro e continuò a lavorare e a partecipare alla vita dell'industria cinematografica. Dichiarò che l'umorismo lo aveva salvato. All'inizio, pensava che ogni cosa fosse finita e arrivò a mettersi una pistola fra le labbra. Ma quando la canna gli colpì un dente, provocandogli un dolore immenso, scoppiò in una risata al pensiero che il mal di denti gli stava impedendo il suicidio. Accantonati i pensieri di morte, continuò a vivere, ricordandosi una sua stessa frase: «Il processo di apprendimento continua fino al giorno della tua morte». Forse, incarnando ancora di più l'astuto e titanico macho che non si piegava davanti a niente e a nessuno e guardando a quell'unico Premio Oscar, quello onorario, assegnatogli per "50 anni vissuti come forza creativa e morale della comunità cinematografica".
Aveva sempre detto che la sua vita era una sceneggiatura di serie B. Non ne avrebbe mai fatto un film, perché era il perfetto esempio della tipica storia americana.
E dunque, silenzio in sala perché parte la pellicola...

Issur Demsky diventa Kirk Douglas
Nato con il nome di Issur Danielovitch Demsky, nella Amsterdam newyorkese, come unico maschio tra sei figlie di immigrati ebrei dell'allora Impero Russo, fin da bambino cercò di sollevare le disastrose finanze familiari, vendendo snack agli operai durante le loro pause lavoro, consegnando giornali e svolgendo altri piccoli lavoretti. Durante il liceo, partecipò a qualche spettacolo teatrale, ma senza appassionarsi mai veramente all'arte drammatica. Gli piaceva di più il wrestling che, infatti, definì fin da quegli anni il suo fisico rendendolo incredibilmente atletico.
Incapace di sostenere il costo delle tasse universitarie e vedendosi preclusa ogni possibile strada verso un'istruzione più elevata, non si lasciò abbattere. Durante un colloquio molto schietto con il rettore della St. Lawrence University, ottenne di frequentare i corsi di studio che gli interessavano grazie a un prestito che la stessa università gli avrebbe concesso, a patto di saldare la cifra lavorando part-time per loro come giardiniere e bidello. Ne uscì fieramente laureato nel 1939, diventando l'orgoglio della sua famiglia.
Nel frattempo, per gioco, continuò calpestare il palcoscenico assieme ad altri studenti di recitazione (tra i quali Lauren Bacall e Diana Douglas), ma notato dall'American Academy of Dramatic Arts di New York City, gli venne proposta una borsa di studio speciale.
Nel 1941, la sua famiglia stava affrontando una miseria peggiore di quella degli anni precedenti e, sentendosi un peso, prese la decisione di entrare nei Marines, dove almeno avrebbe avuto vitto e alloggio. Fu in quell'anno che cambiò legalmente il suo nome in Kirk Douglas. Poco dopo, gli Stati Uniti entrarono nella Seconda Guerra Mondiale e Douglas prestò servizio come ufficiale di comunicazione nelle guerre antisommergibile a bordo della USS PC-1137. Dimesso a causa di ferite di guerra subite durante un'esplosione, ritornò a New York City, dove lavorò in radio, teatro e spot pubblicitari.

Il debutto grazie a Lauren Bacall
Fu con l'opera teatrale "Kiss and Tell", portata a Broadway nel 1943, che i critici lo adocchiarono. Douglas fu elogiato per la sua particolare abilità nel modificare i toni di voce, tanto che gli augurarono caldamente di proseguire la sua gavetta accanto al sipario. Ma quando l'amica Lauren Bacall fece il suo nome al produttore cinematografico Hal B. Wallis, che stava cercando un nuovo talento maschile da lanciare, cambiò rotta e, vista la paga proposta (ben più alta di quella teatrale), si ritrovò sul set di Lo strano amore di Martha Ivers (1946) con Barbara Stanwyck. Con estremo talento, riuscì a interpretare il ruolo di un giovane marito, tiranneggiato dalla moglie, che si rifugiava nell'alcol pur di dimenticare ogni sua frustrazione coniugale. Fu l'unico "uomo debole" della sua lunghissima carriera cinematografica. Fin da subito, Hollywood si rese conto che quel corpo, quello sguardo così severo, quel viso scultoreo potevano essere sfruttati meglio per ritrarre uomini di calibro ben più duro. Almeno al cinema. Perché a Broadway era capace di parti di infinita fragilità ("Spring Again", "Tre sorelle" di echov, "Trio", "Alice in Arms", "The Wind Is Ninety", "Woman Bites Dog") .

Appropriarsi della carriera
Dopo Le catene della colpa (1947) del lungimirante Jacques Tourneur, dove faceva coppia con Robert Mitchum, venne scelto per interpretare un pugile egoista in Il grande campione (1949), rifiutando però il ruolo da protagonista in Il grande peccatore, un film che gli avrebbe fatto guadagnare il triplo. Douglas considerava il personaggio del boxeur Midge molto più interessante, problematico e "fastidioso". Vestirne i panni sarebbe stata una sfida sia dal punto di vista fisico che drammatico, ma soprattutto sarebbe stata una grande opportunità per dimostrare a tutti quanto potesse valere come attore. Fu un ragionamento che gli fruttò tantissimo in termini di popolarità e qualità. L'attore mise all'angolo il suo rischioso e ringhiante personaggio con una concentrata recitazione definita "allarmantemente autentica", che non lasciava dubbi sui suoi sforzi mentali. Candidato all'Oscar come miglior attore protagonista, si vide soffiare via il titolo da un corrotto Broderick Crawford in Tutti gli uomini del re, ma la cosa non lo preoccupò particolarmente. Ciò che gli importava era riuscire a ottenere il pieno controllo della sua carriera, visti i bassi standard ai quali gli Studios volevano si abituasse. Melodrammi, mediocri drammi, soporiferi noir. Per Douglas, era inammissibile equipararsi a "ciò che vendeva" al botteghino. Così ruppe ogni contratto con gli Studios e firmò solo quelli che furono in grado di garantirgli un totale controllo dei suoi progetti. Non soddisfatto, fondò una propria compagnia cinematografica, la Bryna Productions.
Coinvolto nella scomparsa della giovane attrice Jean Spangler, ma poi ritenuto totalmente estraneo ai fatti, starà lontano dagli scandali nonostante le varie e numerose relazioni extraconiugali.

I film negli Anni Ciquanta
Lungo tutti gli Anni Cinquanta, il suo nome si legò al genere western (Sabbie rosse, Il tesoro dei Sequoia, Il cacciatore di indiani, Il giorno della vendetta, Solo sotto le stelle, L'occhio caldo del cielo, Il grande cielo), promuovendo, proteggendo e cercando di aiutare lo sceneggiatore Dalton Trumbo, vittima dell'ostracismo anti-comunista del senatore repubblicano Joseph McCarthy, che era spesso l'autore di questi script. Furono gustosissime e convincenti interpretazioni, come quella in L'uomo senza paura (1955), ma a volte erano di ben più alto livello (Sfida all'O.K. Corral). Nel frattempo, si mise alla prova diretto da grandissimi registi (Joseph L. Mankiewicz, Michael Curtiz, Vincente Minnelli) e ricevette altre due candidature agli Oscar, una per Il bruto e la bella (1952) e l'altra per Brama di vivere (1956). Proprio in quest'ultimo film, Douglas offrì una delle interpretazioni più psicologicamente aderenti al pittore Vincent Van Gogh, impetuoso e tormentato impressionista, che sarà offuscata per grandezza solo da quella futura di Willem Dafoe in Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità.
Aggiunse jazzisti (Chimere, 1950), giornalisti (L'asso nella manica, 1951), detectives (Pietà per i giusti, 1951), eroi (Ulisse, 1954), marinai (20.000 leghe sotto i mari, 1954). Anime nere nelle quali Douglas non ebbe alcun timore di immergersi o leggerissime e divertenti nelle quali riuscì anche nell'intento di cambiare registro, mostrandosi comico o romantico.

Cinema e il ritorno sul palco
Nel frattempo, investì tutto il suo tempo nella produzione di pellicole che sarebbero diventate dei capolavori. Furono gli anni di Orizzonti di gloria e Spartacus di Stanley Kubrick (girati non senza qualche screzio tra i due), di Sette giorni a maggio (1964) e di altre famosissime pellicole belliche, western, spy stories e noir, dove fu frequentemente contrapposto all'amico Robert Mitchum, che in alcuni titoli gli rubò la scena, o a Burt Lancaster.
Dopo aver acquistato i diritti del romanzo "Qualcuno volò sul nido del cuculo" di Ken Kesey, lo trasformò in un'opera teatrale, ritornando a Broadway per interpretare proprio il protagonista, Randle P. McMurphy. Lo spettacolo rimase sulle scene per ben cinque mesi.

Malattia e morte
Con l'arrivo degli Anni Settanta e Ottanta, fu il protagonista di film fantascientifici, ma la sua carriera cominciò a risentire dell'età e della difficoltà di trovare ruoli che fossero a lui adatti, con il risultato di trovarsi di fronte a un periodo troppo altalentante per critiche e incassi. Fece sempre meno film, ma optando ancora per indistrubili ruoli da uomo tutto d'un pezzo (L'uomo del fiume nevoso).
Nel 1996, dopo aver subito un ictus che compromise la sua capacità di parlare, scelse di affrontare una terapia della voce pur di ritornare sul set con l'amica di sempre Lauren Bacall (Diamonds, 1999). Ma fu nel 2003 che riuscì ad andare il più vicino possibile all'esaudirsi del suo sogno più grande: recitare con i membri della sua famiglia. Con Vizio di famiglia, Kirk riunì sullo stesso set i figli Michael e Joel, il nipote Cameron e l'ex moglie Diana in una divertente, ma non molto incisiva, commedia.
Morirà a 103 anni il 5 febbraio 2020, circondato dai suoi cari.

Vita privata
Di religione ebraica e profondamente legato a opere filantropiche, Kirk Douglas si sposò con la compagna di università e attrice Diana Dill (poi diventata Diana Douglas) nel 1943. I due diventarono genitori di Michael e Joel Douglas. Purtroppo, la coppia andò incontro al divorzio nel 1951. Dopo aver conosciuto la produttrice Anne Buydens, la sposa nel 1954, dando alla luce altri due figli, Peter ed Eric. Eric morirà nel 2004 a causa di un'overdose di droghe e alcol.

Ultimi film

Horror, (USA - 1992), 82 min.
Drammatico, (USA - 1991), 89 min.
Commedia, (USA - 1986), 101 min.

I film più famosi

Storico, (USA - 1960), 169 min.
Drammatico, (USA - 1957), 86 min.
Western, (USA - 1957), 122 min.
Drammatico, (USA - 1956), 122 min.
Drammatico, (USA - 1951), 112 min.
Avventura, (Italia - 1954), 117 min.

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